L’apoteosi di Sancho Panza

Ai primi di marzo del 2022, due settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il giornalista Vittorio Feltri, concluse un suo articolo sul quotidiano “Libero” con queste parole: «Vorremmo suggerire a Zelensky di non fare il bullo, lasci perdere. Meglio sconfitti che morti».
Qualche giorno dopo abbiamo commentato le parole di Feltri su RadioRomaLibera (https://www.radioromalibera.org/meglio-russi-che-morti/).
La situazione di Zelenski, in quel momento sembrava molto più pericolosa, di quella di oggi. I russi avanzavano e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov evocava il rischio di una terza guerra mondiale «nucleare e devastante». Gli ucraini però hanno resistito per tre anni infliggendo alla Russia e all’Occidente una sconfitta non militare, ma morale, su cui vale la pena ritornare.
L’esortazione alla resa di Feltri ricordava lo slogan della sinistra europea negli anni Ottanta, «Meglio rossi che morti», lanciato per opporsi ai missili Pershing 2 americani, installati per rispondere ai missili SS20 che i russi avevano schierato per colpire obiettivi contro l’Europa. Ma questa volta lo slogan viene accolto da molti paleoconservatori o neotradizionalisti, e persino, a quanto sembra, dalla nuova amministrazione americana. Ci chiediamo allora: perché il cattolico, ma, ancor prima, l’uomo naturalmente retto, di fronte a un pericolo che minaccia l’esistenza del suo paese, non dirà mai meglio rossi, o russi, che morti, così come non potrà mai dire meglio neri o verdi che morti?
Per una ragione molto semplice: perché ci sono valori morali che trascendono la vita umana intesa in senso puramente biologico. Chi fa proprio lo slogan «Meglio rossi che morti», esprime una concezione di vita materialista ed edonista, per la quale non esistono valori morali per i quali valga la pena combattere e se necessario morire. Chi al contrario rifiuta questo slogan, prima di fare una scelta politica, fa una scelta morale: afferma una dimensione etica della vita. Questa dimensione etica della vita fa parte della tradizione della civiltà occidentale e cristiana. Nell’aprile del 1984 la Fondazione Gioacchino Volpe dedicò il suo dodicesimo incontro al tema “Sì alla pace, no al pacifismo” (https://lanuovacontrocorrente.it/libro/si-alla-pace-no-al-pacifismo/?srsltid=AfmBOoq1P25H5Ctxqe9ebgGuzRzbye4xhdzDV1qb0qxY-Fa6pf4vEFLYI). Intervenendo a questo convegno, ricordai come nessuno slogan come quello «meglio rossi che morti», nega radicalmente i principi e lo spirito della civiltà occidentale e cristiana. «Qual è stata infatti l’anima della civiltà occidentale, nel corso dei secoli? Lo spirito di sacrificio. Che cosa è lo spirito di sacrificio? È il saper rinunciare ad un diritto o ad un bene, anche grande, in vista di un bene più alto. Spirito di sacrificio significa avere alti ideali e tendere ad essi con sforzo, tendere verso ciò che è meglio, a costo di dolori, di lotte, di rinunce. La ricchezza materiale e spirituale delle famiglie e dei popoli è figlia di questo spirito di sacrificio. Il vero progresso, il vero sviluppo nella vita degli uomini è intimamente legato a questo spirito di sacrificio. Da qui nascono i vertici della santità e dell’eroismo. Su cosa si fonda lo spirito di sacrificio? Sull’amore. Tanto più si ama un bene, tanto maggiori saranno le rinunzie e gli sforzi che ci imporremo per conseguirlo. E tanto più alto sarà un bene, tanto più questo bene meriterà di essere amato».
Ma, prima di me, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira aveva scritto sulla “Folha de S. Paulo” del 16 ottobre 1983 queste parole: il contenuto dello slogan «Meglio rossi che morti», «sta nel fatto che la vita – sì, la vita terrena – è il bene supremo dell’uomo. Da ciò si ricava che l’amore alla fede, alla indipendenza della patria, alla dignità personale, all’onore, deve essere minore dell’amore alla vita. Sciocchi tutti i martiri e tutti i guerrieri che fino a questo punto hanno pensato il contrario. E a confronto con i quali erano screditati come vigliacchi quanti, per salvare la propria pelle, rinnegavano la fede, fuggivano dal campo di battaglia, oppure accettavano vilmente qualsiasi insulto. La vecchia tavola di valori è stata rovesciata. I martiri e gli eroi di guerra, che figuravano con rilievo nelle file scelte della umanità, devono essere considerati da ora in avanti come insensati. Come insensati anche i moralisti, gli oratori, i poeti che mettevano in risalto agli occhi del popolo la supposta sublimità con cui quegli sciocchi correvano al sacrificio. Bisogna finalmente fare tacere i vecchi ditirambi all’eroismo religioso o civile. Infatti, l’elogio della stupidità porta i deboli a seguirla. È l’apoteosi di Sancho Panza. Perché questo secolo terminasse coerentemente con il lungo processo di decadenza nel quale era impegnato quando si svegliò alla storia, sarebbe stato necessario che scendesse proprio così tanto in basso…»
Sono passati quarant’anni da allora e oggi non ci si chiede se vale la pena morire, ma addirittura se vale la pena abbassare il nostro tenore di vita per garantire l’indipendenza e la libertà dell’Ucraina. Questo spirito di rinuncia al sacrificio e alla lotta incoraggia l’espansionismo del capo del Cremlino, il quale già prevede che gli europei del nostro tempo. dopo la conquista russa dell’Ucraina, si chiederanno se, valga la pena di morire, o impoverirsi, per salvare i Paesi baltici.
E’ vero, è l’apoteosi di Sancho Panza. E l’alternativa al furbo e avido Sancho Panza non è il chimerico don Chisciotte, ma è il cristiano che combatte con le armi del coraggio e dell’onore, della preghiera e del sacrificio. Su questo realismo egli fonda la sua speranza di vittoria, perché sa che «chi ama la propria vita, la perderà e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 23-25). (Roberto de Mattei)