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La follia della “cancel culture”. Così l’Occidente si sta suicidando

La trave e la pagliuzza01 Febbraio 2021
Testo dell'audio

Se fosse un film comico, potremmo intitolarlo La scuola più pazza del mondo. Purtroppo, però, non è un film. È cronaca.

Una scuola americana, la Lawrence High School, nel Massachusetts, ha abolito lo studio dell’Odissea perché l’opera sarebbe razzista e maschilista.

#DisruptTexts è lo slogan di questi pensatori geniali, secondo i quali i grandi classici sarebbero roba vecchia e dannosa per i giovani d’oggi.

Benvenuti nel magico mondo della cancel culture (tutta cancel e niente culture, a quanto sembra), nel quale c’è chi non solo non disdegna, ma ritiene necessario sacrificare la conoscenza e l’intelligenza stessa sull’altare del politicamente corretto.


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Con totale sprezzo del ridicolo, alcuni insegnanti e attivisti liberal non si fanno troppi scrupoli: certe opere sono da buttare, punto e basta. Secondo loro, le pagine dei classici sono impregnate di razzismo, sessismo, antisemitismo. Dunque, vietato leggerli.

Questi pensatori illuminati (i quali evidentemente ritengono che gli studenti siano completamente idioti e incapaci di inquadrare un’opera nel tempo e nello spazio) sono convinti che non ci sia modo di mediare. La parola d’ordine è una sola: cancellare. Non importa che gli autori si chiamino Omero, Virgilio, Platone, Aristotele, Dante, Shakespeare. Il politically correct non guarda in faccia a nessuno.

In base a questo principio, l’Università di Oxford (dico: Oxford!) ha reso facoltativi lo studio dell’Odissea e dell’Eneide perché, in base ai parametri del politicamente corretto, “pongono gli scrittori e i pensatori bianchi eurocentrici al di sopra degli altri”. In compenso, sono stati introdotti corsi sulla cultura africana, mediorientale, asiatica e indiana.


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Se il sonno della ragione genera mostri, il politicamente corretto conduce direttamente al suicidio culturale dell’Occidente.

Inutile dire che anche il Robinson Crusoe di Defoe sarebbe razzista, colonialista, imperialista, eurocentrico eccetera.

La cancel culture è “l’equivalente digitale della folla che nel medioevo era in cerca di gente da bruciare”. Parola di Rowan Atkinson, l’attore che interpreta il celeberrimo Mr. Bean. Il quale, in un’intervista a Radio Times, ha difeso la possibilità di venire a conoscenza di un ampio spettro di opinioni, senza limitazioni e censure. Ma Mr. Bean, notoriamente, non va preso sul serio. E così è stato.


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A dire il vero non tutti i liberal sono per la cancel culture. Di recente, per esempio, centocinquanta scrittori, accademici e artisti, molti dei quali schierati a sinistra, hanno sottoscritto una lettera, pubblicata dalla rivista Harper’s, nella quale affermano che se le battaglie contro il razzismo sono sacrosante occorre guardarsi dal “conformismo ideologico”. Tra i firmatari troviamo scrittori come Martin Amis, J.K. Rowling (la creatrice di Harry Potter), Margaret Atwood e Salman Rushdie, giornalisti e opinionisti come David Brooks, Anne Applebaum e George Packer, accademici come Noam Chomsky e Francis Fukuyama, nonché la storica attivista femminista Gloria Steinem.

Pur schierandosi contro Trump (una specie di atto dovuto) e il populismo di destra, in un sussulto di buon senso questi personaggi hanno sentito il bisogno di denunciare il “dogmatismo”, la “tendenza alla censura” e il ricorso alla “pubblica gogna” che imperversano tra i paladini del politicamente corretto. Di qui la denuncia di casi ormai numerosi e preoccupanti: redattori licenziati, libri ritirati, giornalisti a cui è stato vietato di toccare certi argomenti, professori che subiscono indagini per aver citato certe opere letterarie a lezione, dirigenti e manager licenziati per aver detto qualcosa di sgradito.

La furia moralista imperversa soprattutto nel mondo accademico. Abbiamo citato Oxford, ma il celebre ateneo non è un caso isolato. Anche a Stanford qualche genio ha proposto di bilanciare i classici, giudicati razzisti, sessisti e reazionari, con lo studio di autori “appartenenti alle minoranze”, e anni fa alla Columbia l’apposito comitato di vigilanza sul multiculturalismo chiese che la lettura delle Metamorfosi di Ovidio fosse accompagnata, come le sigarette, da un avvertimento: “Contiene materiale offensivo e violento che marginalizza le identità degli studenti nella classe”.

Di recente, Yale ha deciso di mettere fine al corso di Introduzione alla Storia dell’arte, dal Rinascimento a oggi, sempre per il solito motivo: troppo occidentale, troppo europeo, troppo poco rispettoso delle minoranze. Così, il corso che ne prenderà il posto si occuperà dell’arte tenendo conto di “genere, classe e razza”. Qualunque cosa voglia dire.

Anni fa l’ossessione per il politicamente corretto portò la città di Chicago (dove lo scrittore si trasferì da piccolo con la famiglia) al rifiuto di dedicare una via a Saul Bellow. Poco importa che Bellow nel 1976 sia stato insignito del premio Nobel per la letteratura per il contributo dato dalle sue opere alla comprensione della natura umana e per l’analisi della cultura contemporanea. Il rifiuto fu motivato da una drastica sentenza: lo scrittore “era razzista”. Evidentemente i guardiani del pensiero non gli perdonarono una frase detta una volta, in un’intervista al New York Magazine, quando Bellow, a proposito delle culture alternative, chiese apertamente: “Chi è il Tolstoj degli Zulu? E il Proust degli abitanti della Papua? Sarei lieto di poter leggere i loro capolavori”.

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