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Il nuovo messale, la rugiada e altro

La trave e la pagliuzza28 Novembre 2020
Testo dell'audio

Dunque, da domani in chiesa useremo il nuovo messale, voluto dai vescovi italiani e dal papa.

Sull’aggiunta di “sorelle” a “fratelli”, poco da dire. Reciteremo: “Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…”. Un gentile omaggio al politicamente corretto. Ma viene da chiedersi: se politicamente corretto dev’essere, perché ignorare i transgender e tutte le altre categorie sessuali? L’aggiunta di “sorelle” dimostra non solo l’acquiescenza dei vescovi verso il pensiero dominante, ma anche che la Chiesa, quando si mette su questa folle strada, è sempre fatalmente in ritardo rispetto al mondo e costretta a rincorrere. E poi ci sarebbe da chiedere al papa: perché ha intitolato la sua ultima enciclica Fratelli tutti e non Fratelli e sorelle tutti e tutte?

Nel nuovo Gloria diremo: “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore” invece che “agli uomini di buona volontà”. Cambiamento che lascia perplessi. Prima di tutto, se si voleva essere coerenti con la linea della parità tra i sessi, perché non dire “agli uomini e alle donne, amati e amate dal Signore?” E poi: se da almeno un millennio e mezzo si diceva agli “uomini di buona volontà” c’era un motivo. La “buona volontà” è quella di chi accoglie la Parola del Figlio di Dio fattosi uomo in riscatto dei nostri peccati. Dire “agli uomini, amati dal Signore” appiattisce tutto. Certamente Dio ama tutti gli uomini, ma dona la sua pace a chi lo accoglie e ne fa propria la legge, ovvero gli uomini di buona volontà. Qui siamo di fronte a un riflesso di quel misericordismo che va per la maggiore nella Chiesa attuale, un pensiero che vuole ignorare che l’uomo è libero di accogliere o non accogliere la Parola di Dio e che, se non l’accoglie, ne paga le conseguenze

La virgola dopo “uomini” è decisiva. Lascia infatti intendere che questa pace è destinata all’universalità degli uomini, “amati dal Signore”.


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Non ci fosse stata la virgola, avremmo potuto pensare che l’attributo “amati” era relativo agli uomini prescelti, ma la presenza della virgola, purtroppo, ci fa ricadere nell’idea della salvezza universale, cara ai modernisti.

Circa la preghiera eucaristica, il prete non dirà più “Santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”, bensì “Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito”.

Da dove spunta fuori questa rugiada? La parola si trova nella Bibbia e anche nell’originale latino del messale romano di Paolo VI: “Hæc ergo dona, quǽsumus, Spíritus tui rore sanctífica”, ovvero “Ti preghiamo, santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito”. Finora però la traduzione italiana aveva preferito al termine metaforico “rugiada” la parola “effusione”. Si è dunque passati a una traduzione più letterale. Alcuni dicono che la parola rugiada fa parte del vocabolario alchemico-esoterico della massoneria, ma siccome non ne so nulla preferisco non pronunciarmi. Dico solo che la parola rugiada mi suona un po’ dolciastra e che preferivo l’effusione.


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Circa il Padre nostro mi sono già pronunciato, spiegando perché continuerò a pregare dicendo “e non ci indurre in tentazione” e non, come chiede la nuova versione, “non abbandonarci alla tentazione”. A quanto ho detto in precedenza, e cioè che Dio è liberissimo di indurci in tentazione come ogni padre è liberissimo di mettere alla prova il figlio, aggiungo la tristezza per la perdita di una formula consolidata, con la quale siamo cresciuti nella fede.

Il criterio della letterarietà della traduzione è stato seguito anche con il “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello” (finora era “del Signore”), con traduzione letterale del testo dell’Apocalisse. Non cambierà però la risposta del centurione, che continuerà a essere “Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa”, mentre, se si fosse adottata una traduzione letterale, avrebbe dovuto essere “che tu entri sotto il mio tetto”. Allo stesso modo, restano le traduzioni improprie del “pro multis” come “per tutti” e di “Deus Sabaoth” come “Dio dell’universo” invece che “degli eserciti”.

Resta la domanda: perché? Perché i cambiamenti? La risposta è che siamo nel solco di un processo incominciato ormai molti anni fa, dopo il Concilio Vaticano II, per cui ci si allontana sempre di più dal modo di esprimere la fede cattolica stabilito nel Concilio di Trento.


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Era il Corpus Domini del 1969 quando i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, nel loro Breve esame critico del “Novus Ordo Missae” presentato a Paolo VI, scrivevano che i cambiamenti introdotti aprivano un varco nel muro invalicabile eretto dal Concilio tridentino “contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero”. Le ragioni pastorali, scrivevano i due porporati, non legittimano la “gravissima frattura”. Il tragico risultato è che ormai è ritenuto normale pensare che “verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi senza infedeltà al sacro deposito dottrinale cui la fede cattolica è vincolata in eterno”. E tutto ciò, sia nella parte migliore del clero sia tra i fedeli consapevoli del dramma, “si concreta in una torturante crisi di coscienza di cui abbiamo innumerevoli e quotidiane testimonianze”.

Domanda finale: i nostri pastori, a incominciare dal supremo pastore, hanno il sacro compito di confermare i fratelli nella fede o di torturarli a forza di ambiguità e cambiamenti che disorientano e rattristano?

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