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X Domenica dopo Pentecoste

Omelie di un domenicano per l'anno liturgico14 Agosto 2022
Testo dell'audio

Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato

Le letture scelte per questa domenica, a volte chiamata “la domenica dell’umiltà”, o “la domenica del fariseo e del pubblicano”, ci ricordano le missioni invisibili dello Spirito Santo. Che cosa intendiamo con queste “missioni invisibili”? Lo Spirito Santo è venuto sulla Chiesa solo una volta in forma visibile, nel fuoco della prima Pentecoste cristiana. Ma Egli continua a venire invisibilmente nelle anime dei cristiani innumerevoli volte, nel tempo che va da quella prima Pentecoste fino alla fine del mondo. Egli viene nelle nostre anime, con il Padre e il Figlio, al nostro battesimo e alla nostra cresima; ma viene anche ogni volta che facciamo un passo in avanti nella vita spirituale, salendo da un grado di grazia santificante ad un altro. E anche se lo Spirito Santo non viene mai nella nostra anima senza le altre due Persone divine, si dice ugualmente che è da Loro “inviato”, perché procede da Loro nell’eternità. Questo è il motivo per cui si parla delle Sue “missioni invisibili”.

I doni con cui lo Spirito Santo arricchisce l’anima possono essere suddivisi in due tipi principali: da un lato, quelli che sono normalmente chiamati “carismi”, o – a volte – “grazie gratis datæ”; e dall’altro, ciò che viene chiamata grazia santificante, che comprende le virtù teologali e i 7 doni menzionati dal profeta Isaia. Nell’Epistola della Messa di oggi, san Paolo parla ai Corinzi del primo tipo di doni spirituali, cioè dei carismi. Per capire questo, bisogna sapere che durante i primi decenni della vita della Chiesa, per facilitarne la rapida diffusione nelle nazioni pagane, Nostro Signore spesso univa al sacramento del battesimo doni straordinari. Il catecumeno adulto che veniva battezzato spesso scopriva che, dopo il suo battesimo, aveva ricevuto qualche dono speciale, non dato a tutti gli altri che erano stati battezzati nel medesimo tempo: per esempio, una profonda comprensione delle profezie nella Scrittura, o la capacità di parlare lingue che non aveva mai imparato, o di sapere se una persona era influenzata da uno spirito maligno o dallo Spirito Santo, o il potere di scacciare – con le sue preghiere – lo spirito maligno da qualche persona posseduta

San Paolo, che è sempre profondamente consapevole delle radici pagane dei credenti gentili, e anche del fatto che essi, come lui, portavano un tesoro in vasi di creta, è molto sollecito che i Corinzi non interpretino queste diversità di doni spirituali come farebbero i pagani. I pagani avrebbero creduto che questa varietà di doni preternaturali significasse che i loro diversi dèi erano all’opera, dando ciascuno al suo devoto prediletto qualche potere diverso, proprio come diversi dèi – in realtà, diversi demoni – erano all’opera nei santuari dei pagani e nei loro idoli. No, dice loro san Paolo, è l’unico Dio che elargisce tutti questi doni ai suoi nuovi figli, attraverso il Suo Santo Spirito. La prova di ciò è che tutti i doni cooperano insieme all’edificazione della Chiesa.

È importante, però, notare che la presenza di questi doni o carismi non è di per sé una prova della santità di chi li riceve. Essi erano dati piuttosto per dimostrare la santità del sacramento del battesimo, soprattutto nei giorni in cui – o tra i popoli per i quali – il sacramento del battesimo era qualcosa di nuovo e di strano. È anche possibile ricevere tali doni senza avere ciò che conta di più, cioè la carità. Questo è il motivo per cui Nostro Signore dice che, nell’ultimo giorno, molte persone Gli diranno invano: Non abbiamo noi profetizzato nel Tuo nome e scacciato demoni nel Tuo nome? Ed Egli dirà loro che non li ha mai conosciuti, dal momento che avevano esercitato questi poteri e carismi durante la loro vita per la propria gloria, e non come Suoi servi e amici fedeli. È anche per questo che san Paolo, dopo aver parlato dei carismi, prosegue nel capitolo successivo della sua Epistola per lodare ciò che egli chiama la via più eccellente, nel suo famoso inno alla carità.

Questo ci porta al Vangelo, e all’altro tipo di doni che lo Spirito Santo concede: quelli che ci santificano. Che cosa sono questi doni? Sono la stessa grazia santificante, poi la fede, la speranza e la carità, quindi la sapienza, l’intelletto, la scienza, il consiglio, la fortezza, la pietà, il timor di Dio. Nessuna di queste cose è menzionata nella parabola del fariseo e del pubblicano, ma sono tutte incluse sotto il nome generale di “giustizia”.

Di che cosa parla questa parabola? Tralasciando il suo significato allegorico, con il quale si riferisce ai giudei e ai gentili, possiamo dire che affronta la seguente questione: “da dove viene la nostra giustizia?”. Cristo disse questa parabola, dice san Luca, ad alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri. Esaminiamo il problema di questi due atteggiamenti.

Anzitutto, cosa c’è di sbagliato nel ritenersi giusti? Non è sbagliato sperare di essere in stato di grazia: è ciò che dobbiamo fare prima di ricevere la Santa Comunione. Il fariseo, nella parabola, peccò perché si riteneva giusto confidando in sé stesso. Pensava di aver ottenuto giustizia attraverso le sue buone opere. Ma il tipo di giustizia che ci rende grati a Dio non è questo: è il dono che Egli fa ai Suoi figli. Essa è infusa nel nostro cuore dallo Spirito Santo. Le buone azioni sono la conseguenza di questa giustizia, non la sua causa. Anche se il fariseo dice: Signore, Vi ringrazio perché non sono come gli altri uomini, Egli non ringraziava Dio, ma Lo chiamava a testimone della sua virtù.

In secondo luogo, è impossibile disprezzare gli altri senza ritenersi giusti. Disprezzare gli altri qui significa non solo notare che qualcuno ha commesso qualche peccato che noi non abbiamo commesso, ma ritenere inevitabile che gli saremo sempre superiori. Ma come può essere inevitabile, se tutta la giustizia viene da Dio, e visto che, come dice la colletta odierna, Egli manifesta la Sua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo? Quando Nostro Signore ci dice Non giudicate, ciò non significa che non possiamo notare se qualcuno abbia commesso un peccato, ma che non dobbiamo mai giudicare che una persona è senza speranza. Queste parole di Cristo significano che quando sentiamo che qualcuno ha commesso un peccato grave, dobbiamo pensare che costui può ancora essere un santo in cielo, e molto più in alto di noi.

Ma notate un piccolo dettaglio che Gesù mette nella parabola. Il pubblicano si percuoteva il petto mentre pregava per ottenere misericordia. Questo è un uso cristiano. Non credo ci siano descrizioni nell’Antico Testamento di persone che si battono il petto privatamente come segno di colpa, anche se ci sono alcune profezie, in Isaia e Nahum, che parlano di persone che lo fanno in segno di lutto. L’uso di battersi il petto durante il Confiteor della Messa sembra essere molto antico. Sant’Agostino lo menziona in un sermone al popolo di Ippona: “Alla parola Confiteor – dice – vi battete il petto. Cos’è questo, se non confessare ciò che in esso è nascosto, e con un colpo visibile castigare un peccato invisibile?”.

L’unione del corpo e dell’anima è così intima che ciò che facciamo all’uno colpisce l’altra. Inginocchiarsi in preghiera o battersi il petto non è solo un segno di umiltà o di compunzione; in realtà, ciò rende più facile praticare l’umiltà o sentire la compunzione. Allo stesso modo, omettere i gesti corporei appropriati non significa solo pregare con metà di sé stessi, cioè con l’anima senza il corpo, ma anche rendere più difficile la preghiera per l’anima stessa. Se molti cattolici negli ultimi decenni hanno, ahimè, perso tutta o parte o gran parte della loro fede nella presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento, non penso che prima abbiano perso la fede e poi abbiano cessato di manifestarla esteriormente. Più comunemente, è il contrario: hanno cessato di onorare il Signore nel Sacramento del Suo amore, inginocchiandosi o genuflettendo o prostrandosi, e poi, di conseguenza, hanno cessato di credere, o almeno la loro fede si è indebolita. In questi nostri giorni, in diverse chiese di tutto il mondo si dice ai cattolici che non possono inginocchiarsi per ricevere il Signore, o che devono prendere l’Ostia santa nelle proprie mani se vogliono riceverla. In questo modo, si fa una violenza ingiusta alle coscienze di molte persone, e si impone una pratica che non è richiesta da nessuna legge della Chiesa. In questa domenica dell’umiltà, preghiamo perché ciò finisca e che Dio conceda a tutti noi di riceverLo con umiltà interna ed esterna.

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