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VITA – Antilingua e grandi aziende a sostegno dell’aborto

Zoom: una notizia alla settimana22 Agosto 2022
Testo dell'audio

Davvero a volte “basta la parola”, come recitava lo slogan di una vecchia pubblicità. È il caso del sostantivo «feto». Cercandone la definizione sul principale motore di ricerca Internet al mondo, Google, quella proposta così recita: «Il prodotto del concepimento dei mammiferi durante la vita intrauterina, dalla comparsa dei caratteri distintivi della specie al parto; nella specie umana, il prodotto del concepimento dalla fine del secondo mese di vita intrauterina fino alla nascita». Un incredibile esercizio d’acrobazia lessicale, che evita in qualsiasi punto di parlare di «bambino».

Lo stesso, qualora si cercasse la definizione su Wikipedia: «Stadio dello sviluppo prenatale degli organismi vivipari già dotato delle forme e delle caratteristiche della relativa specie. Il feto, diversamente dall’embrione, non subisce particolari modificazioni negli organi, ma questi maturano strutturalmente e funzionalmente fino al parto. Il passaggio da embrione a feto nella specie umana avviene intorno al 60°-70° giorno dal concepimento». Come a dire, ha già tutte le caratteristiche dell’essere umano fatto e finito, ma guai a definirlo tale. Lo stesso sul vocabolario online della Treccani: «Il prodotto del concepimento dei mammiferi considerato durante il suo sviluppo intrauterino; il termine in passato veniva usato solo con riferimento al periodo, che comincia con la riconoscibilità dei caratteri morfologici della specie (nella specie umana, tra la fine del 2° mese dal concepimento ed il compimento della gestazione), mentre si preferiva chiamare embrione lo stadio precedente». L’elenco potrebbe continuare. «Prodotto» o «stadio», ma «bambino» o «persona» mai, benché lo si ammetta «già dotato delle forme e delle caratteristiche della relativa specie». È l’antilingua, signori!

L’organizzazione Students for Life of America, che ha notato l’anomalia, si è accorta anche di un altro particolare: «Google ha modificato la definizione di “feto” per non includere la parola “bambino”», ha scritto in un post su Twitter. Lo stesso avrebbero fatto l’ACOG-American College for Obstetricians and Gynecologists e la multinazionale dell’aborto, Planned Parenthood. «Non vogliono che sappiate la verità: un feto umano è un bambino», commenta Students for Life. La fonte della definizione proposta da Google sarebbe Oxford Languages, utilizzata tuttavia anche da altri siti specializzati, come Lexico, i quali ciò nonostante riportano ancora esplicitamente il termine «bambino», non lo hanno cancellato. «La nuova definizione di Google si adatta meglio ad un programma pro-aborto, non alla scienza. I medici confermano che i feti sono bambini non ancora nati, esseri umani unici e viventi», commenta in merito l’agenzia InfoCatólica. Che aggiunge: «Google ha una storia di politiche di sinistra favorevoli all’aborto. È stato ripetutamente accusato di censurare le informazioni fornite dai fautori della vita. Qualche anno fa il celebre motore di ricerca ha definito “propaganda” il film pro-life Unplanned sulla vita dell’ex-direttrice di Planned Parenthood, Abby Johnson».

Ha rincarato la dose su di un’altra agenzia, LifeSiteNews, la dottoressa Heidi Overton, direttrice del Center for a Healthy America presso l’America First Policy Institute: «La sinistra – ha dichiarato – continua a dire di “seguire la scienza”, tranne quando si tratta del dibattito sull’aborto».

Non solo. Anche la multinazionale americana della grande distribuzione Walmart, proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, pagherà con appositi piani sanitari alle proprie dipendenti, residenti negli Stati Usa ove abortire sia diventato illegale, i costi di viaggio e clinica per recarsi laddove uccidere i propri figli in grembo sia ancora possibile, nel raggio di 100 miglia. Lo ha rivelato l’emittente CNBC, citando una mail inviata da Donna Morris, responsabile del personale di Walmart, azienda che, per la verità, a differenza di altre, coprirà le spese non solo per far abortire, bensì anche per parto, assistenza prenatale e adozione.

Il deputato repubblicano del Texas, Michael Cloud, si è detto preoccupato del fatto che le grandi aziende – come Walt Disney, Warner Bros, Netflix, Google, Apple, Meta o Microsoft e molte altre – «facciano pressioni sulle donne, affinché abortiscano, invece di prendersi un periodo di congedo per maternità. Le donne devono sentirsi sostenute nella loro decisione di conciliare famiglia e lavoro. Se queste aziende sfruttano le donne col pretesto dell’accesso all’aborto, allora abbiamo un problema serio». Per questo ha scritto a tali imprese, chiedendo loro spiegazioni circa le politiche di gestione del personale attuate in merito, deciso ad evitare una sorta di “induzione all’aborto” diretta o indiretta, voluta o meno.

Non a caso molte di queste aziende devono già affrontare diverse denunce giunte con l’accusa di discriminazione nei confronti delle dipendenti in dolce attesa, coloro che hanno scelto la vita e che oggi lamentano una disparità di trattamento nei confronti delle colleghe, completamente spesate per abortire.

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