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Un anelito di infinito in un poeta materialista

Arte e Cultura15 Luglio 2019
Testo dell'audio

È ben noto il materialismo e il sensismo di cui abbondano le composizioni di Giacomo Leopardi. Un aspetto che si tende, invece, a ignorare è quanto bisogno di Assoluto ci fosse in uno spirito tanto travagliato e come questa traboccante necessità traspaia soprattutto dalle pagine dei suoi appunti.

Non è possibile parlare di Recanati e non pensare a quello che è stato uno dei massimi autori del nostro Paese, un uomo dall’intelletto vivacissimo e dalla geniale vena lirica: Giacomo Leopardi. In questa occasione vogliamo proporre, però, solo uno spunto di riflessione, senza avere la pretesa di spiegare i contenuti e le tematiche della sua opera poetica.

È ben noto il materialismo e il sensismo di cui abbondano le sue composizioni. Un aspetto che si tende, invece, a ignorare è quanto bisogno di Assoluto ci fosse in uno spirito tanto travagliato e come questa traboccante necessità traspaia soprattutto dalle pagine dei suoi appunti, ad esempio quando scrive: Son opra tua pur io: né mi fa credere. Che me tu lascierai fra tante pene (per una donna inferma di malattia lunga e mortale, scritta nella primavera del ‘19 e poi non pubblicata).

Ancora, negli Idilli, da lui stesso definiti «esperimenti, situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo», e in particolare ne L’infinito, l’autore si bea nell’immergere il proprio io nella sensazione di assoluto. Immaginando interminati/spazi di là da quella (siepe) e sovrumani silenzi e profondissima quiete, si proietta in una dimensione metafisica che è dolce e piena (e il naufragar m’è dolce in questo mare) e riesce a far tacere le sue tante domande e i suoi affanni.

Il dolore del poeta, dunque, va ben al di là dell’esperienza materiale, è un dolore trascendente, così come la sua brama di conoscenza non si limita al sapere dei libri e il suo “Forse s’avess’io l’ale…” suggerisce esigenze di ben diversa natura.

Del resto, la sua formazione è religiosa. Monaldo è cattolico, la sua biblioteca, di più di 15.000 volumi è il regno dove il giovane Giacomo passerà la sua lunga e “disperatissima” stagione di studio. Le sue radici sono lì. In quella casa, in quella famiglia da cui ha avuto origine, da cui ha tentato di fuggire con ogni mezzo.

Ma recidere un simile legame è impossibile, perché un anelito di infinito torna sempre a farsi sentire. Non a caso il suo rifiuto della fede cristiana non sarà mai privo di sofferenza e al riparo dai dubbi, in una lettera al padre dichiarerà di non essere mai stato irreligioso, ciò nonostante non avrà mai la capacità di affidarsi interamente alla fede.

Il pessimismo disarmante, la delusione storica, la costante polemica contro il cattolicesimo (in primo luogo quello liberale) sembrano, così, spie di un bisogno di consolazione che solo in Dio può trovare riposo.

La tragicità dell’esperienza umana di Giacomo Leopardi non fa altro che avvalorare le parole di sant’Agostino quando afferma:

“Come in Dio è la beatitudine dell’uomo così nell’assenza di Dio è la sua infelicità”.

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Questo testo di Roberta Mochi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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