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Santa Giacinta Marto

Santi: ritratti di fede01 Marzo 2020
Testo dell'audio

Il 20 febbraio, vigilia della scoperta del primo contagiato per Coronavirus in Italia, si è celebrato un centenario di grande importanza, perlopiù silenziato dalla Chiesa e dai massmedia: quel giorno avvenne il dies natalis di santa Giacinta Marto, beatificata da Giovanni Paolo II il 13 maggio 2000 e proclamata santa il 13 maggio 2017 da papa Francesco, in occasione del centenario della prima apparizione della Madonna di Fátima. Il suo corpo è venerato nel Santuario di Fátima, insieme a quello del fratello Francesco e della cugina suor Lucia dos Santos. Santa Giacinta Marto morì a causa della pandemia del virus della Spagnola (influenza H1N1), come suo fratello. Fra il 1918 e il 1920 la pandemia causata da quel virus contagiò circa 500 milioni di persone, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell’Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso dai 50 ai 100 milioni di individui (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell’epoca), con più vittime, quindi, della peste nera del XIV secolo.

Giacinta Marto, con la sua brevissima vita, dieci anni appena, ha dato testimonianza della fede, ha obbedito ai richiami della Madonna, ha sacrificato la sua vita per i peccatori, la Chiesa e il Papa.

Uno dei divertimenti preferiti da lei, santa Jacinta de Jesus, dal fratello maggiore, san Francisco de Jesus, e dalla cugina, la serva di Dio Lúcia de Jesus Rosa dos Santos, era quello, mentre pascolavano il gregge, di gridare ad alta voce, dall’alto dei monti, seduti sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna.

A volte Giacinta, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia, recitava tutta l’Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l’eco riproduceva per intero quella precedente. La Madonna scelse proprio Giacinta, Francesco e Lucia per rivelare, nel 1917, i rimedi che l’umanità e la Chiesa avrebbero dovuto prendere per combattere errori e guerre: la recita del Santo Rosario, la lotta contro il peccato, la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria.


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Il 12 settembre 1935 le spoglie di Giacinta furono trasportate da Vila Nova de Ourém a Fatima. Quando la bara fu aperta si attestò che il volto della piccola veggente era incorrotto. Venne scattata una fotografia e il Vescovo di Leiria, Monsignor José Alves Correia da Silva (1872-1957) ne inviò una copia a suor Lucia che, nei ringraziamenti, accennò alle virtù della cugina.

Tale fatto indusse il Monsignore ad ordinare alla monaca di scrivere tutto ciò che sapeva della vita di Giacinta, ecco che nacque la Prima Memoria, che l’autrice terminò nel Natale dello stesso 1935. Trascorsero due anni dalla Prima Memoria e il Vescovo di Leiria ordinò a Suor Lucia di scrivere, in tutta verità, la sua vita e le apparizioni mariane, così come erano avvenute. Suor Lucia obbedì, scrivendo la Seconda Memoria dal 7 al 21 novembre 1937.

In una lettera del 31 agosto 1941, indirizzata a padre Giuseppe Bernardo Gonçalves SJ, Lucia spiega come nacque la Terza Memoria: «Mons. Vescovo… mi ordinò di ricordare qualsiasi altra cosa che avesse relazione con Giacinta, per una nuova edizione che vogliono stampare. Quest’ordine mi penetrò nell’anima come un raggio di luce…».


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Fu proprio con questo scritto che Fatima raggiunse dimensioni internazionali. Sorpresi dai racconti della Terza Memoria, monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva e don Galamba conclusero che Lucia, nelle relazioni anteriori, non aveva detto tutto e che nascondeva ancora degli elementi. Dunque, il 7 ottobre 1941, la monaca riceve il nuovo ordine di scrivere qualsiasi altra cosa che avesse potuto emergere dagli accadimenti di Fatima.

Fu così che l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dello stesso anno, l’autrice consegnò il manoscritto. È proprio da questa Terza Memoria che veniamo a conoscere da vicino santa Giacinta Marto, nata alla terra l’11 marzo 1910 e nata al Cielo a Lisbona il 20 febbraio 1920.

Era la primavera del 1916 quando l’Angelo del Portogallo (così si identificò) comparve a lei, al fratello e alla cugina, anticipando l’arrivo di Nostra Signora di Fatima. Lucia e Giacinta (come accadrà anche con la Madonna), potevano vedere e sentire; la prima poteva anche colloquiare, mentre Francesco vedeva soltanto. L’Angelo, che portò l’Eucaristia e li comunicò, per tre volte pregò: «Mio Dio! Io credo, adoro, spero e Vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Vi amano». Poi disse: «Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche».


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L’incantevole innocenza di Giacinta rende oggi ancora più orripilante ciò che la cultura dominante perpetra ai danni proprio dell’infanzia. L’infanzia vissuta cristianamente è serenità, pace, tranquillità, armonia, stabilità, equilibrio, naturalità e, quando Dio chiama, anche santità.  La naturalezza del comportamento e degli atteggiamenti di Giacinta, con le apparizioni, raggiunsero un livello di straordinario misticismo: la grazia corrisposta diede vita a prodigiose altezze di virtù. Cresciuta in una famiglia cattolica, aveva coltivato la fede con la preghiera, mentre il suo temperamento era forte, volitivo e aveva una predisposizione per il ballo e la poesia.

Era espressione manifesta del brio, dell’entusiasmo, della spensieratezza. Saranno gli accadimenti del 1917 a mutare i suoi interessi e più non ballerà, assumendo un aspetto serio, modesto, amabile. Il profilo che Lucia tratteggia della cuginetta è di forte ammirazione, ne emerge il ritratto dei puri di cuore, i cui occhi parlano solo di Dio. Giacinta divenne insaziabile nella pratica del sacrificio e delle mortificazioni, e in particolare faceva penitenze per salvare anime peccatrici destinate all’Inferno, così come aveva invocato la Madre di Dio, quell’Inferno che la Madonna rese visibile, tangibile ai tre veggenti.

Agli inizi del mese di luglio del 1919, Giacinta entrò in ospedale a Lisbona, colpita dall’epidemia spagnola. Sua madre le chiese che cosa desiderasse e la piccola chiese la presenza di Lucia. La visita fu tutto un parlare delle sofferenze offerte per i peccatori al fine di allontanarli dall’Inferno e per il Sommo Pontefice.

Disse santa Giacinta: «Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l’occasione, non ti nascondere. Di’ a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle mani di Lei. S’io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!».

Fece scrivere a Lucia che la Vergine le era apparsa e che le aveva comunicato il giorno e l’ora della sua morte. Morì povera e sola, senza nessuno accanto e senza neppure la consolazione della Santa Comunione, che le venne negata: ennesima vessazione che ricevette, insieme al fratello e alla cugina, da parte delle autorità sia civili, che religiose. La rinuncia a ricevere Gesù fu l’ultimo suo sacrificio e il più sofferto.

Scrive Padre Serafino Tognetti Cfd nella biografia dal titolo Giacinta, edito da Etabeta per il centenario della santa: «In visita ufficiale in Portogallo, nel 1985, il Presidente Ronald Reagan stupì tutti affermando davanti al Parlamento portoghese: “Le preghiere delle persone semplici come i pastorelli di Fatima hanno più potere di tutti i grandi eserciti del mondo”».

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