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San Giuseppe Freinademetz, L’amore del prossimo nell’amore di Dio

Storia12 Febbraio 2021
Testo dell'audio

San Giuseppe Freinademetz dell’Alto Adige è il primo santo della Val Badia e dell’Alto Adige. Missionario, fu pioniere dei Verbiti in Cina e rappresenta quella semplice, austera fedeltà del popolo ladino, che ha dato una lunga tradizione di laboriosità, di testimonianza e di fedeltà silenziosa alla Chiesa Cattolica. Era nato nel villaggio di Oies il 15 aprile del 1852. Giuseppe era il quarto di tredici figli in una famiglia contadina di grande fede. Si cominciava con l’Angelus e si terminava con la recita del S. Rosario davanti ad un piccolo altarino posto nell’angolo della stube, com’era consuetudine.

Suo padre, Giovanmattia, come tradizione, si recava ogni settimana, dalla primavera all’autunno, in pellegrinaggio nell’antichissimo Santuario della Santa Croce con i figli, assisteva alla S. Messa nella Chiesa di S. Leonardo, a venti minuti di cammino sotto Oies. Ancora oggi, partendo dall’edificio sacro è possibile immettersi in un sentiero di meditazione, che passa dai masi Fistì e Larzonei, scandito dalle Stazioni della Via Crucis ed interamente dedicato alla vita del santo, sentiero che si snoda tra prati e boschi.

Giuseppe fu ordinato sacerdote nella Diocesi di Bressanone, dove aveva concluso gli studi del ginnasio e teologia. Dopo solo due anni di ministero svolto a San Martino di Badia come Cappellano, si congedò il 18 agosto 1878 dalla sua piccola comunità per andare a Steyl (Olanda). Lì, Arnold Janssen aveva da poco fondato l’Ordine dei Verbiti, primo Istituto missionario della Chiesa Cattolica nella zona tedesca. Freinademetz vi aderì con slancio, deciso a prepararsi bene per la vocazione più grande cui il Signore lo chiamava.

Nella missione ricoprì incarichi di Pro-vicario, di Rettore di Seminario, di Superiore in diverse sedi missionarie: per questo dovette viaggiare spesso per lo sconfinato territorio affidato alla giovane Congregazione dei Verbiti. Quando entrò in missione trovò 158 cristiani; alla sua morte ne lasciò più di 40 mila.


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Padre Giuseppe non aveva certamente la stoffa del capo o del teologo e non ha fondato nessuna Congregazione religiosa, né è mai diventato vescovo e non ha scritto libri. Il suo ruolo era piuttosto secondario, anche se è stato amministratore e Provinciale. Non è morto martire, ma è rimasto vittima, come altri, di una epidemia di tifo. Morì il 28 gennaio 1908 a Taikia, nello Shantung meridionale. Paolo VI il 19 ottobre 1975 lo ha beatificato assieme al fondatore dell’Ordine dei Verbiti, Janssen. Il 5 ottobre 2003 Giovanni Paolo II ha canonizzato ambedue.

Dalle testimonianze dei suoi fedeli cinesi e della gente che visse con lui, è emerso come Padre Giuseppe Freinademetz fosse sicuramente un santo dell’amore del prossimo. Era solito dire: «La lingua dell’amore è l’unica lingua che tutti gli uomini comprendono». Non volle mai tornare in Patria. Visse da cinese tra i cinesi fino a confondersi con loro, vestito come loro e fra loro sepolto. Quando morì, un suo fedele disse: «è come se avessi perso il padre e la madre». Vivendo con loro e per loro ha tessuto una preziosa eredità, da lasciare a tutti i Missionari Verbiti ed a tutta la Chiesa: realizzare tra i lontani, tra i pagani l’amore di Dio.

Fra i pilastri della vita interiore di Padre Giuseppe va distinto quanto fosse suo patrimonio caratteriale e quanto frutto di una sua collaborazione con la Grazia. Ciò che colpisce di più è la semplicità e l’essenzialità della sua vita interiore, sostenuta da pochi, fondamentali principii, in grado di condurlo direttamente al fine, scartando implacabilmente ogni deviazione. Egli tende decisamente verso Dio solo, vivendo in un cammino del nulla, sostenuto dalla cosiddetta “teologia dei piccoli atti”.


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Scrisse il 29 agosto 1878: «La vita sulla terra non è uno scherzo». E lui la prese assolutamente sul serio: v’è questa consapevolezza, come lui stesso ha confidato, all’origine della sua vocazione missionaria. Chi l’ha conosciuto, ha confermato che era un’incarnazione della bont à. Bontà, che non gli impediva di vedere il male, di cui anzi si faceva volentieri carico per convertirlo in bene, con pietà infinita, specchiandosi nel Cristo crocifisso, a imitazione di Gesù, di Cui era profondamente innamorato.

Questo testo di Rosanna Raffaeli Ghedina è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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