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San Giovanni d’Avila, neo dottore della Chiesa

Storia11 Settembre 2020
Testo dell'audio

In un secolo che non mancava né di corruzione e violenza, né di straordinari esempi di santità (come, per nominare solo gli ispanici, Pietro d’Alcantara, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola, Francesco Borgia, Giovanni di Dio), san Giovanni fu il sacerdote cattolico zelante, pio, dotto, fermo e di dottrina sicura, così come lo desiderava, per rinnovare la cristianità, il coevo Concilio di Trento (1545-1563). Secondo il suo biografo Jimenez Duque, il padre del mistico, Alfonso de Avila, «proveniva da una famiglia di cristiani nuovi, cioè di convertiti dal giudaismo, e questa ombra accompagnerà Giovanni per tutta la vita». La madre Caterina invece era aristocratica di elevato lignaggio.

Dopo gli studi a Salamanca e Alcalà (in cui ebbe maestro Domenico de Soto) e quindi presso il Collegio domenicano di Siviglia, iniziò sia una intensa attività di predicazione e di apostolato presso tutte le classi sociali, sia un profondo lavoro di studio, meditazione e approfondimento teologico e biblico. Predicò per tutta la vita in varie zone della Penisola iberica, specie in Andalusia di cui fu l’apostolo, provocando moltissime conversioni, sia di ebrei e musulmani, che di cristiani tutt’altro che ferventi com’era prima di conoscere il santo, il futuro Giovanni di Dio. Divenne celebre e ricercato anche nelle Corti, e fu amico e guida di vari santi riformatori come Ignazio di Loyola e Teresa di Gesù, con cui ebbe fu in corrispondenza.

Come frutto dei suoi anni di studi e ricerca, ci restano notevoli opere di teologia, di mistica e soprattutto di spiritualità. Oltre al magnifico Epistolario (di circa 250 lettere) e all’operetta spirituale Audi filia – assimilabile alla Filotea, e redatta in parte mentre era nelle carceri dell’Inquisizione, in cui passò 2 anni – scrisse il Trattato dell’Amore di Dio, il Trattato sul sacerdozio, un Catechismo, e vari commentari biblici (specie alle lettere paoline). Pochi autori però ricordano il fatto che san Giovanni non riuscendo a partecipare al Concilio di Trento, come invece auspicato dal vescovo di Granada Pedro Guerrero che lo incardinò nella sua diocesi, fece pervenire ai Padri conciliari due Memoriali (o Memorandum) che fissano i punti fermi della vera riforma della Chiesa.

Il primo di questi ha come oggetto la ripresa di fervore e la lotta agli abusi all’interno dello Stato Ecclesiastico, visto dal santo come supremo e principale nella Chiesa, senza alcuna uguaglianza giuridica né tra laici e chierici, né tra basso clero e vescovi. Il secondo Memoriale si occupa delle “Cause e rimedi alle eresie” ed è incentrato sul doveroso contrasto teologico e dottrinale che il buon sacerdote cattolico ha l’obbligo di praticare nei confronti degli errori della Riforma, e delle eresie in genere.


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Per il santo infatti la santità di vita a cui tutti i battezzati sono vocati, sacerdoti in primis, è inseparabile dalla purezza dottrinale della fede, anzi è soltanto dall’adesione piena e assoluta al Vangelo di Cristo (sine glossa) che può venire la correzione di rotta, e non da accorgimenti o esperimenti tutti umani. In ciò possiamo cogliere anche una grande lezione per l’oggi della Chiesa, travagliata tra le esigenze di fedeltà alla Tradizione e gli equivoci, che parrebbero inestricabili, dell’“aggiornamento”.

Assieme ad altri sacerdoti amici e condiscepoli, e temendo che l’eresia luterana arrivasse anche in Spagna, non si limitò a predicare al popolo, ma fondò collegi minori e maggiori (a Jerez, Cordova, Siviglia, Cadice, etc.), aventi a volte, come quello di Baeza, dignità di Facoltà universitaria di teologia. Secondo il santo infatti, bisognava ripartire dalla formazione del clero se si voleva correggere l’andazzo lasso e mondano di parte delle classi agiate, sedotte dai fumi della cultura umanistico-rinascimentale. Al tempo stesso, il clero doveva essere esemplare in fatto di penitenza, ascesi, mortificazione e rifiuto di ogni mondanità e ricercatezza.

Nell’Epistolario è ben visibile la sua dottrina della perfezione sacerdotale, fatta di zelo e impegno di vita cristiana senza compromessi, ma anche di una splendida e significativa connotazione mariologica. Secondo il suo discepolo e biografo, il venerabile Luis de Granada, il Padre d’Avila come visse sempre povero e mortificato, così con gran coraggio rifiutò molti onori e privilegi, quali l’episcopato di Segovia e di Granada, e perfino il cardinalato, quest’ultimo offertogli da Papa Paolo III. Parrebbe che alla notizia del suo santo trapasso, la santa riformatrice del Carmelo esclamò: «Piango la Chiesa che ha perduto una grande colonna».


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Questo testo di Fabrizio Cannone è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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