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San Giorgio… tra storia e leggenda

Storia02 Ottobre 2020
Testo dell'audio

Nella vita di San Giorgio storia e leggenda si fondono in uno stretto legame. Si sa poco della sua vita e, purtroppo, su quello che si sa non vi è alcuna certezza. Così abbiamo la storia del soldato romano Giorgio dal Passio Georgii, che però il “Decretum Galisianum” già nel 469 indicava come testo apocrifo.

Secondo questo testo Giorgio era un giovane proveniente dalla Cappadocia, figlio di Gerenzio dal quale venne educato alla religione cristiana. Cresciuto, trovò occupazione nell’esercito romano (secondo altre fonti era l’esercito del Re di Persia Daciano) e distinguendosi per il suo valore arrivò a ricoprire la carica di tribuno. Quando però Diocleziano emise l’editto del 303, con il quale iniziava la grande persecuzione dei cristiani nell’Impero Romano, Giorgio donò tutti i suoi beni ai poveri e strappò l’editto. In seguito a questo gesto venne portato di fronte a un tribunale dove si dichiarò cristiano e rifiutò l’invito ad abiurare venendo condannato a morte. Il testo De situ terrae sanctae di Teodoro Perigeta, del 530 ca., attesta che a Lydda in Palestina, attualmente una zona presso Tel Aviv, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio.

Il culto di questo Santo sembra iniziare subito dopo la sua morte e la Passio Georgii venne presto tradotta in latino, armeno, arabo; probabilmente iniziando un processo a macchia d’olio che renderà la devozione di san Giorgio diffusissima. Attorno alla storia principale gli agiografi iniziarono a tessere episodi di fantasia che lo volevano una volta a vincere un mago di nome Atanasio, che riuscì a convertire, una volta a resuscitare, convertendo così Anatolio, “Magister Militum”, con tutti i suoi soldati, o un’altra volta ancora ad entrare in un tempio pagano e abbattere degli idoli con un semplice soffio.

Ma è attribuita nel periodo medievale la nascita dell’episodio che nei secoli a venire segnerà il Santo non solo nell’iconografia. Questo episodio narra del combattimento contro un drago presso la città di Silene in Libia. In uno stagno nei pressi di questa città viveva un drago che tramite esalazioni e aria corrotta portava morte agli abitanti del luogo; allo scopo di placargli la fame e tenerlo, così, lontano, i cittadini decisero di trarre a sorte giovani vittime dalla popolazione per offrirgliele in pasto. Un giorno però toccò alla figlia del re della città. Il monarca, dopo vani tentativi di sottrarla alla morte, si arrese e lasciò andare la fanciulla, che, però, nel recarsi allo stagno incontrò un giovane cavaliere: era san Giorgio.


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Questi, messo a corrente dell’accaduto, ingaggiò una lotta contro il drago ferendolo con la sua lancia. Poi disse alla fanciulla di legare la sua cintura al collo del drago e di condurlo alla città; all’arrivo del drago nella città, il Santo proferì queste parole alla popolazione: “Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. La popolazione si convertì e san Giorgio uccise il drago. Di questo episodio vi sono molteplici spiegazioni: secondo alcuni deriva da una cattiva interpretazione di una antica rappresentazione di Costantino nell’atto di schiacciare un serpente, secondo altri il drago deriva dal soprannome dato dai cristiani a un feroce governatore al servizio dell’imperatore romano, secondo altri ancora è la semplice trasposizione di qualche mito pagano come quello di Perseo nel quale vi è l’uccisione di un mostro.

Quest’ultima, forse troppo legata ad una visione che segue archetipi, non tiene conto della differenza tra eroe pagano ed eroe cristiano. Questa differenza era stata ben messa in luce da Tolkien nella composizione di un breve dialogo, composto in seguito alla traduzione di un antico poema sulla Battaglia di Maldon, ritenuto da molti un punto di snodo nella poetica tolkieniana. In questa battaglia, avvenuta nel 991 nell’Essex, si scontrarono gli Inglesi e gli invasori vichinghi con la sconfitta dei primi. Una sconfitta che, secondo l’autore del poema, era dovuta alla superbia del condottiero degli Inglesi che, pur avendo un vantaggio di territorio, decise di rinunciarvi perché, seppure cristiano, era ancora legato alla mentalità pagana, mettendo a rischio il proprio esercito per la personale ricerca di gloria.

 


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Questo testo di Mario Bernardi è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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