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San Colombano, un missionario venuto dal Nord

Storia22 Maggio 2020
Testo dell'audio

San Colombano nacque in Irlanda, a Leinster, intorno al 540. Al suo nome è legata la redazione della regola monastica di stampo irlandese che ebbe maggiore influenza sul monachesimo occidentale. Tale regola, pensata per monasteri che contavano talora migliaia di monaci, univa, ai voti ordinari di povertà, castità e obbedienza, la pratica della mortificazione, che spesso assumeva forme molto singolari, come ad esempio le lunghe preghiere recitate stando in piedi nell’acqua gelida o con le braccia in croce, le prostrazioni, i digiuni quasi continui.

Le notizie relative alla vita di Colombano sono piuttosto scarse: la fonte principale è l’opera di Giona da Bobbio intitolata Vitae Columbani abbatis discipulorum que eius (Vite dell’abate Colombano e dei suoi discepoli), redatta tra il 638 e il 642.

Si sa che Colombano venne alla luce in una famiglia benestante e che fu avviato fin dalla fanciullezza allo studio delle atti liberali. Maturò la sua vocazione religiosa intorno ai venti anni, e in tale scelta fu determinante l’incontro con una devota pellegrina, che lo esortò ad abbracciate la fede e lo invogliò a realizzate un pellegrinaggio al di là del mare.

Trasferitosi nell’Irlanda settentrionale, fu discepolo di un certo Senile (probabilmente Sinell, monaco della comunità di Cluain-Inis) e più tardi entrò nel monastero di Benechor, dove fu ordinato sacerdote. Presso questo cenobio trascorse svariati anni, dedicandosi a una vita di ascesi, di preghiera e di studio.


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Successivamente, insieme ad altri dodici compagni, iniziò il suo viaggio missionario nel continente, dirigendosi in Bretagna, dove giunse probabilmente intorno al 590. Colombano rispondeva, in tal modo, a un’esigenza profondamente avvertita da tutti i monaci irlandesi, ovvero quella di “peregrinare” per Dio.

La popolazione della Gallia, presso la quale il monaco operò, aveva già abbracciato il Cristianesimo, ma egli era convinto che fosse comunque necessario un annuncio del Vangelo che risvegliasse nei franchi la virtù religiosa e contribuisse a dare maggior concretezza alla loro fede.

Il re fianco accolse Colombano e i suoi compagni di buon grado e volle che insediassero la loro comunità entro i confini del regno. Così avvenne: la prima sede della comunità monastica fu ad Annegrey, successivamente, anche per il diffondersi della fama di santità del monaco irlandese, fama che nel frattempo aveva richiamato molti pellegrini e determinato l’aggregarsi di nuovi monaci alla comunità primitiva, fu costruito un nuovo centro, a Luxeuil, che divenne il luogo dal quale il monachesimo irlandese si diffuse in tutta Europa. Qui Colombano visse per vent’anni e scrisse le Regule (Regole) e il Poenitentiale (Penitenziale), ma ben presto entrò in conflitto con i vescovi locali, dei quali aveva cominciato a criticare i costumi corrotti e dalla cui autorità tendeva a mantenersi autonomo.


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Oltre a tali motivi di divergenza, vi era una questione legata alla celebrazione della Pasqua, che Colombano continuava a computare con un calcolo diverso rispetto a quello della Chiesa di Roma, seguendo cioè le tradizioni irlandesi. Convocato di fronte a un sinodo per rendere ragione delle sue posizioni, non si presentò.

Nonostante l’opposizione che alcuni prelati cominciarono a fargli, la venerazione popolare nei suoi riguardi cresceva sempre di più e il prestigio di Luxeuil aumentava in tutta la regione. Qualche anno dopo, però, creatasi una grave frattura tra lui e il Re Teodorico, al quale il monaco rimproverava gli adulteri di cui il sovrano si era macchiato, Colombano fu costretto, anche in conseguenza del sorgere di altri contrasti di ondine politico, ad abbandonare Luxeuil: era l’anno 610, e Colombano andò prima in Neustria (la parte nord-occidentale del Regno dei Franchi all’epoca dei Merovingi), poi in Austrasia (la parte nord-orientale), da dove raggiunse il lago di Costanza, per convertire gli alemanni.

Pochi mesi dopo si recò in Italia, dove venne accolto dal re longobardo Agilulfo. Durante la permanenza in Italia, Colombano si schierò decisamente contro l’eresia ariana, che trionfava tra i longobardi, scrivendo un libretto che taluni studiosi hanno identificato con il sermone De Fide forse Io stesso Agilulfo a concedere a Colombano e ai suoi monaci un oratorio diroccato e un pezzo di terreno a Bobbio, sull’Appennino tosco-emiliano. E fu proprio qui che il santo monaco mori, il 23 novembre 615.


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Come abbiamo già ricordato, Colombano esercitò il suo grande zelo missionario presso i franchi, gli alemanni e i longobardi. La sua attività costituì un esempio di sapienza e di fermezza: egli seppe intrattenete rapporti con le varie corti, ma non esitò a scontrarsi con i sovrani ogni qualvolta si accorse che venivano messi in discussione alcuni capisaldi della fede, che egli difese con tutto se stesso, con la testimonianza e la dottrina, che nella sua persona furono sapientemente ed equilibratamente unite.

Anche dopo la sua morte e la scomparsa della generazione dei suoi diretti discepoli, l’istituzione da lui fondata ebbe un’enorme diffusione e alla sua regola aderì un grandissimo numero di seguaci; quando si voleva fondare un monastero, si chiedevano monaci a Luxeuil, tanta era la stima che se ne aveva.

C’è da dire, però, che la regola colombaniana che andò diffondendosi dopo la morte del suo fondatore non rispondeva più a quelle esigenze di severità e austerità che egli aveva fortemente voluto, ma che molti dopo di lui avevano cominciato a ritenere eccessive. Così Verdeberto, successore di Colombano dopo Eustasio, temperò il rigore della regola colombaniana attuando l’integrazione di quest’ultima con la più mite regola benedettina.

 

Questo testo di Maurizio Schoepflin è stato tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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