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Questo grido di giubilo e di salvezza

Liturgia14 Maggio 2020
Testo dell'audio

Non soggiorniamo forse, noi poveri peccatori quaggiù in esilio, lontani dalla patria della pace eterna? La nuova Gerusalemme beata è la nostra vera Patria: già ora essa è per noi, quaggiù, la massima gioia della vita e il più indimenticabile amore del cuore. Il ricordo della Sion celeste ci provoca una profonda tristezza nell’anima, e le “lacrime di nostalgia” non cessano nei nostri occhi, perché peregriniamo ancora in terra straniera e sediamo sulle rive “dei fiumi” della “Babilonia” mondana.

Questa Babilonia seduce al godimento e alla voluttà, al gioco e alla leggerezza, con la sua coppa dei piaceri cerca di ubriacare chiunque: qui bisogna resistere alla tentazione e salvarsi dalla perversione. Non dobbiamo lasciarci trascinare dalla corrente di cose vane e passeggere, e non dobbiamo nemmeno lasciarci trascinare dalle correnti della concupiscenza e della passione. Dobbiamo invece rimanere sulle sponde, meditare e pregare versando lacrime di anelito per la Sion celeste.

Com’è possibile per noi cantare “un canto di gioia” in una “terra straniera”? Il canto della Gerusalemme celeste – l’Alleluia – non risuona più durante la Quaresima, che ci mette davanti al cuore tutta la profondità e la miseria dell’esilio e del pellegrinaggio terreno. Solamente la modesta, umile e serena melodia del Tractus esprime il dolore silenzioso, l’anelito, l’invocazione, il lamento e la speranza dell’anima penitente.

Ma noi rimaniamo sempre attaccati al canto dell’Alleluia, da cui ci separiamo malvolentieri, come appare chiaramente il sabato prima della Settuagesima: ai vespri, dopo le parole “Benedicamus Domino” e “Deo Gratias”, ripetiamo due volte l’Alleluia. Poi, nel tempio, da questo momento esso non echeggia più finché, nella notte della vigilia della Resurrezione, ritorna ad essere introdotto solennemente nella liturgia della celebrazione pasquale quando, dopo la lettura dell’Epistola, costituisce l’inizio del canto del Graduale, ed è cantato per tre volte, alternatamente dal sacerdote e dal coro, con il tono di voce sempre più alto.


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L’Alleluia maggiore (senza Graduale). – La parola ebraica ‘Alleluia’ significa propriamente “Lodate il Signore!” Poiché essa ha un proprio peculiare valore e dignità, una particolare forza e virtù, non è stata tradotta nelle altre lingue. Così, nel canto dell’Alleluia si uniscono le lingue di tutte le nazioni per lodare e adorare Dio già quaggiù, con una sola voce, come sarà, in maniera perfetta, nell’Aldilà.

I beati della Gerusalemme celeste – i santi e gli angeli – cantano senza sosta il loro infinito Alleluia, come già Tobia (13,21-22) annuncia in maniera profetica: “Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite di zaffiro e di smeraldo e tutte le sue mura di pietre preziose. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir, e risuoneranno di canti di esultanza, e nei suoi vicoli canteranno Alleluia!” (“per vicos eius Alleluia cantabitur”). S. Giovanni, il casto discepolo prediletto, descrive una visione che egli vide in Cielo: “Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: Alleluia Ha preso possesso del Suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a Lui gloria; perché sono giunte le nozze dell’Agnello: la Sua sposa è pronta” (Ap. 19,1 e 6-7).

I beati sono inondati di gioia e di letizia, perciò il loro parlare si trasforma in canto di lode. I santi esulteranno nella gloria; si rallegreranno nelle loro dimore; la lode di Dio sarà sempre sulle loro labbra (Sal. 149,5-6). Così continueranno eternamente in Cielo, ciò che fu il loro godimento e la loro gioia già in Terra. “Nei loro corpi mortali, o Signore, i Tuoi santi esclamavano a gran voce: Alleluia, Alleluia, Alleluia”.


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Il significato letterale della parola Alleluja (hallelu = “lodate”, iah = “Dio”) non è più compreso e gustato con chiarezza: nella bocca della Chiesa si è trasfigurato e perpetuato in una veemente espressione di gioia e di giubilo, soprattutto nel radioso giubilo della Pasqua. Qui, sulla Terra, la Chiesa sta tra la sinagoga e la Gerusalemme celeste: perciò, nella sua liturgia, risuona spesso l’Alleluia più di quanto non avvenisse nel Vecchio Testamento, ma non ininterrottamente come nella Chiesa trionfante. Questo “grido di giubilo e di salvezza” (Sal. 117,15) scende dal Cielo sulla nostra povera Terra e avvolge soprattutto la liturgia dal Sabato Santo fino al sabato dopo Pentecoste: questa è la settimana della grande ottava, ed è di natura particolarmente felice.

Il tempo festoso del periodo della santa Pasqua non è altro che la gioiosa celebrazione della vittoria del Redentore e della Redenzione; cioè la celebrazione festosa della vittoria sul peccato, sulla morte e sull’inferno. Ogni parte della liturgia pasquale contiene riferimenti alla beata vita eterna, nella quale Cristo è entrato acquistandola anche per noi. I tre misteri gaudiosi e gloriosi – Resurrezione, Ascensione di Cristo e invio dello Spirito Santo – sono la fonte della vera e duratura gioia pasquale. Così, per un certo periodo di tempo, dimentichiamo le lotte e le fatiche del pellegrinaggio terreno, il luogo del nostro esilio, e con gioiosa riconoscenza intoniamo instancabilmente e ripetutamente l’Alleluia delle anime celesti: è il solenne grido di giubilo per la nostra felicità e per la gloria della nostra redenzione

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