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“Quae utilitas in sanguine meo?”

Analisi e commenti30 Giugno 2024
Testo dell'audio

 

Quae utilitas in sanguine meo?” (Ps 30, 10). “Quale utilità verrà dallo spargimento del mio sangue?”  Queste parole dei Salmi possono essere una fonte di meditazione in un mese, come quello di luglio, dedicato al Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono parole che esprimono la profonda tristezza, l’angoscia di chi ha il dubbio che il proprio sacrificio, fino all’effusione del sangue, sia stato vano.

Questo pensiero, questa tristezza, tormentava Gesù da quando aveva l’uso della ragione, nel seno della sua Santissima Madre, perché fin da allora egli aveva compreso, che la maggior parte degli uomini avrebbero calpestato il suo sangue e disprezzato la grazia che esso otteneva loro. 

Era la tristezza che lo spinse a piangere nella Domenica delle Palme, quando davanti ai suoi occhi si aprì il panorama di una città in festa di cui Egli conosceva il tragico destino. Era il pensiero che Gli costò sudore di sangue nell’Orto degli Ulivi quando si affacciò alla sua mente  il mistero del male nei secoli futuri. Nelle sue Meditazioni per i giorni dell’Avvento sant’Alfonso de’Liguori scrive che questa pena fu il calice amaro da cui, sul Calvario, Gesù pregò l’Eterno a liberarlo, dicendo Transeat a me calix iste (Mt, 16, 39). Quale calice? Non le sofferenze fisiche, ma vedere tanto disprezzo del suo amore. E’ perciò che gridò “Dio, mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mt, 27, 46). La tentazione dell’abbandono nasceva dal pensiero che la maggior parte degli uomini non avrebbero tenuto conto di questo sangue versato e avrebbero continuato ad offendere Gesù come se Egli non avesse fatto niente per loro amore. Certamente in quel momento Nostro Signore aveva davanti agli occhi lo spettacolo di tutte le crisi che nel corso dei secoli, quasi in un crescendo, si sarebbero aperte all’interno della Chiesa nata sulla Croce dal Suo costato trafitto.  Eppure, proprio sul Golgota, bastò una goccia del suo sangue versato per convertire il Buon Ladrone. Molti avrebbero rifiutato i frutti del Suo Sacrificio, ma la corrispondenza alla grazia di coloro che lo avrebbero accolto avrebbe reso maggiore gloria a Dio di ogni sacrilegio e di ogni infedeltà. Il Sangue di Cristo avrebbe continuato a irrorare la Chiesa fino alla fine dei secoli. 

La vita della Chiesa, che è il Corpo Mistico di Cristo, risiede nel suo sangue. Il sangue, come il cuore, è principio di vita. Nulla è più venerabile del Sangue di Cristo, sangue di un Dio e dunque più prezioso di tutti i tesori della terra. Ogni goccia di questo Sangue ha un valore infinito. Il Sangue di Cristo ci ricorda il mistero centrale del Cristianesimo, quello della Passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, che a prezzo del suo Sangue ci ha riscattati e destinati alla felicità eterna. “Sapete bene – dice san Pietro – che non a prezzo di beni corruttibili, con oro o argento, foste riscattati dalla vana forma di vita ereditata dai Padri, ma a prezzo del Sangue prezioso dell’Agnello illibato e immolato” (1 Pt. 1, 17-19).

Il Sangue di Cristo è soprattutto l’espressione simbolica e reale della Redenzione, quel Mistero il quale ci ricorda che Gesù Cristo, col prezzo del suo sangue, espressione del suo Amore, ha strappato il genere umano al peccato e al demonio e lo ha riconciliato con Dio. Questo sangue continua ad essere versato e offerto nella Messa che perpetua in maniera incruenta il sacrificio del Calvario, perché è la stessa vittima, Gesù Cristo, che viene offerta, ed è lo stesso sacerdote, Gesù Cristo, che offre l’immolazione di Cristo, per applicarne i frutti alle generazioni che passano, sino alla fine del mondo.

La Passione di Cristo però non si concluse sul Golgota e non ha avuto mai termine: è la condizione della vita della Chiesa, che sempre trionfa ma sempre soffre, combatte e versa il suo sangue.  Gesù Cristo continua a sanguinare per gli oltraggi e le profanazioni che avvengono nelle sue chiese e sui suoi altari, per la infedeltà dei suoi ministri, per la tiepidezza dei buoni, per ogni ostacolo insomma che viene frapposto all’espansione della Chiesa. 

Nel corso di questa lotta può capitare che chi si sforza di lottare per essere fedele alla Chiesa e alla sua Legge, non veda i frutti del suo sacrificio, ma anzi abbia l’impressione che i suoi sforzi, le sue preghiere, le sue sofferenze, la sua lotta non siano accettate da Dio e si chieda “Qual è l’utilità del mio sacrificio?”. Non è così: ogni goccia di sacrificio fatto con purezza di intenzione, si unisce ad ogni goccia del sangue versato da Cristo, e da questo sangue versato trae la sua fecondità. Il sacrificio di chi lotta nella Chiesa è il sangue stesso di Cristo che circola nella Chiesa e la vivifica. La Chiesa è viva e feconda perché nelle sue membra circola il sangue di Cristo che sgorga dal Sacrificio del Calvario. 

La Chiesa, dice Pio XII, “è “Sposa di sangue” (Ef, 4, 25). (…) Ma la Chiesa non teme. Essa vuole essere Sposa di sangue e di dolore, per ritrarre in sé l’immagine del suo sposo divino, per soffrire, per combattere, per trionfare con lui”.

Il trionfo anche storico della Chiesa è la prospettiva che ci apre la promessa di Fatima ed è in questo spirito che si può vivere la festa del Preziosissimo Sangue. Dom Guéranger ricorda che questa festa è il memoriale di una fra le più splendide vittorie della Chiesa. Pio IX era stato scacciato da Roma, nel 1848, dalla Rivoluzione trionfante; in quegli stessi giorni, l’anno seguente, egli vedeva ristabilito il suo potere. Il 28, 29 e 30 giugno, sotto l’egida degli Apostoli, la figlia primogenita della Chiesa, fedele al suo glorioso passato, cacciava i nemici dalle mura della Città eterna; il 2 luglio, festa di Maria, terminava la conquista. Subito un duplice decreto notificava alla città e al mondo la gratitudine del Pontefice e il modo in cui egli intendeva perpetuare mediante la sacra Liturgia il ricordo di quegli eventi. Il 10 agosto, da Gaeta, luogo del suo rifugio durante la burrasca, Pio IX, prima di tornare a riprendere il governo dei suoi Stati, si rivolgeva al Capo invisibile della Chiesa e gliela affidava con l’istituzione di questa festa, ricordandogli che, per quella Chiesa egli aveva versato tutto il suo Sangue.

Questo Sangue è un segno di sofferenza e di lotta, ma è anche una promessa di vittoria nel tempo e nell’eternità. (Roberto de Mattei)

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