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Perché leggere Dante oggi

Arte e Cultura06 Marzo 2018
Testo dell'audio

Perché consideriamo necessario lo studio delle opere dantesche, soprattutto della sua Commedia non a caso definita divina dal suo primo interprete, Giovanni Boccaccio: un perché dichiarativo di cui è garanzia la fortuna stessa del poema che non ha mai conosciuto momenti di oscuramento, di stasi o di ibernazione ad onta di pur agguerrite ed ostili campagne condotte tanto sul versante dottrinario, filosofico e teologico, quanto su quello poetologico e stilistico.

La Damnatio Memoriae

Non staremo a elencare quanti, nel corso di questi otto secoli di storia, hanno tentato di dimostrare l’inutilità di una fantasia poetica sull’aldilà scritta in volgar lingua piuttosto che nell’idioma dotto del latino. Pur tuttavia anche le accese polemiche di Cecco D’Ascoli, del Bettinelli, del Castravilla o del Bulgarini o la discussa teoria crociana su «struttura e poesia», condotte con spirito fiero corredato di elementi di fondo, concorsero a tener in alto prestigio il messaggio letterario, morale, teologico della Commedia e nessuno mai si pensò di infliggere il decreto di una damnatio memoriae all’opera dantesca.

Tale condanna invece, già dagli anni Novanta del secolo scorso si sta profilando come obiettivo politico di una società che follemente, dopo aver tentato di cancellare Dio, si avvia a decolorare i fondamenti naturali dell’umanità e ad annullare le differenze oggettive di cultura in nome di un mai estinto egualitarismo giacobino-marxista con cui tutto diventa livellato, uniforme e prono alla dittatura del Nuovo Ordine Mondiale.

Vietati segni e simboli religiosi cattolici in nome del rispetto per l’altrui confessione; vietato il diritto alla vita; vietata una lingua che dica «Sì Sì, No No» e che esprima i significati autentici; vietata la critica al pensiero storico ufficiale; vietato credere nell’unicità della famiglia naturale; vietato credere nella differenza culturale; vietato il dissenso politico.

«Politicamente scorretta»

Ed ecco, allora, in nome del politicamente corretto, incombere sulla Commedia le accuse di fondamentalismo teologico e vilipendio delle altre confessioni (con riferimento, in particolare, a Paradiso XXIV, 130-139; Inferno I, 71-72); cultura contraria al concetto di unità nelle differenze (Inferno X, canto degli eresiarchi); chiarezza espressiva (Paradiso XVII, 31-34); antisemitismo, di cui sarebbero prova evidente la figura di Caifa inchiodato a terra nella bolgia degli ipocriti (Inferno XXIII, 109-126) e la spiegazione che Beatrice svolge sulla vendetta che Dio, permettendo la distruzione di Gerusalemme, compie per la morte del Figlio (Paradiso VI, 91-93; VII, 49-51); islamofobia, per aver collocato Maometto nella bolgia dei seminatori di discordia (Inferno XXVIII, 28-63); omofobia, per aver confinato i sodomiti – bollati come violenti contro Dio – sotto una pioggia di fuoco (Inferno XV); revisionismo storico e dissenso politico (Purgatorio VI, 124-151; Paradiso VI, 103-108).

Pesa, in questa già considerevole mole, l’inversione – o perversione – dottrinaria che la Gerarchia cattolica ha iniziato a compiere allorché, con il Vaticano II, intese aprire alla cultura e allo spirito del tempo le porte della Chiesa di Cristo onde, si disse, permettere alla stessa di uscire per le strade del mondo per accompagnarsi (e non per convertirlo!) al fratello non cristiano.

Aperti i portoni, sono entrati tutti i miasmi del modernismo e dell’eresia: il riconoscimento a tutte le confessioni dello stesso valore rispetto alla salvezza; il primato della coscienza individuale sulla morale con l’automatico oscuramento della legge di Dio; il relativismo culturale e il dubbio cartesiano; lo stravolgimento della Liturgia con la Santa Messa, memoriale del sacrificio della Croce, deformata in “sinassi del popolo”, vale a dire semplice “assemblea”; l’amministrazione, de facto, dei Sacramenti ai pubblici peccatori; il linguaggio circiteristico, cioè volutamente ambiguo e pendolare, del «sì… ma», «no… però», «certamente… tuttavia», la cui accezione è delegata alla singola coscienza.

Poeta Profeta

Contro siffatta decadenza, in atto sia nella società laica o paradossalmente detta “civile”, sia nella comunità cattolica, i saggi che ho scritto sulla Commedia presentano la figura di Dante quale poeta-profeta, uomo la cui vita si pone quale modello di sano e limpido impegno civile e di inconcussa, indefettibile e ferma fede cattolica, monito a una Gerarchia ecclesiale vagabonda che ritorna «all’ovil di latte vòta» (Paradiso XI, 129), che, svenduto il tesoro aureo della Tradizione Apostolica, della Patristica greca e latina, di Sant’Agostino, della Scolastica e di san Tommaso
Aquinate, s’è adornata della bigiotteria dei varî Buonaiuti, Loisy, De Chardin, Guardini, De Lubac, Rahner, Balthasar, Milani.

A fronte, quindi, di una società molle e proterva, di una Gerarchia superba e mondana, sta Dante, costruttore della lingua «del paese là dove ’l sì suona» (Inferno XXXIII, 80), avversario di ogni ambiguità, defensor fidei intriso di splendido tomismo, cattolico tanto irremovibile nella testimonianza della Verità «come torre ferma che non crolla | già mai la cima per soffiar de’ venti» (Purgatorio V, 14-15) quanto umile ed ossequioso della volontà di Dio, giunco che si flette al transito della tempesta per ergersi nuovamente (Purgatorio I, 133-136).

Si legge nella Nota dell’autore, premessa al mio saggio sull’Inferno: «Il fine principale, lo diremo con più ampio spiegamento di argomenti, è quello di presentare Dante paladino ed assertore dell’ortodossia cattolica, poeta sacro e nostra maggior Musa. Con siffatta motivazione intendiamo contrapporre la forte, assoluta ed incrollabile fede dantiana nelle sue coordinate cattoliche, al moderno ed attuale scetticismo, al relativismo dogmatico e pastorale con cui la Gerarchia ecclesiale ha piegato la Chiesa, divina e trascendente realtà, in una società di solo significato umano, immanentistico, in cui non vale più la certezza della Verità ma domina il dubbio metodico».

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