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Padre Tomas Tyn: un domenicano senza compromessi

Arte e Cultura25 Marzo 2019
Testo dell'audio

Il nome di padre Tomás˘ Ty´n, ancora poco conosciuto nel mondo cattolico, non può essere dimenticato da chi ha avuto la grazia di incontrarlo, in quegli anni Settanta e Ottanta del Novecento, che possono essere definiti tra i più bui della nostra storia più recente. Era l’epoca infatti in cui pochi avvertivano lo scricchiolio dell’Impero sovietico e i più credevano sull’“irreversibilità” del socialcomunismo, illudendosi di poterlo “battezzare” e “umanizzare”, per costruire un “mondo migliore”.

Vocazione anticomunista e sacerdotale

Tomás˘ Ty´n, nato a Brno, in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, il 3 maggio 1950, il comunismo lo aveva conosciuto di persona e, fin dall’infanzia aveva compreso l’assoluta incompatibilità che esisteva tra la filosofia di Karl Marx e quella del Vangelo.

Al fonte battesimale i genitori gli avevano dato il nome di Tomás˘ in ricordo del grande santo domenicano, e a ciò che questo nome significava sarebbe stato fedele tutta la vita.

I principi cristiani erano stati gelosamente conservati dalla famiglia Ty´n, che a Brno ebbe la fortuna di avere come parroco un santo sacerdote, padre Budis, che istruì bene i bambini nella Fede, in particolare durante la preparazione alla santa Prima Comunione.

In questo ambiente che opponeva una forte resistenza al regime comunista, il giovane Tomás˘ sentì precocemente la vocazione sacerdotale. Dopo aver vinto una borsa di studio per i suoi ottimi profitti scolastici, lasciò la famiglia per andare a studiare in Francia, ma nel 1969, e al termine degli studi superiori, entrò nel noviziato domenicano di Wartburg, in Germania, dove la sua famiglia si era rifugiata dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968.

La Germania era uno di quei Paesi in cui il vento post-conciliare si era trasformato in tempesta dopo la Rivoluzione del Sessantotto. La bufera devastava i seminari, svuotava le chiese, distruggeva le vocazioni.

Nel 1972 fra’ Tomás˘ venne a sapere che a Bologna esisteva un centro di studi domenicano, animato dal padre Enrico Rossetti, che si proponeva un rinnovamento dell’Ordine nel solco della Tradizione. Attirato soprattutto dalla devozione alla Madonna del Rosario e dalla fedeltà al tomismo che lo Studio bolognese sembrava manifestare, vi approdò, con il consenso dei suoi superiori, per continuare la sua formazione teologica.

A Bologna, nel convento di San Domenico che custodisce le spoglie del Santo Fondatore, pronunciò i voti solenni e conseguì la sua licenza in teologia dedicata al mistero del rapporto fra Grazia e libero arbitrio.

Fu quindi ordinato sacerdote, il 29 giugno 1975, a Roma, da papa Paolo VI. In quel giorno, come si seppe dopo la sua morte, mentre il Papa poneva le mani sul suo capo, egli offrì la sua vita al Signore per la libertà della Chiesa oppressa dal comunismo nella sua Patria.

Sulla scia di san Tommaso e santa Caterina

Dopo essersi addottorato all’Angelicum, tornò a Bologna, dove gli fu affidato l’insegnamento della teologia dogmatica nello Studio teologico, che si avviava ad essere affiliato alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma. Qui continuò i suoi studi, culminati in un’opera in cui si respira l’aria delle vette teologiche e filosofiche: Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia, e soprattutto dispiegò un’opera di intenso apostolato e direzione spirituale.

Padre Tomás˘ Ty´n celebrava regolarmente la Messa e predicava presso l’altare della tomba di san Domenico. La sua voce, sempre tonante, anche quando pochi erano i presenti, sembrava voler proiettare nelle navate della grande basilica il suo amore bruciante per la verità.

Il giovane domenicano seguiva con grande attenzione gli eventi religiosi e politici, italiani e internazionali, nella convinzione che non esiste “separazione” tra ordine spirituale e ordine temporale e che il Cristianesimo debba permeare, con la sua verità la società intera.

In questa prospettiva, egli criticò, con la stessa rispettosa fermezza e con lo stesso amore alla Chiesa che era stato di santa Caterina da Siena, alcuni atti politici della Santa Sede, come la “distensione” verso i regimi comunisti e, in Italia, il nuovo Concordato del 1984.

Bisogna oggi avere il coraggio di ammettere che i suoi giudizi, sul piano storico e teologico, furono profetici.

Lo scambio di lettere con l’allora card. Ratzinger

Il 4 agosto 1985, nella festa di san Domenico, padre Tomás˘ scrisse all’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, per esprimergli la sua gioia per la pubblicazione del volume Rapporto sulla fede e per manifestargli alcune preoccupazioni concernenti la vita della Chiesa.

In questa lunga lettera egli scrive che la letizia con cui, ancora ragazzo, aveva accolto il Concilio Vaticano II si era presto

«cambiata in tristezza, nel vedere cattive interpretazioni e applicazioni di una dottrina in se stessa sana sfigurare crudelmente il volto della sposa immacolata di nostro Signore Gesù Cristo ed opprimere nella mestizia gli animi dei buoni e di coloro che sentono con la Chiesa».

Nel libro del cardinale Ratzinger, padre Ty´n afferma di aver trovato ciò che fin dall’inizio aveva sempre pensato:

«Bisogna tornare al vero Concilio, ossia a quello che è conforme alla tradizione di tutti i secoli della Cristianità cattolica e si interpreta in quella luce!».

Padre Tomás˘ denuncia quindi il soggettivismo e il relativismo contemporaneo, che già l’enciclica Pascendi di san Pio X aveva svelato e denunciato.

Il nome di san Pio X, «patrono della tradizione», per aver «fulminato l’“evoluzionismo modernista”», gli sarà altrettanto caro di quello di Pio IX, all’epoca non ancora beato. Di fronte agli errori del nostro tempo, padre Tomás˘ afferma di essere sempre più persuaso «che il Sillabo di Pio IX ha stabilito una dottrina non solo vera, ma anche massimamente attuale».

La lettera si sofferma quindi lungamente sul tema della liturgia.

Nel 1974, fra Tomás˘, non ancora sacerdote, insieme con alcuni confratelli tedeschi, aveva rivolto una petizione al Capitolo generale, per chiedere il mantenimento della liturgia tradizionale dell’Ordine domenicano. Purtroppo il Capitolo non aveva accolto la richiesta e aveva obbligato l’Ordine a seguire il nuovo Messale di Paolo VI.

Ora padre Tomás˘ ringraziava il cardinale Ratzinger per aver favorito l’indulto che permetteva la celebrazione del Divin Sacrificio secondo il Rito tridentino, scrivendo:

«Quanto santa e sublime è quella letizia della quale si riempie il cuore tanto del sacerdote celebrante quanto del popolo assistente, allorché quel rito, venerabile per l’antichità, viene compiuto, quel rito, cioè, che tutto e soltanto a Dio si volge, a cui come a Padre clementissimo, il Figlio crocifisso nell’oblazione del suo divino sacrificio, rende somma gloria e lode (…) Non ho mai potuto capire, e neanche adesso riesco a capire, perché tanta bellezza debba essere stata espulsa dalla Chiesa».

«Infine – conclude – mi permetta, Eminenza, La prego, una considerazione che faccio con personale amarezza: nella mia patria occorre molto coraggio per professarsi cristiani, ma anche nel “libero” Occidente deve esser dotato di un non minor coraggio chi vuol mostrare apertamente la propria fedeltà verso la tradizione cattolica, a causa della disposizione ostile di alcuni ecclesiastici, i quali tuttavia tollerando se stessi con gran clamore, si dichiarano democratici e pluralisti».

Le parole di padre Tomás˘ erano mosse solo, come egli scrive, dall’amore per la Chiesa, «la quale, lungi dal doversi conformare a questo mondo, ha piuttosto il compito di santificarlo e di consacrarlo a Dio, convertendolo a Lui».

Altrettanto forte e significativa va giudicata, nella sua brevità, la risposta dell’allorare cardinale Ratzinger a padre Tomás˘:

«Leggendo (la sua lettera) sono stato preso da una grande gioia per la piena concordanza tra noi, sentendo in tal modo la forza unificatrice della verità, la quale ci è concessa nella fede cattolica. Mi è di grande consolazione sapere che Ella insegna teologia morale, la quale disciplina veramente fondamentale per la retta formazione della vita cristiana, molto da molti è deformata, i quali offrono ai fedeli pietre al posto di pani, sicché è assai necessaria una nuova e profonda riflessione sui veri fondamenti della vita cristiana».

L’eroismo nella professione della verità

Chi vuole attingere alla dottrina e allo spirito di padre Tomás˘ Ty´n, non ha che da leggere le sue Omelie, raccolte da Rosanna Schinco, vera miniera di teologia e di spiritualità, ma anche di quel buon senso intellettuale e morale oggi smarrito da molti uomini di Chiesa.

Le critiche di padre Tomás˘ al mondo moderno, che gli hanno valso la definizione di “tradizionalista” e che imbarazzano anche alcuni suoi estimatori, sono in realtà la prima manifestazione dell’eroicità delle sue virtù. Egli aborrì infatti il compromesso e professò sempre la Verità, in tutta la sua integrità e purezza.

«La parola del Signore – disse – non è suscettibile di alterazioni e rimane in eterno. È meglio essere pochi ma fedeli, piuttosto che essere molti ma talvolta infedeli».

Leggiamo ancora nelle sue Omelie:

«Non giudico nessuno. Giudico la situazione delle cose, il guasto, la scristianizzazione, la profanazione. Perché la vita sociale diventa invivibile? Perché non ha più l’impronta cristiana e, mancandole l’anima cristiana e la vita di grazia le manca anche l’umanità. Senza Dio l’uomo non può essere uomo! È un assioma dell’antropologia teologica, di ogni antropologia che voglia essere non bestiale».

«Non voglio scorciatoie per la felicità, ma preferisco la via dei santi».

L’ultima omelia di padre Tomás˘, fu pronunciata nella Basilica di san Domenico, il 28 ottobre 1989. Egli la concluse con queste parole, allargando le braccia aperte, ad imitazione del Crocifisso, davanti alla tomba di San Domenico:

«Non scendiamo a patti con il mondo! Noi che abbiamo la grazia (non il merito) di amare la Chiesa cattolica nella purezza della tradizione, lasciamoci odiare dal mondo e gloriamoci di questo! È bello amare quando si è odiati. Ma amare non nella menzogna del falso pluralismo, bensì nella determinatezza dell’unica, cattolica verità, nella verità di Cristo crocifisso, unico salvatore del mondo».

Già dall’estate di quell’anno, mentre iniziava la rivolta in Cecoslovacchia, padre Tomás˘ aveva accusato i primi sintomi di un male inesorabile che lo stroncò in pochi mesi. Il Servo di Dio Tomás˘ Ty´n si spense il 1° gennaio del 1990 ad Heidelberg, dove era stato ricoverato.

Sulla sua tomba, a Neckargemund, in Germania, è scritto il verso del Salmo 42: Et introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam (Salirò all’altare di Dio, al Dio che allieta la mia giovinezza). Queste parole riassumono il senso profondamente sacerdotale della sua vita conclusasi nell’immolazione e segnata da un profondo amore a Cristo e alla Chiesa.

 

Questo articolo di Roberto de Mattei è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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