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No della Chiesa in Gabon all’ipocrisia globalizzata

Zoom: una notizia alla settimana30 Giugno 2020
Testo dell'audio

Questa volta è stata la Giustizia ad intervenire. E ad ordinare all’amministrazione comunale di Cadice di ritirare la bandiera Lgbt, esposta sulla facciata del Municipio. Illegalmente. Decisiva, ai fini del provvedimento, è stata la richiesta esplicitamente formulata dagli Avvocati Cristiani e da AcTÚa FAMILIA. Segno di come giocare d’attacco e non perennemente in difesa serva e porti a risultati concreti. Eccome.

Il tribunale non ha avuto alcun dubbio: le sedi istituzionali non possono esporre altri drappi, che non siano quelli istituzionali. Lo prescrive la legge, lo ha confermato già in passato la Corte Suprema, ora una nuova conferma è giunta con questa sentenza. Una sentenza definita «storica» da Pedro Mejías di AcTÚa FAMILIA, in quanto essa restituisce ai cittadini la libertà di non doversi obbligatoriamente sorbire alcuna forma di «indottrinamento pubblico».

Indottrinamento, quale quello viceversa sognato (e tentato) dal Forum economico mondiale, organizzazione non governativa con sede a Davos, in Svizzera. Secondo tale Forum, che riunisce centinaia di grandi aziende, «il segreto del successo post-pandemia nelle città» dipenderebbe semplicemente da una maggiore disponibilità “inclusiva” verso individui transgender e gay. Non a caso, ha dedicato un’intera sezione del suo sito web al «Mese dell’Orgoglio 2020», in concomitanza ai vari Pride Lgbt promossi in Occidente.

Sconcertante quanto scrive il Forum in un intervento impregnato di ideologia: «Vi sono sempre più prove – scrive, senza però citare quali… – che le città Lgbt+ inclusive hanno degli “ecosistemi d’innovazione” più forti, dei livelli d’imprenditorialità più elevati e sono maggiormente in grado di attirare talenti, nonché di fornire una qualità di vita elevata – il che le rende ben posizionate in termini di ripresa economica». Ed ancora: «Una nuova analisi della resilienza economica offre un indice potenziale, su cui le economie potrebbero essere in grado di recuperare più rapidamente: l’inclusione Lgbt è correlata alla resilienza economica di un Paese».


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«L’analisi condotta da Open for Business, una coalizione d’imprese che promuove l’uguaglianza Lgbt+, mostra una forte correlazione positiva (0,67) tra la resilienza economica e l’accettazione degli individui Lgbt+», ha scritto Jon Miller, che, guarda caso, è il fondatore di Open for Business… Tutte voci, che ormai fan parte del coro del politically correct, come dimostra il fatto che lo stesso mantra, la stessa parola d’ordine vadano sostenendo Banca Mondiale, Ocse – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico -, Fmi – il Fondo Monetario Internazionale – ed Onu col rapporto Habitat.

Dati a supporto: zero. Prove scientifiche: zero. Riscontri oggettivi: zero. Solo una serie di chiacchiere, totalmente prive di un chiaro fondamento. L’analisi, alla fine, non ha dimostrato alcun nesso di causalità tra «inclusione Lgbt» e «resilienza economica», resilienza che, viceversa, stando alla stessa classifica del Forum di Davos, apparterrebbe piuttosto agli Stati con un sistema capitalistico avanzato e forte quali Usa e gran parte dell’Europa, non certo all’Iran, al Marocco, al Qatar, all’Indonesia o alla Bielorussia. A dimostrazione di come siano ben altri i fattori vincenti, per reggere all’impatto pandemico, non certo le simpatie o antipatie gender di una nazione.

Già nel gennaio 2019 diverse grandi aziende, come MasterCard e Microsoft, lanciarono peraltro un «Partenariato per l’eguaglianza Lgbt», proprio in occasione dell’incontro annuale del Forum economico mondiale, riproponendosi di “reclutare” nel giro di un anno almeno altre cento imprese, con cui condividere questo progetto. Secondo l’agenzia francese Médias-Presse.Info, a giugno avrebbero raggiunto solo quota 17 – tra le quali, però, colossi come Coca-Cola, PepsiCo e Procter&Gamble -, ma dicembre 2020 è ancora lontano…


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L’obiettivo è quello di serrare le fila, compattarsi ed aiutarsi nell’uniformare le proprie reciproche strategie, facendo fronte unico nel promuovere l’«inclusione Lgbt» alla propria clientela mondiale, volente o nolente, cosciente o meno. In particolare, i membri di tale «Partenariato» mirano a rendere operative «le cinque norme di condotta delle Nazioni Unite per combattere la discriminazione contro gli individui Lgbt, fornendo strumenti e risorse alle aziende, per far progredire ed implementare la loro inclusione a livello mondiale». In una parola, una vera e propria macchina da guerra ideologica. È chiaro, dunque, come la pretesa «resilienza» Lgbt non derivi quale conseguenza di un’analisi corretta, bensì rappresenti un a priori ideologico, rivendicato come apodittico, indipendentemente da tutto e da tutti.

C’è però chi si oppone a queste forti pressioni internazionali. Come la Chiesa cattolica del Gabon. Qui la Camera bassa del Parlamento nei giorni scorsi ha approvato la revoca d’una legge del 2019, legge che puniva l’omosessualità con una sanzione e con la reclusione sino a 6 mesi, in quanto biasimava condotte, che, di fatto, minano alla radice la famiglia naturale quale cellula fondamentale della società ed, in particolare, il suo ruolo sociale, anche di ricambio generazionale.

Tale revoca è stata votata, per la verità, contro il sentire popolare. Per questo, a nome di tutti i vescovi del Gabon, è intervenuto con una nota dello scorso 24 giugno mons. Jean-Patrick Iba-Ba, arcivescovo metropolita di Libreville, lanciando «un grido di dolore nel constatare, ancora una volta, la frattura creatasi tra i rappresentanti del popolo, le istituzioni e la Nazione tutta intera». Partendo da qui, ha espresso l’indignazione della Chiesa circa la decisione parlamentare di cancellare una legge a tutela della famiglia naturale, fondata sull’unione di un uomo con una donna: «In nome della saggezza dei nostri antenati, contenuta nelle nostre diverse culture – scrive – culture che celebrano la vita, l’amore e la famiglia, noi diciamo NO alla depenalizzazione dell’omosessualità. In nome della nostra Costituzione, che proclama l’attaccamento ai nostri valori sociali profondi e tradizionali, al nostro patrimonio culturale, materiale e spirituale, noi diciamo NO alla depenalizzazione dell’omosessualità. In nome della considerazione che noi abbiamo per la Famiglia definita come la cellula-base naturale della società e del matrimonio, unione tra due persone di sesso diverso, noi diciamo NO alla depenalizzazione dell’omosessualità».


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Ha proseguito l’arcivescovo: «La Bibbia dichiara che “uomo e donna Egli li creò” (Gen 1, 27). L’omosessualità falsifica l’antropologia e banalizza la sessualità, il matrimonio e la famiglia, fondamento della società. Ed è in nome della nostra fede cristiana che noi diciamo NO alla depenalizzazione dell’omosessualità».

Il motivo di tale rifiuto è dunque preminentemente sociale e pastorale, non rappresenta in alcun modo una mancanza di rispetto verso le singole persone, come del resto precisa lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 2357 e 2358): «Non si tratta di demonizzare chicchessia, né di scagliare pietre – spiega mons. Iba-ba – bensì di aprirci alla Verità. A questo punto la Bibbia ci illumina, affermando che l’omosessualità non è un diritto umano, bensì un’alienazione, che nuoce gravemente all’umanità, poiché non fondata su alcun valore proprio all’essere umano: «Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio» (Lev 18, 22). Respingere l’omosessualità è un dovere, significa proteggere i valori millenari delle nostre civiltà e non è pertanto una discriminazione».

Poi un attacco alle forti ed indebite pressioni internazionali: «Dispiace che talune organizzazioni internazionali tendano a condizionare il loro aiuto all’accettazione di stili di comportamento estranei ai nostri costumi. In merito noi esortiamo chi sia chiamato a decidere ad insorgere contro tali metodi malsani».

Da qui l’attacco ad un falso concetto di democrazia, che in Gabon come in Occidente cerca di imporre l’ideologia a colpi di legge: «Questo voto, in contraddizione con la maggioranza della popolazione gabonese, potrebbe non soltanto trascinare coscienze fragili nell’assunzione di comportamenti devianti, ma, allo stesso modo, esporre gli omosessuali a reazioni ostili, alla discriminazione».

Si noti solo questo: a differenza di quanto avviene in un Occidente ormai privo di radici spirituali e culturali, nell’arcidiocesi di Libreville il numero dei cattolici è in forte crescita, passando dal 34,3% della popolazione nel 1950 al 59,7% del 2016. Ma qui la proposta e la testimonianza avanzate dalla Chiesa cattolica sono credibili e coerenti con la Parola di Dio. A differenza di quanto avviene in Occidente. Chiaro, no?

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