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Napoleone e la musica sacra a Milano

Arte e Cultura01 Dicembre 2021
Testo dell'audio

Le cappelle musicali, fiore all’occhiello del funzionamento ecclesiastico meneghino settecentesco, cedettero inevitabilmente insieme alle manifestazioni cultuali pubbliche. Per comprendere quanto sia stata devastante l’applicazione dei principi etico-religiosi giacobini nella Milano degli ultimi anni del Settecento è sufficiente scorrere le pagine del Diario Politico Ecclesiastico, cronaca redatta quotidianamente per oltre un trentennio da Luigi Mantovani, canonico della collegiata milanese di San Lorenzo Maggiore. In nome di una libertà presente solo nelle dichiarazioni d’intenti, l’apparato pubblico della devozione cristiana venne annientato e la somministrazione dei Sacramenti limitata ai minimi termini.

Nel volgere di una sola serata, il 18 maggio 1796 vennero soppressi tutti i Capitoli delle collegiate cittadine – lasciando in carica per la cura d’anime il prevosto con un coadiutore –, così che la successiva domenica 19 non si potesse funzionare collegialmente in nessuna basilica della città. Questa mossa seguì l’interminabile teoria delle soppressioni di Ordini religiosi di vita attiva e contemplativa (che può essere ricostruita passo per passo grazie al Catalogo delle Chiese e luoghi pii soppresse e distrutti a giorni miei cominciando dal 1764 in avanti al 1768 e 1799 sino al 1808 compilato da fra’ Giovanni Angelo Marelli, già priore del convento di Santa Maria dei Servi di Milano), che culminò con la promessa allettante, rivolta a monaci e monache, di lasciare l’abito e il sacro recinto in cambio di una lauta pensione vitalizia.

La chiusura al culto delle chiese gestite dal clero regolare comportò una prima sensibile diminuzione dell’attività musicale delle cappelle cittadine, giacché i due terzi delle cappelle musicali era mantenuta da chiese annesse a conventi e monasteri; tuttavia, non tutto era perduto con la musica che si continuava ad allestire nelle chiese parrocchiali. Caduto anche quest’ultimo baluardo, nel decennio giacobino solo le cappelle della Cattedrale e del Santuario di S. Maria dei Miracoli presso S. Celso – istituzioni musicali annesse ai due principali templi cittadini – continuarono a far musica more solito, le altre cappelle vennero soppresse o momentaneamente congelate.

Decine di musici (così venivano chiamati nel Settecento i cantori delle cappelle musicali) si trovarono improvvisamente privi di mezzi di sostentamento e fra questi i più penalizzati furono i castrati, ferocemente avversati da quell’ideologia illuminista, che li aveva fatti assurgere ad emblema canoro della decadenza della società di antico regime. L’abate Giuseppe Parini, intellettuale organico del nuovo corso della cultura milanese, dedicò proprio ai canori elefanti – i castrati – una delle sue Odi (1761). Anche i maestri di cappella più quotati dovettero reinventarsi autori di composizioni encomiastiche e pasticci teatrali di propaganda: il lodigiano Ambrogio Minoja, maestro di cappella delle chiese di S. Fedele e S. Vittore al Corpo, dal 1796 compensò i mancati guadagni derivanti dai servizi ecclesiastici con un tripudio di balli, cantate e feste teatrali commissionategli dai francesi. Alcune delle chiese soppresse vennero riconvertite in teatri e, come in un contrappasso, nei presbiteri vennero innalzati palcoscenici sulle cui tavole si rappresentavano farse e commedie concepite per instillare nella devota società milanese un feroce anticlericalismo.

Nella rapida corsa di un decennio, però, Napoleone ribaltò le proprie vedute e la propria autoconsapevolezza, passando dall’essere paladino della Rivoluzione sovversiva a detentore della corona imperiale. Compreso che la religione e il culto pubblico sarebbero stati strumenti di potere indispensabili per mantenere un pur precario status quo nel governo delle genti italiche, Bonaparte, incoronato a Notre-Dame e nel Duomo di Milano, firmò il Concordato con la Chiesa. Questa riapertura – seppur di facciata – nei confronti del sacro portò nuova linfa anche nelle cappelle musicali milanesi, che a fatica riuscirono a riprendere un discreto funzionamento. Sfrondate della sinfonia, la piccola orchestra che accompagnava i cantori, le cappelle milanesi ricomparvero sulle cantorie delle chiese cittadine a suggello dell’apparente ricomposizione delle recenti fratture.

 

Questo testo di Matteo Marni è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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