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L’Epistola e il Vangelo

Liturgia23 Gennaio 2020
Testo dell'audio

È un fatto incontestabile che fin dai tempi apostolici le Sacre Scritture venivano lette nelle assemblee liturgiche, soprattutto nelle celebrazioni eucaristiche. “Ci raduniamo per considerare attentamente la Sacra Scrittura: tramite la Parola di Dio nutriamo la nostra fede, solleviamo la speranza, rinforziamo la fiducia, e siamo esortati a procedere sulla via delle virtù e del buon costume”.

Per molto tempo era il vescovo, come massima autorità liturgica, a decidere sulla scelta, il numero e la quantità dei testi da leggere. S. Giustino martire († 165), che descrive la procedura della celebrazione dei primi cristiani, dice che nelle assemblee domenicali venivano letti gli scritti degli Apostoli (cioè i libri del Nuovo Testamento) o i testi dei Profeti, fino a quando il tempo lo permetteva (μέχρις ἐγχωρεῖ). Con il graduale sviluppo dell’anno liturgico si è più che altro evoluta la disposizione delle parti da leggere, finché (nel XVI sec.) la Chiesa stabilì definitivamente, nel Messale, l’attuale ordine dell’Epistola e del Vangelo. A questo riguardo va attribuito un grande merito al santo dottore della Chiesa Girolamo, che per ordine del papa Damaso I (366-384 d.C.) completò, corresse e perfezionò le pericopi tradizionali.

Quale fu il principale criterio per la scelta e l’ordine delle letture bibliche? L’Epistola e il Vangelo sono strettamente connessi al corso dell’anno liturgico: la loro scelta fu fatta con riguardo alla festa o alla celebrazione del giorno. Tra le parti mobili del formulario della Messa le letture scelte dalla Scrittura, avendo un contenuto istruttivo, prendono un posto preminente: in esse sono presenti le idee del periodo liturgico nella forma più esplicita. Così è anche indicato il punto di vista da cui considerare questi brani per comprenderli e spiegarli. 3. Seguendo una regola generale – con solo poche eccezioni – ogni formulario della Messa ha due letture bibliche: la prima si chiama “Epistola” e l’altra “Vangelo”.

La prima lettura viene presa – con l’eccezione dei quattro Vangeli e dei salmi – dall’insieme della Sacra Scrittura, del Vecchio e Nuovo Testamento; durante tutte le domeniche dell’anno, invece, soprattutto dalle lettere apostoliche. Da qui il nome di Epistola, cioè “lettera”, divenuto comune per definire la prima lettura, anche quando essa non è tratta dalle lettere degli Apostoli ma presa da un’altra parte della Sacra Scrittura. Poiché questa pericope nel passato non si cantava, ma veniva solamente letta, è intitolata nel Messale (come anche nel primo Ordo romano) Lectio, cioè “lettura”, con la precisa indicazione del libro da cui è stata presa.

Come succede ancora oggi il Venerdì Santo, la presentazione della prima lettura veterotestamentaria era assegnata al Lettore; questi aveva l’incarico – verosimilmente fino al V secolo – di leggere l’Epistola. Da allora l’incarico della lettura solenne dell’Epistola fu trasferito al suddiacono che, soltanto dal XIV secolo in poi, alla sua consacrazione riceveva in consegna, secondo il rituale, il libro dell’Epistola e veniva così abilitato ad hoc; al diacono, invece, sin dal V secolo spetta di cantare il Vangelo. Nelle vecchie chiese, sulla soglia tra il coro e la navata, erano situati i cosiddetti amboni: tribune stabili o pulpiti su cui si saliva per mezzo di alcuni gradini. Quando una chiesa aveva due amboni, allora l’uno serviva per la lettura del Vangelo e l’altro per leggere l’Epistola. Ma se vi era un solo ambone, si leggeva il Vangelo sul gradino più alto, mentre l’Epistola veniva letta in uno più basso.

Nel tardo Medioevo normalmente si leggeva o cantava l’Epistola rivolti all’altare. In questa maniera si manifestava, e si manifesta tuttora, tramite il modo della presentazione – come anche attraverso la persona e il luogo della lettura – la preminenza del Vangelo rispetto all’Epistola. Soprattutto si vuole accennare alla subordinazione dell’Epistola rispetto al Vangelo tramite la posizione che ambedue hanno nel rito della Messa: l’Epistola precede il Vangelo. Interrogandosi poi su quale sia la finalità o il senso di questa sequenza, si dimostrerà l’insita relazione interna dell’Epistola rispetto al Vangelo. Vecchio e Nuovo Testamento possiedono il medesimo carattere divino poiché ambedue hanno Dio come autore, sono ispirati dallo Spirito Santo e sono perciò parola di Dio; ma, anche se di entità limitata, è tuttavia opportuno stabilire una diversità di rango.

Quanto lo Spirito Santo ci annuncia per mezzo di autori umani può essere di maggiore o minore importanza; la forma del messaggio può essere più o meno perfetta: da questo punto di vista si deduce la preminenza del Nuovo Testamento rispetto al Vecchio Testamento, e nel Nuovo Testamento, a sua volta, la superiorità dei Vangeli sugli Atti degli Apostoli, sulle Lettere Apostoliche e sull’Apocalisse. Nelle grandi opere della Rivelazione soprannaturale regna un continuo sviluppo ed un graduale progresso. Ciò che nell’Antica Alleanza venne posto come fondamento, trovò il suo compimento in Cristo e nei Suoi Apostoli. Il Vecchio Testamento è rivelato e compiuto, sviluppato e completato nel Nuovo.

La cima e corona della Rivelazione consiste nel fatto che Dio non ha parlato agli uomini solamente tramite i profeti e gli Apostoli, ma anche attraverso il Suo Figlio Unigenito, che si è rivolto a noi con linguaggio umano (Ebr. 1,1 ss.). Certamente i Profeti e gli Apostoli erano strumenti dello Spirito Santo Che, tramite essi, proclamava verità celesti, ma essi erano e rimasero semplici uomini, soltanto messaggeri della Salvezza. Gesù Cristo invece è una persona divina, Egli è la Verità stessa, Egli è la vera luce del Mondo: tutte le Sue parole, opere e miracoli sono parole e opere divine, piene di spirito e vita divini, d’infinita altezza e profondità. Il Vangelo mette davanti ai nostri occhi la vita di Gesù Cristo; la parola e l’esempio dell’eterna Sapienza fattasi uomo: in essa appare il Dio uomo in persona – predicando, agendo, soffrendo e trionfando – mentre nell’Epistola lo Spirito Santo parla, insegna ed esorta solamente tramite servi umani.

Perciò, normalmente si dice che l’insegnamento offerto ai fedeli avviene in primo luogo in forma preparatoria e imperfetta, tramite la dottrina dei profeti e degli apostoli con l’Epistola; in maniera invece perfetta il popolo viene istruito tramite l’insegnamento di Cristo, così come si trova nel Vangelo. Pertanto, l’Epistola è letta prima del Vangelo perché subordinata ad esso, verso il quale prepara e spiana la strada: cioè introduce alla sua comprensione. Ambedue le letture armonizzano l’una con l’altra e si completano a vicenda: esse, infatti, vogliono esprimere un unico concetto, ovvero due idee congiunte.

Ma poiché l’oggetto, o il mistero della liturgia del giorno appare talvolta più chiaro nelle Epistole, altre volte invece nel Vangelo, si può generalmente affermare che le due letture bibliche s’illuminano vicendevolmente giacché esse compongono un unico insieme. Per esempio, nella festa della Santissima Trinità, l’Apostolo loda ed esalta, nella sua straordinaria Epistola, le imperscrutabili profondità della Divinità, mentre nel Vangelo è chiaramente proclamata l’adorabile tripla personalità di Dio, che costituisce il più profondo fondamento e l’apice della fede. L’Epistola di Pentecoste riferisce con descrizione dettagliata l’invio dello Spirito Santo, mentre il Vangelo contiene la promessa del Consolatore e delle Sue beate grazie.

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