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Le chiese della Controriforma a Torino

Storia23 Aprile 2021
Testo dell'audio

Torino divenne capitale dello Stato sabaudo nel 1563, quando il Duca Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580) vi entrò solennemente con la Corte, dopo che la città era stata lasciata dai francesi, che l’avevano occupata nel 1536. Con questo evento si aprì nella storia della vita religiosa della città una nuova fase, legata soprattutto alla Controriforma. Proprio in quel tempo, precisamente nel 1530, venne restaurata la chiesa di San Dalmazzo, le cui origini sono antichissime. Già nell’anno Mille, sotto i bastioni di Torino, sorgeva una piccola chiesa dedicata a san Dalmazzo. In epoca controriformistica la chiesa divenne sede della Compagnia della Misericordia (1579), fondata per offrire assistenza ai carcerati, mentre gli Antoniani furono sostituiti dai Barnabiti, chiamati a Torino nel 1609 da Carlo Emanuele I (1562-1630) su consiglio di san Carlo Borromeo (1538-1584).

La chiesa dei Santi Martiri è il luogo della devozione tipicamente controriformistica portata a Torino dai Gesuiti nella seconda metà del XVI secolo. Essi si inserirono subito nella tradizionale devozione della città, acquisendo le reliquie dei martiri tebei Avventore, Solutore, Ottavio. Fino al 1536 tali reliquie furono conservate nell’Abbazia di San Solutore: infatti erano state in quell’anno provvisoriamente sistemate nella cappella del Santuario della Consolata in quanto l’Abbazia era stata distrutta dai francesi, insieme ai sobborghi della città. I lavori della nuova chiesa ebbero inizio nel 1577 su progetto di Pellegrino Tibaldi (1527-1596), architetto ufficiale di san Carlo Borromeo. La struttura, tipica dell’architettura gesuitica, fonde motivi estetici e liturgici, con l’eliminazione della molteplicità di altari e cappelle, caratteristiche delle chiese pretridentine, al fine di orientare l’attenzione del fedele sull’altare maggiore e sul culto eucaristico. Importanti lavori e arredi furono aggiunti nel Settecento, in particolare il nuovo altare maggiore, opera di Filippo Juvarra (1678-1736), la sacrestia, la balaustra in marmo nero e il portone di ingresso, opera di Bernardo Antonio Vittone (1704-1770).

Sulla collina torinese, da oltre quattro secoli, un piccolo poggio, affacciato sul Po, ospita un convento di Cappuccini: il luogo è noto come «Monte dei Cappuccini». Carlo Emanuele I era particolarmente interessato a quest’ordine religioso, in quanto, insieme ai Gesuiti, erano protagonisti di un’intensa attività missionaria antiprotestante nelle valli valdesi del Piemonte. Nella direzione dei lavori si succedettero diversi architetti ducali. L’apporto più significativo venne fornito, fra il 1610 e il 1614, da Ascanio Vittozzi (1539-1615), il quale conferì un’impronta stilistica vicina al nuovo gusto barocco.

Per la sua storia, per la sua posizione nel contesto urbanistico e per la forma di devozione che vi era praticata, la chiesa di Santa Cristina si presenta, invece, come una tipica espressione della Torino seicentesca. L’edificio sorge nell’elegante piazza Reale (oggi piazza San Carlo), capolavoro dell’architetto Carlo di Castellamonte, che la progettò e la realizzò fra il 1620 e il 1650. La scenografica piazza, costruita in prospettiva lineare con il Palazzo Reale, è dominata da due chiese sorelle: la prima dedicata a San Carlo (edificata fra il 1619 e il 1620), la seconda a Santa Cristina (inaugurata nel 1639). Il progetto di quest’ultima fu realizzato per volere della reggente Cristina di Francia (1606- 1663), figlia di re Enrico IV di Francia (1553-1610) e della sua seconda moglie Maria de’ Medici (1573-1642). Madama Cristina volle essere sepolta nella chiesa, dove la sua salma fu inumata con l’abito dell’ordine carmelitano. In quegli anni la priora del convento era Maria degli Angeli Fontanella (1661-1717), vissuta in fama di santità e beatificata nel 1865. La chiesa, raccolta ed elegante, ospita i cuori di alcune rappresentanti di Casa Savoia particolarmente legate a questo luogo.


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La chiesa del Corpus Domini è collocata nell’antica piazza delle Erbe, in prossimità del Palazzo comunale, dove si teneva il mercato e ferveva la vita cittadina. Proprio qui, il 6 giugno 1453, avvenne il celebre Miracolo eucaristico: un ostensorio rubato e nascosto nelle bisacce di un mulo uscì prodigiosamente e l’Ostia che vi era contenuta si levò in alto di fronte al popolo e al Vescovo di Torino, Ludovico da Romagnano (?-1468). Iniziata nel 1603, su disegno di Ascanio Vittozzi, la chiesa venne ultimata nel 1609. A metà Seicento un nuovo disegno di Amedeo di Castellamonte modificò la facciata.

Il Santuario della Consolata, Patrona della città, appartiene alla tradizione della devozione mariana torinese. In questo sito si attesta l’esistenza della chiesa di Sant’Andrea a partire dal X secolo, dove si stabilirono, fra il 924 e il 929, i Benedettini della Novalesa. La Cronaca di Fruttuaria, scritta nel XIII secolo, ma rimaneggiata nei secoli seguenti, narra che sarebbe stato re Arduino (955 ca.-1014), soccorso dalla Madonna, apparsagli in sogno durante una malattia, a fondare nella chiesa la cappella della Consolazione (1016). Dopo la distruzione dell’edificio sacro, ad opera dei Longobardi (1080), avvenne il miracolo: un cieco originario di Briançon ritrovò (era il 20 giugno, giorno in cui si tengono i festeggiamenti della Consolata) prodigiosamente l’icona della Vergine sepolta sotto le rovine della cappella e riacquistò la vista (1104); di quell’epoca rimane la torre campanaria.

 


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Questo testo di Cristina Siccardi è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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