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L’Aventino e le sue Chiese

Tesori d'Italia04 Luglio 2020
Testo dell'audio

Nel 753 a.C. avviene la fondazione di Roma: l’Aventino è il colle scelto da Remo in contrapposizione al Palatino scelto da Romolo. Così dice la leggenda, con quel che segue. Per tutta l’epoca repubblicana l’Aventino fu il rifugio dei plebei, e divenne gradualmente centro di mercanti, per la presenza del sottostante porto fluviale sul Tevere; c’erano anche due edifici termali lungo le sue pendici.Poi, al tempo dell’Impero, fu scelto come abitazione da famiglie patrizie, fino alla distruzione apportata dai goti di Alarico nel 410 d.C. Sembrava che fosse finita la storia millenaria non solo dell’Aventino ma di tutta Roma. Il luogo rimase poco abitato e divenne zona di pace e di silenzio.

La religione cristiana si sviluppò molto su questo colle per opera di Marcella, che raccolse nel suo palazzo devote matrone e ospitò san Girolamo, che fu maestro di vita cristiana. L’Aventino ha una fisionomia propria per la nobiltà spirituale, che lo distingue dagli altri colli e lo avvolge di silenzio e di pace, che conviene specialmente alla vita monastica. È proprio indovinato il motto dei Benedettini sistemati sulla parte più alta del monte dal 1893: “ora et labora”: prega e lavora.

Ma già si erano diffusi i luoghi di culto dei cristiani, all’inizio in case private, e così sull’Aventino c’erano delle “chiese domestiche”. Diverse grandi chiese cristiane hanno avuto una origine del genere, e in alcuni casi è stato possibile recuperare i locali originari, così piccoli e modesti rispetto alla grandiosità delle basiliche successive.

L’antichissima Chiesa di Santa Prisca, ci riporta alla splendida amicizia di san Paolo con una coppia di nome Aquila e Prisca. Aquila, seguendo le norme della larga ospitalità orientale, aprì la sua casa di Corinto a quel connazionale senza tetto in cerca di lavoro (poiché san Paolo fabbricava tende) e lo presentò alla moglie Prisca. Lui stesso venditore di tende e tappeti, Aquila viaggiava molto e si era pure stabilito a Roma in una casa del senatore Pudente come racconta la tradizione, dove si ritene che abbia incontrato la futura moglie.

Si dice che Priscilla sarebbe stata la moglie di Pudente, mentre la nostra Prisca fu liberta o cliente di Priscilla. La tradizione romana fa spesso intrecciare i destini di questi personaggi, e così capita spesso nella nostra realtà quotidiana. Comunque Prisca era romana. La sua casa dell’Aventino era così ordinata che san Paolo la chiamava chiesa: saluta, infatti, nell’epistola ai Romani, questa piccola comunità nata dal fervore di questa coppia (Rom. 16,3-5). Nessuna delle donne che hanno aiutato l’Apostolo nella sua predicazione ha meritato un elogio più significativo: un bell’ideale per ogni famiglia, questa “chiesa domestica”…

Il culto di un’altra santa Prisca, giovane romana martirizzata sotto l’Imperatore Claudio il Gotico, sepolta al cimitero di Priscilla (Prisca) a cui ha dato il nome, è stato associato probabilmente verso la stessa epoca al culto della moglie di Aquila. Gli affreschi dell’abside rievocano il martirio con tanti dettagli, come amavano fare gli antichi. Restaurata molte volte, spesso abbandonata perché lontana dal centro della città, i figli di san Francesco rifiutarono l’offerta fatta a loro di abitare quassù perché l’aria era malsana: e questo non è sicuramente quello che dicono gli abitanti dell’Aventino di oggi.

La vita di Sant’Alessio, invece, inizia con un mancato matrimonio. La basilica a lui dedicata, non molto lontana da sant’Anselmo, è eretta sulla casa paterna. Alessio, nel giorno delle nozze con una ricca romana comprende di non esser tagliato per la vita matrimoniale (meglio tardi che mai!). Dopo un colloquio con la moglie, abbandona nascostamente la casa dei genitori per andarsene ramingo per il mondo, vestito di un solo saio, dedito alla penitenza. Arrivato fino in Palestina, vive d’elemosina. Solo dopo molti anni decide di tornare a Roma: bussa alla casa paterna, ma emaciato com’è, con la barba lunga e vestito di stracci, chi lo riconosce?

Creduto un pellegrino, gli viene offerto l’alloggio in un sottoscala del palazzo. Ci vive 17 anni, incaricato dei lavori più umili, nutrendosi della carità paterna e bevendo l’acqua del pozzo vicino. La scala e il pozzo, visibili nell’attuale chiesa medievale, ricordano l’umiltà e la penitenza portate fino all’eroismo. Ci ricorda pure il silenzio nelle buone opere: la sua vera identità fu svelata da una lettera al padre solo quando Alessio morì.

Gli affreschi di San Clemente del V secolo illustrano quanto riportato qui. Interessante nella vita del santo anche questa andata-ritorno in Terra Santa che troviamo pure nella vita di san Girolamo, che pure abitò sull’Aventino. La vita monastica mantiene questo legame profondo con l’Oriente che è la sua culla.

Dobbiamo ricordare anche il miracolo di santa Francesca Romana per i perplessi che dubitano dell’esistenza del santo: infatti, ancora molto giovane, mentre era in preda a una grave malattia che la tratteneva da due anni in uno stato di languore, fu miracolosamente guarita dal santo. Quando se ne accorse la mattina, corse a sant’Alessio, prima che tutti fossero svegliati, a rendere grazia.

I prossimi passi ci portano sulla strada che va al Circo Massimo, in un’umile cella dove visse reclusa (sì, in una stanza grigia senza mai uscire!) per ben 44 anni, una giovane americana, alta 1,80, musicista, laureata in lettere e filosofia, piena di allegria, equilibratissima, amante della cioccolata e dei dolci… Quando la mamma faceva la torta, il cioccolato che la ornava spariva sempre prima di arrivare in tavola!

Poi scopre di essere chiamata alla reclusione per Gesù. Dopo diversi tentavi per realizzare la sua vocazione, che alcuni giudicavano strana, è mandata a Roma dal suo confessore. Ma a Roma niente da fare. Il Carmelo la accetta, ci entra, ma non è la sua vocazione. Solo le Camaldolesi, figlie di san Romualdo capirono le esigenze di questa vocazione. Il convento delle Camaldolesi nascose questo tesoro fino al 7 febbraio 1990, cioè fino alla morte di chi meriterebbe l’aureola dei santi. Ma non anticipiamo.

Giulia Crotta nata nel 1907, in religione Suor Nazarena, scriveva: «La vocazione a una stretta e perpetua reclusione è la chiamata divina alla vita di preghiera e di penitenza, sola con Dio, nel silenzio, nella solitudine e nel nascondimento, spinta agli estremi limiti, per imitare in una cella di reclusione la vita solitaria vissuta nel deserto».

Fu Papa Pio XII a benedire la sua regola nel corso di un’udienza privata: la trovò molto austera per questa ragazza, che si era già ammalata nel Carmelo. Niente tavolo, un paio di zoccoli, un saio, il più rozzo mai visto, un cibo ridotto a quasi niente: quasi sempre pane e acqua e qualche verdura per le feste, un litro d’olio all’anno, un letto con una croce incisa, strumenti di penitenza da fare venire la pelle d’oca.

Ogni giorno ricominciava. Un giorno, non si sa come, capitò che un superiore di seminario (favore rarissimo!) riuscì ad avere udienza con Suor Nazarena: si parlò essenzialmente della vita interiore. Quando uscì il sacerdote, la religiosa si pentì molto, temeva di aver parlato troppo e chiese di non aver mai più questo tipo di visita. Un altro giorno il suo silenzio ebbe conseguenze più gravi. La maniglia della porta del bagnetto si ruppe e fu costretta ad aspettare una giornata intera la suora che le portava il cibo.

Quando si allargò la strada che corre attorno al Circo Massimo che vedeva dalla sua finestra, per procurarle più calma le fu proposto di cambiare cella, ma rifiutò: voleva pregare per i suoi fratelli che vedeva passare tutti di fretta al volante delle loro macchine diretti verso i loro affari. Come notava Pio XII: «È l’amore di Dio che riempie i monasteri, non l’amore della Penitenza».

Tuttora due religiose da una decina d’anni hanno ripreso la fiamma di suor Nazarena e vivono recluse, totalmente per Dio. Diceva suor Nazarena: «Vorrei predicare il più breve messaggio che esista: Dio solo è sufficente». Forse è questo il segreto della pace dell’Aventino, il segreto della penitenza cristiana: tutta da riscoprire, come le chiese di Roma.

 

Questo testo di Jacques-Yves Pertin è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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