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L’Alleluia

Liturgia19 Marzo 2020
Testo dell'audio

La seconda sezione del canto tra le due Letture bibliche è l’Alleluia. Esso fu, da sempre, il principale sostegno del canto melismatico. Il cantare in melismi si chiamava “jiubilare” cioè giubilare. L’antichità e il Medioevo trattano spesso della particolarità, del significato e dell’effetto del canto dell’Alleluia. Nel suo commento del Salmo 99 S. Agostino spiega la comune necessità umana di “giubilare”. “Chi giubila non pronuncia parole ma solamente un canto gioioso senza parole: è la voce di un cuore sciolto nella gioia, che cerca di esprimere al massimo il suo sentimento, senza proferire parola di un qualsiasi pensiero. Quando l’uomo si rallegra in un’atmosfera gioiosa, esulta per la gioia senza parole, dando l’impressione che la gioia sia talmente grande da non poterla descrivere con parole”.

Il giubilo trova dunque nella liturgia la sua più spontanea applicazione pratica. “Per chi”, così osserva S. Agostino nella sua predica sul Salmo 32, “per chi può essere più appropriato il giubilo se non per Dio, se non a gloria di Dio che è l’ineffabile? Ineffabile è Egli, poiché la parola è troppo povera per parlarGli. E quando lì la parola non ti è sufficiente, ma tu non puoi nemmeno tacere, che cosa ti rimane da fare se non esultare mentre il cuore gioisce, senza pronunciar parola, e la pienezza sconfinata della gioia non conosce i confini delle sillabe?

Cassiodoro († 470), spiegando il Salmo 104, si sofferma anche sull’allungamento del giubilo dell’Alleluia: “L’Alleluia, quasi in sordina, si è perfettamente adattato alle nostre chiese e alle nostre celebrazioni. In esso si rallegra la lingua dei cantori, e l’assemblea risponde allegramente; e come un bene di cui non se ne ha mai abbastanza, è ripetuto continuamente con sempre nuovi melismi”. L’Alleluia, quindi, era un canto autonomo riccamente sviluppato e senza testo scritto.

Dalla sinagoga, l’Alleluia passò senz’alcuna traduzione nella Chiesa, e sin dall’inizio si fece di esso un vero ritornello popolare, adattato al salmodiare del solista. In relazione al consolante e lieto passaggio del cristiano all’altra vita (Ep. 14,13), in tempi antichi l’Alleluia veniva cantato anche nella liturgia dei morti. Così S. Girolamo racconta riguardo alle esequie di Fabiola a Roma: “Canti di salmi si spandevano e l’eco dell’Alleluia saliva rimbombando contro la cupola dorata del tempio”.


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I Greci non omettono di cantare l’Alleluia nemmeno nel periodo quaresimale e nelle Messe da requiem. Ancora oggi i cristiani copti d’Egitto cantano spesso l’Alleluia per un buon quarto d’ora. Nella Messa Romana il canto dell’Alleluia venne introdotto dal papa Damaso (366-384), inizialmente però solo nella domenica di Pasqua; ma già nel V secolo lo si cantava durante tutto il periodo pasquale, e S. Gregorio Magno estese questa prassi a tutto l’anno liturgico, esclusi i giorni di digiuno e di penitenza. Dal medesimo Papa ha origine anche l’uso di aggiungere all’Alleluia uno o più versi di un Salmo.

Con il Graduale, anche l’Alleluia appartiene alla maniera responsoriale del cantare. Il solista inizia cantando l’Alleluia e il coro lo ripete; dopo ciascun verso che egli poi canta, il coro ripete l’Alleluia. Sin dal Medioevo – al contrario del Graduale – l’Alleluia è rimasto fino ad oggi un vero canto responsoriale. La ripetizione dell’Alleluia veniva omessa senza eccezione dopo il verso Confitemini (“proclamate”) nelle vigilie di Pasqua e di Pentecoste, quando il Tractus Laudate (“glorificate”) si unisce immediatamente al verso, come anche nella Messa della settimana delle Rogazioni, quando subito dopo il verso segue il Vangelo.

Già nel tempo dopo S. Gregorio Magno si omise l’Alleluia nella domenica Settuagesima, e dalla domenica in Albis fino alla prima domenica dopo Pentecoste si soppresse o si sostituì il responsorio del Graduale con un secondo Alleluia. L’Alleluia ha sempre avuto il suo posto d’onore nella liturgia, e soprattutto nel periodo pasquale dove, ancora oggi, viene prodigamente effuso; in seguito, tuttavia, questa melodia uscì dalla casa di Dio per spandersi all’aperto come un grido cristiano di gioia, per le strade e nella campagna.


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I bambini, fin dalla loro infanzia, erano istruiti dai loro pii genitori a cantare l’Alleluia, che divenne anche un grido di giubilo nelle processioni, un grido di battaglia dei soldati, un canto di gioia dei pastori e dei marinai. In una descrizione idillica della vita campestre dei cristiani – nei dintorni del monastero di Betlemme – S. Girolamo racconta che il contadino dietro l’aratro cantava l’Alleluia, e i mietitori e i vendemmiatori addolcivano il loro lavoro cantando salmi. S. Gregorio Magno si rallegra che i suoi missionari avessero insegnato a cantare “l’ebraico Alleluja” agli Anglosassoni. E l’Alleluia compare anche nella lingua volgare, come ritornello dopo singole strofe di Sequenze e di canti popolari.

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