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L’abito ecclesiastico: sua valenza e storia

Recensioni librarie21 Maggio 2019
Testo dell'audio

È vero che non è l’abito a fare il monaco, eppure lo identifica e lo protegge.

Questo libro, intitolato L’abito ecclesiastico: sua valenza e storia (Edizioni Carismatici Francescani, Ravenna, 2004, € 3,00), è la tesi di laurea dell’autore, don Michele De Santi, difesa alla Pontificia Università della Santa Croce: uno studio storico molto approfondito, a cui sono state aggiunte in appendice la lettera che papa Giovanni Paolo II inviò al vicario per la città di Roma, il card. Ugo Poletti (1914-1997) – per invitarlo a studiare le opportune iniziative per favorire l’uso dell’abito ecclesiastico nella diocesi di Roma –, uno scritto dello storico Franco Cardini sull’origine del saio francescano, e alcune testimonianze di sacerdoti sull’opportunità pastorale di indossare la veste talare.

Mons. De Santi ci ricorda che l’abito ecclesiastico predica da se stesso la Parola di Dio – come disse lo stesso papa Giovanni Paolo II – e si ricollega all’antropologia unitaria di San Tommaso d’Aquino, cioè al principio dell’unità di corpo e di anima che l’uomo sintetizza in sé (unità spirituale e corporea dell’essere umano): l’uomo esprime la sua interiorità anche attraverso il corpo, che diventa uno strumento di comunicazione.

Ancor di più: il corpo assume la funzione di linguaggio originario e fondamentale dell’uomo, in cui si radicano tutte le altre forme derivate di linguaggio.

Portando l’abito talare – che è distintivo del proprio essere cristiano e perciò apportatore dei valori ultimi che conducono alla vita eterna – si rifugge dal relativismo condannato da papa Benedetto XVI, relativismo incapace di dare risposta alcuna ai problemi ultimi dell’uomo e del suo destino.

Insomma, l’abito non fa il monaco, ma lo identifica e lo protegge.

 

Questo testo di Manuela Faella è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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