La virtù di costanza e i modi per acquistare e perfezionare la fortezza

La costanza nello sforzo consiste in lottare e soffrire sino alla fine, senza cedere alla stanchezza, allo scoraggiamento, o alla sensualità.
L’esperienza infatti insegna che, dopo sforzi reiterati, uno si stanca di fare il bene e si annoia a star sempre con la volontà tesa. Eppure, la virtù non è soda finché non ha la sanzione del tempo, finché non è rinsaldata da abitudini profondamente radicate.
Questo sentimento di stanchezza produce spesso lo scoraggiamento e la sensualità: la noia che si prova in rinnovare gli sforzi allenta le energie della volontà e produce un certo abbattimento morale o scoraggiamento; allora l’amor del godere e il dispiacere d’esserne privi ripigliano il sopravvento e uno s’abbandona alla corrente delle cattive inclinazioni.
Per reagire contro questa fiacchezza:
- bisogna anzitutto ricordarsi che la perseveranza è dono di Dio, che si ottiene con la preghiera; dobbiamo quindi chiederla con insistenza, unendoci a Colui che fu costante sino alla morte, e per intercessione di colei che giustamente appelliamo la Vergine fedele;
- bisogna poi rinnovare il pensiero della brevità della vita e della durata infinita della ricompensa che coronerà i nostri sforzi; avendo tutta l’eternità per riposarci, si può ben fare qualche sforzo e tollerare qualche noia sulla terra. Se, ciononostante, ci sentiamo fiacchi e vacillanti, è il caso di instantemente chiedere la grazia della costanza, di cui sentiamo così vivo bisogno, ripetendo la preghiera di S. Agostino: “Da, Domine, quod jubes, et jube quod vis” (“Dacci, Signore, quello che comandi, e comanda ciò che vuoi”).
- Infine, bisogna rifarsi coraggiosamente all’opera con novello ardore, appoggiati all’onnipotente grazia di Dio, anche contro l’apparente poco buon esito dei nostri tentativi, ricordandoci che Dio non chiede la riuscita ma lo sforzo. Non dimentichiamo peraltro che abbiamo talora bisogno di un certo sollievo, di riposo e di svago: l’uomo non può vivere ogni giorno senza alcuna consolazione. Per cui la costanza non esclude il legittimo riposo: oziare per poi meglio lavorare; tutto sta a prenderlo conforme alla volontà di Dio, secondo le prescrizioni della regola o di un saggio direttore.
Il segreto della nostra fortezza sta nella diffidenza di noi e nella assoluta confidenza in Dio. Incapaci di fare nulla di bene nell’ordine soprannaturale senza l’aiuto della grazia, diventiamo partecipi della forza stessa di Dio e riusciamo invincibili se procuriamo di appoggiarci su Gesù: “chi rimane in me ed io in lui, porta molto frutto … tutto posso in colui che mi dà la forza”. Ecco perché riescono forti gli umili, quando alla coscienza della propria debolezza associano la confidenza in Dio. Questi due sentimenti bisogna quindi coltivar nelle anime. Se si tratta di anime orgogliose e presuntuose, si insisterà sulla diffidenza di sé, se si ha a che fare con persone timide e pessimiste, si insisterà sulla confidenza in Dio, spiegando quelle consolanti parole di S. Paolo: “i deboli agli occhi del mondo Dio sceglie per confondere i forti … ciò che non è per annientare ciò che è.
A questa doppia disposizione bisogna aggiungere profonde convinzioni e abitudine di operare secondo queste convinzioni.
Convinzioni fondate sulle grandi verità, in particolare sul fine dell’uomo e del cristiano, sulla necessità di sacrificare tutto per conseguire questo fine, sull’orrore che deve ispirarci il peccato, solo ostacolo al nostro fine, sulla necessità di sottomettere la nostra volontà a quella di Dio così da schivare il peccato e conseguire il fine, ecc. Sono queste convinzioni che formano i principi direttivi della nostra condotta e i motori che ci danno lo slancio necessario a trionfare sugli ostacoli.
Ecco perché importa molto abituarsi ad operare secondo queste convinzioni; si baderà quindi a non lasciarsi trascinare dall’ispirazione del momento, dal subitaneo impulso della passione, dall’abitudine o dal proprio interesse; ma prima di operare uno si chiederà: “cosa serve tutto ciò per l’eternità?”. L’azione che io sto per fare m’avvicina a Dio e all’eternità beata? Se sì, la farò; se no, me ne asterrò. Così, riconducendo tutto al fine ultimo, si vive secondo le proprie convinzioni e si è forti.
A meglio superar le difficoltà, è bene prevederle, guardarle in faccia e armarsi di coraggio contro di loro; ma senza esagerarle e facendo affidamento sull’aiuto di Dio non mancherà di darci a tempo opportuno. La difficoltà prevista è mezza vinta.
Infine, non si dimenticherà che nulla ci rende intrepidi quanto l’amor di Dio. Se l’amore rende animosa e forte una madre quando si tratta di difendere i figli, che cosa non farà l’amor di Dio quando è profondamente radicato nell’anima? Non è l’amore che fece i martiri, le vergini, i missionari, i santi? Quando Paolo arra per quali prove passò, quali persecuzioni, quali patimenti sostenne, uno pensa che cosa mai ne reggesse il coraggio in mezzo a tante avversità. Ce lo dice egli stesso: l’amor di Cristo. Ecco perché è senza inquietudine per l’avvenire; chi potrà infatti separarlo dall’amore di Cristo? Enumera le varie tribolazioni che può prevedere, aggiungendo che: “né la morte, né la vita, né gli angeli … né le cose presenti, né le cose future, né le potenze … né creatura alcuna potrà separarci dall’amore di Dio in Gesù Cristo Nostro Signore”. Ciò che diceva S. Paolo può essere ripetuto da ogni cristiano a patto che ami sinceramente Dio; parteciperà allora alla forza stessa di Dio: “quia tu es, Deus, fortitudo mea”.