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La virtù dell’obbedienza (parte 2)

Teologia Morale25 Febbraio 2025
Testo dell'audio

 

Cari amici bentrovati, nell’ultimo podcast avevamo iniziato a considerare la virtù dell’obbedienza e ci eravamo fermati sulle caratteristiche dell’obbedienza perfetta dicendo che essa deve essere soprannaturale nell’intenzione e universale nell’estensione. Essa però, deve essere anche integrale nell’esecuzione.

 

Integrale nell’esecuzione e quindi puntuale, senza restrizione, costante e anche allegra.

  1. Puntuale: perché l’amore, che presiede all’obbedienza perfetta, ci fa obbedire prontamente: “l’obbediente ama il comando e appena lo intravede, qual che sia, gli vada a genio o no, l’abbraccia, l’accarezza e l’ama teneramente”. Tanto dice pure S. Bernardo: “il vero obbediente non conosce dilazioni, ha in orrore il domani, ignora i ritardi, previene il comando, tiene gli occhi attenti, le orecchie tese, la lingua pronta a parlare, le mani disposte ad operare, i piedi svelti a slanciarsi, è tutto raccolto per cogliere subito la volontà di colui che comanda”.
  2. Senza restrizione: fare una scelta, obbedire in certe cose e disobbedire in altre, è perdere il merito dell’obbedienza, è mostrare che uno si sottomette in ciò che piace, e che quindi questa sottomissione non è affatto soprannaturale. Ricordiamoci dunque di ciò che dice Nostro Signore: “un solo iota o un solo apice della Legge non passerà senza che tutto sia compiuto”. 
  3. Ci vuole pure costanza; è uno dei grandi meriti di questa virtù: “perché fare lietamente ciò che viene comandato, per una volta sola, finché piacerà, è cosa che costa poco; ma quando vi si dice: farete questo sempre e per tutto il tempo della vita, qui sta la virtù ed è qui il difficile” dice S. Francesco di Sales nelle sue Conferenze spirituali.
  4. Allegra: dice San Paolo ai Corinzi “ilare donatore ama il Signore”. Non può essere allegra l’obbedienza nelle cose penose se non è ispirata dall’amore; nulla, infatti, riesce penoso a chi ama, perché allora non si pensa al patimento ma a colui per cui si patisce. Ora quando si vede Nostro Signore nella persona di chi comanda, come non amarlo, come non fare di gran cuore il piccolo sacrificio richiesto da Colui che morì vittima di ubbidienza per noi? Ecco perché bisogna rifarsi sempre al principio generale che abbiamo stabilito: veder Dio nella persona del superiore; allora s’intendono pure meglio l’eccellenza e i frutti dell’obbedienza.

Discende da quanto abbiamo detto l’eccellenza dell’ubbidienza. S. Tommaso non esita a dire che dopo la virtù della religione, è la più perfetta delle virtù morali, perché ci unisce più di tutte le altre a Dio, nel senso che ci distacca dalla nostra volontà che è il più grande ostacolo all’unione divina. Ed è pure la madre e la custode delle virtù e trasforma gli atti ordinari in atti virtuosi.

L’obbedienza ci unisce a Dio e ci mette in abituale comunione con la sua vita.

  1. Infatti, sottomette direttamente alla volontà divina la volontà nostra e quindi pure tutte le altre nostre facoltà, in quanto queste sono soggette alla volontà. Sottomissione tanto più meritoria perché libera: le creature inanimate obbediscono a Dio per necessità di natura, ma l’uomo obbedisce per libera scelta della sua volontà. Offre così al Supremo Padrone ciò che ha di più caro e gli immola la più eccellente delle vittime. Entra pure in comunione con Dio, non avendo più altra volontà che la sua e ripetendo gli eroici accenti di Gesù nell’ora dell’agonia: “non la mia volontà, ma sia fatta la tua”. Comunione grandemente meritoria e grandemente santificatrice, perché unisce la nostra volontà, che è il più prezioso nostro bene, alla sempre buona e santa volontà di Dio.
  2. Ed essendo la volontà regina di tutte le facoltà, unendola noi a Dio, uniamo a lui tutte le potenze dell’anima. Sacrificio maggiore di quello dei beni esterni che facciamo con la povertà e di quello dei beni del corpo che facciamo con la castità e la mortificazione; l’ottimo dei sacrifici.
  3. Ed è pure il più costante e il più durevole; con la comunione sacramentale non restiamo uniti a Dio che per pochi istanti, ma l’obbedienza abituale forma tra l’anima nostra e Dio una specie di comunione spirituale permanente che ci fa restare in lui come egli resta in noi, volendo noi tutto ciò che vuol lui e null’altro fuori di ciò che vuol lui. Ora questa è veramente la più vera, la più intima, la più pratica di tutte le unioni.

L’obbedienza, quindi, è madre e custode di tutte le virtù, secondo la bella espressione di S. Agostino nel De Civitate Dei: “l’obbedienza nella creatura razionale è la madre e la custode delle virtù”.

  1. L’obbedienza si confonde praticamente con la carità, perché, come insegna S. Tommaso, l’amore produce prima di tutto l’unione delle volontà. E non è questo l’insegnamento di S. Giovanni? Dopo aver dichiarato che chi pretende d’amare Dio senza osservarne i comandamenti è un mentitore aggiunge: “ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto, e da ciò sappiamo che siamo in lui”. E non è pur questo l’insegnamento del divino Maestro quando dice che nell’osservanza dei suoi comandamenti sta l’amore per lui? “Se mi amate, osservate i miei comandamenti”. La vera ubbidienza è dunque in fondo un ottimo atto di carità.
  2. L’obbedienza ci fa pur praticare le altre virtù in quanto sono tutte comandate o almeno consigliate. Ci fa praticare la mortificazione e la penitenza, così spesso prescritte nel Vangelo, la giustizia, la religione, la carità e tutte le virtù contenute nel Decalogo. Ci fa perfino somigliare ai martiri che sacrificano la vita per Dio come infatti spiega S. Ignazio, “per lei la propria volontà e il proprio giudizio sono continuamente immolati e stesi come vittime sull’altare, cosicché nell’uomo, al posto del libero arbitrio, non vi è più che la volontà di Gesù Cristo N. S. intimataci da colui che comanda e non è solo il desiderio di vivere, come avviene nel martire, che è immolato con l’obbedienza, ma tutti insieme i desideri. Tanto pure diceva S. Pacomio a un giovane religioso che desiderava il martirio: “muore abbastanza martire chi ben si mortifica; è maggior martirio perseverare tutta la vita nell’ubbidienza che morire tutt’a un tratto di spada”.
  3. L’ubbidienza ci dà così sicurezza perfetta: lasciati a noi stessi, ci chiederemmo che cosa sia più perfetta; l’ubbidienza, segnandoci il dovere di ogni istante, ci mostra la via più sicura per santificarci; facendo ciò che prescrive, adempiamo più pienamente possibile la condizione essenziale richiesta dalla perfezione, cioè l’adempimento della santa volontà di Dio. Quindi un sentimento di pace profonda ed inalterabile: chi non vuol altro che la volontà di Dio espressa dai superiori, non si dà pensiero né di ciò che occorra fare né dei mezzi da adoperare: non ha che da ricevere gli ordini di colui che tiene il posto di Dio ed eseguirli meglio che può. Al resto pensa la Provvidenza. Non ci si chiede la buona riuscita ma semplicemente lo sforzo per compiere gli ordini dati. Si può per altro star sicuri sul risultato finale: è chiaro che se noi facciamo la volontà di Dio, egli penserà a fare la nostra, cioè ad esaudire le nostre richieste e assecondare i nostri disegni. Pace quindi in questa vita e, giunti al termine, l’obbedienza ci apre pure la porta del paradiso: perduto per la disubbidienza dei nostri progenitori, riconquistato con l’ubbidienza di Gesù Cristo, il paradiso è riservato a coloro che si lasciano guidare dai rappresentanti di questo Salvatore divino. Niente inferno per i veri obbedienti, dice S. Bernardo.

Infine, l’ubbidienza trasforma in virtù ed in meriti le più comuni occupazioni della vita, i pasti, le ricreazioni, il lavoro; tutto ciò che è fatto in spirito d’ubbidienza partecipa al merito di questa virtù, piace a Dio e sarà da lui ricompensato. Invece tutto ciò che è fatto in opposizione alla volontà dei Superiori, fosse pure in sé ottima cosa, non è in fondo che un atto di disubbidienza. Ecco perché si paragona spesso l’ubbidiente a un viaggiatore salito su una nave guidata da abile nocchiero; ogni giorno, anche quando riposa, egli avanza verso il porto, giungendo così, senza fatica e senza pensieri, alla bramata meta, al porto della beata eternità.

Concludiamo con le parole che Dio rivolge a santa Caterina da Siena: “Oh quanto è dolce e gloriosa questa virtù in cui sono tutte le altre virtù! Perché ella è concepita e partorita dalla carità; in lei è fondata la pietra della santissima fede; ella è una regina; e colui di cui ella è sposa non sente alcun male ma sente pace e quiete. Le onde del mare tempestoso non gli possono nuocere, così che l’offendano per alcuna sua tempesta nel midollo dell’anima sua. Non ha pena che l’appetito non sia pieno, perché l’obbedienza gli ha fatto ordinare e desiderare solamente me, che posso, so e voglio compire i desideri suoi e lo ha spogliato delle mondane ricchezze. Oh, obbedienza, che navighi senza fatica e senza pericolo giungi a porto di salute! Tu ti conformi col Verbo unigenito mio Figliuolo; tu Sali nella navicella della santissima croce, recandoti a sostenere, per non trapassare l’obbedienza del Verbo né uscire dalla dottrina sua. Sei grande con lunga perseveranza e sì grande che tieni dal cielo alla terra, perché con essa si disserra il cielo”.

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