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La virtù della religione

Teologia Morale15 Gennaio 2025
Testo dell'audio

 

Questa virtù si connette con la giustizia, perché ci fa rendere a Dio il culto che gli è dovuto; ma non potendo noi offrigli l’ossequio infinito a cui ha diritto, la nostra religione non avvera tutte le condizioni della giustizia; per cui non è in senso proprio un atto di giustizia, ma vi si avvicina quanto più è possibile. Ne esporremo la natura, la necessità e la pratica.

La religione è una virtù morale soprannaturale che inclina la volontà a rendere a Dio il culto che gli è dovuto per l’infinita sua eccellenza e per il supremo dominio sopra di noi.

  1. È una virtù speciale, distinta dalle tre virtù teologali che hanno Dio per oggetto diretto; mentre l’oggetto proprio della religione è il culto di Dio, sia interno che esterno. Ma presuppone la virtù della fede, che ci illumina sui diritti di Dio e quando sia perfetta, è informata dalla carità e finisce col non essere più che l’espressione e la manifestazione delle tre virtù teologali.
  2. Il suo oggetto formale o motivo è di riconoscere l’infinita eccellenza di Dio, primo principio ed ultimo fine, Essere perfetto, Creatore da cui tutto dipende e a cui tutto deve tendere.
  3. Gli atti a cui la religione ci induce sono interni ed esterni.

Con gli atti interni assoggettiamo a Dio l’anima con le sue facoltà e specialmente l’intelletto e la volontà. 1) il primo e più importante di questi atti è l’adorazione per cui tutto il nostro essere si prostra davanti a Colui che è la pienezza dell’essere e la fonte di tutto ciò che vi è di bene nella creatura. È accompagnata o seguita dalla ammirazione riverente che proviamo alla vista delle infinite sue perfezioni. 2) Ed essendo egli l’autore di tutti i beni che possediamo, gliene professiamo la debita riconoscenza. 3) Ma ricordandoci di essere peccatori, concepiamo sentimenti di penitenza per riparare l’offesa commessa contro l’infinita sua maestà. 4) E perché abbiamo continuamente bisogno del suo aiuto per fare il bene e conseguire il nostro fine, gli rivolgiamo le nostre preghiere o domande, riconoscendo così che è fonte d’ogni bene.

Questi sentimenti interni si manifestano con atti esterni, che hanno tanto maggior valore quanto più perfetti sono gli atti interni di cui sono espressione. 1) Il principale di questi atti è certamente il sacrificio, atto esterno e sociale, con cui il sacerdote offre a Dio, in nome della Chiesa, una vittima immolata, per riconoscerne il supremo dominio, riparare l’offesa fatta alla sua Maestà ed entrare in comunione con lui. Nella nuova Legge non c’è che un solo sacrificio, quello della Messa, che, rinnovando il sacrificio del Calvario, porge a Dio ossequi infiniti e ottiene agli uomini tutte le grazie di cui hanno bisogno. 2) A quest’atto principale s’aggiungono: le preghiere pubbliche offerte, in nome della Chiesa, dei suoi rappresentanti, in particolare l’ufficio divino; le benedizioni del SS. Sacramento; le preghiere vocali private; i giuramenti e i voti fatti con prudenza, in onore di Dio, dotati di tutte le condizioni descritte nei trattati di teologia morale, gli atti soprannaturali esterni fatti per la gloria di Dio e che, secondo l’espressione di san Pietro, sono sacrifici spirituali graditi a Dio.

Da ciò si può concludere che la virtù della religione è la più eccellente delle virtù morali perché, facendoci praticare il culto divino, ci avvicina a Dio più che le altre virtù.

Per procedere con ordine dimostreremo: 1) che tutte le creature devono rendere gloria a Dio; 2) che è dovere speciale per l’uomo; 3) soprattutto poi per il sacerdote.

Se ogni opera deve proclamare la gloria dell’artista che l’ha fatta, quanto più deve la creatura proclamare la gloria del suo Creatore? L’artista non fa poi altro che modellare l’opera sua e terminata che l’abbia, non ci fa più nulla. L’artista divino invece non solo modellò le sue creature ma le trasse interamente dal nulla, imprimendovi non solo l’orma del suo genio ma anche un raggio delle sue perfezioni; e continua ad occuparsene conservandole, aiutandole col suo concorso e con la sua grazia, cosicché sono in una intera dipendenza da lui. Devono quindi assai più delle opere di un artista proclamare la gloria del loro autore. È quello che fanno, a modo loro, gli esseri inanimati, i quali, svelandoci la loro bellezza e la loro armonia, ci invitano a glorificare Dio: “i cieli narrano la gloria di Dio … egli ci ha fatti e non noi stessi”; ma è ossequio che non onora Dio se non molto imperfettamente perché non è libero.

Spetta dunque all’uomo il glorificare Dio in modo cosciente, prestare il cuore e la voce a queste creature inanimate per cui rendergli ossequio intelligente e libero. Spetta a lui, che è il re della creazione, contemplare tutte queste meraviglie e riferirle a Dio ed essere quindi il pontefice della creazione. Deve specialmente lodarlo in nome proprio: più perfetto degli esseri irragionevoli, creato ad immagine e somiglianza di Dio, partecipe della sua vita, deve vivere in assidua ammirazione, lode, adorazione, riconoscenza ed amore al suo Creatore e Santificatore. È quello che dichiara S. Paolo: “Da lui, per lui, e a lui sono tutte le cose: a lui la gloria per tutti i secoli! … Sia che viviamo, viviamo per il Signore, sia che moriamo, moriamo per il Signore”. E, ricordando ai discepoli che il nostro corpo come l’anima nostra è tempio dello Spirito Santo, aggiunge: “glorificate Dio nel vostro corpo”.

Questo dovere spetta soprattutto ai sacerdoti. Infatti, la maggior parte degli uomini, ingolfati negli affari e nei piaceri, sventuratamente non consacrano che pochissimo tempo all’adorazione. Si dovevano quindi scegliere tra loro delegati speciali, accetti a Dio, che potessero non solo in nome proprio ma in nome pure di tutta la società, rendere a Dio i doveri di religione a cui ha diritto. È appunto questo l’ufficio del sacerdote cattolico: eletto da Dio stesso, tra gli uomini, è come il mediatore di religione tra il cielo e la terra, incaricato di glorificare Dio e porgergli l’ossequio di tutte le creature, facendone poi scendere sulla terra una pioggia di grazie e di benedizioni. Tale è quindi il dovere del suo stato, la sua professione, vero dovere di giustizia, come spiega S. Paolo: “Ogni sommo sacerdote, proveniente dagli uomini, è costituito a vantaggio degli uomini per i loro rapporti con Dio, allo scopo di offrire oblazioni e sacrifici per i peccati”. Ecco perché la Chiesa gli affida due grandi mezzi per praticare la virtù della religione: l’ufficio divino e la Santa Messa. Doppio dovere che deve compiere con tanto maggior fervore dal momento che, glorificando Dio, lo dispone nello stesso tempo favorevolmente ad esaudire le nostre richieste; lavora così e alla santificazione propria e a quella delle anime che gli sono affidate. Le sue preghiere hanno tanto maggiore efficacia, in quanto è la Chiesa, è Gesù che prega con lui e in lui; ora le preghiere di Cristo sono sempre esaudite.

Per ben praticare questa virtù, bisogna coltivare la vera devozione, cioè quella disposizione abituale della volontà che ci fa prontamente e generosamente abbracciare tutto ciò che è di servizio di Dio. È dunque in sostanza una manifestazione dell’amor di Dio; per cui la religione si connette con la carità.

Gli incipienti praticano questa virtù: a) osservando bene le leggi di Dio e della Chiesa sulla preghiera, sulla santificazione delle domeniche e delle feste; b) schivando la abituale dissipazione esterna ed interna, che è fonte di numerose distrazioni nella preghiera, con una certa vigilanza a lottare contro l’onda invadente dei divertimenti mondani e delle inutili fantasticherie; c) raccogliendosi interiormente prima di pregare, per farlo con maggior attenzione, e praticando il santo esercizio della presenza di Dio.

I proficienti si sforzano di entrare nello spirito di religione, in unione con Gesù, il grande Religioso del Padre, che nella vita come nella morte glorificò Dio in modo infinito.

  1. Questo spirito di religione comprende due principali disposizioni, riverenza e amore. La riverenza è un profondo sentimento di rispetto misto a timore, con cui riconosciamo Dio come nostro Creatore e Sovrano Padrone, e siamo lieti di proclamare la assoluta nostra dipendenza da lui. L’amore si volge al Padre amabilissimo e amantissimo che si degnò di adottarci per figli e che continuamente ci è largo della paterna sua tenerezza. Doppio sentimento, da cui scaturiscono tutti gli altri: ammirazione, riconoscenza, lode.
  2. Nel Cuore sacratissimo di Gesù andiamo ad attingere questi sentimenti di religione. Il divino Mediatore non visse che per glorificare il Padre. Morì per farne la volontà, per appagarlo interamente, protestando così di non vedere nulla che meriti di vivere e di sussistere al cospetto di Dio. Dopo la morte egli continua l’opera sua non solo nell’Eucarestia, dove continuamente adora la SS. Trinità, ma anche nei nostri cuori dove, per mezzo del divino suo Spirito, produce religiose disposizioni simili alle sue. Vive in tutti i cristiani, ma soprattutto nei sacerdoti, procurando per loro mezzo la gloria di Colui che solo merita di essere adorato e rispettato. Dobbiamo quindi con ardenti desideri attirarlo in noi e darci a lui perché in noi e per noi pratichi la virtù della religione.

“Allora – scrive Olier – Gesù viene in noi e si lascia sulla terra tra le mani dei sacerdoti come ostia di lode, per farci partecipare al suo spirito di vittima, applicarci alle sue lodi e comunicarci interiormente i sentimenti della sua religione. Si diffonde in noi, s’insinua in noi, ci profuma l’anima e la riempie delle disposizioni interiori del suo spirito religioso; in modo tale che dell’anima nostra e della sua non ne fa che una sola, animandola dello stesso spirito di rispetto, di amore e di lode, di interno ed esterno sacrificio di ogni cosa a gloria di Dio suo Padre”.

  1. Ma non bisogna dimenticare che Gesù chiede la nostra collaborazione. Venendo a farci partecipare al suo stato e al suo spirito di vittima, è necessario che viviamo con lui ed in lui in spirito di sacrificio, crocifiggendo le tendenze della guasta natura e prontamente obbedendo alle ispirazioni della grazia; allora tutte le nostre azioni piaceranno a Dio e saranno tante ostie, tanti atti di religione, a lode e gloria di Dio, nostro Creatore e nostro Padre. Proclamiamo così in modo pratico che Dio è tutto e nulla la creatura immolando partitamente tutto il nostro essere e tutte le nostre azioni a gloria del Sovrano nostro Padrone.
  2. Il che specialmente facciamo in quegli atti che sono propriamente atti di religione, nell’assistenza alla santa messa, nella recita delle preghiere liturgiche e in altri.

I perfetti praticano questa virtù sotto l’efficacia del dono di pietà da parte dello Spirito Santo.

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