La virtù della pazienza

La pazienza è una virtù cristiana che ci fa sopportare con animo tranquillo, per amor di Dio e in unione con Gesù Cristo, i patimenti fisici o morali. Soffriamo tutti abbastanza da farci santi se sapessimo soffrire da forti e per motivi soprannaturali; molti invece soffrono lagnandosi, bestemmiando, e talora anche maledicendo la Provvidenza; altri soffrono per orgoglio o cupidigia, per cui perdono il frutto della loro pazienza. Il vero motivo che ci deve ispirare è la sottomissione alla volontà di Dio e per indurvici, la speranza della ricompensa eterna che coronerà la nostra pazienza. Ma lo stimolo più efficace è la meditazione di Gesù che patisce e muore per noi. Se Gesù, che era la stessa innocenza, sopportò così eroicamente tante torture fisiche e morali, per amor nostro, per riscattarci e santificarci, non è forse giusto che noi, che siamo colpevoli e che fummo coi peccati nostri causa dei patimenti suoi, consentiamo a patire con lui e con gli stessi suoi intendimenti, con lui collaborando all’opera della nostra purificazione e della nostra santificazione, così da parteciparne poi la gloria dopo averne partecipato i patimenti? Le anime nobili e generose vi aggiungono un motivo di apostolato: patiscono per dare compimento alla passione del Salvatore Gesù, lavorando così alla redenzione delle anime. Qui sta il segreto della pazienza eroica dei santi e dell’amor loro per la croce.
I gradi della pazienza corrispondono ai tre stati della vita spirituale.
- A principio, si accetta il dolore come proveniente da Dio, senza mormorazioni o rivolte, sorretti dalla speranza dei beni celesti; si accetta per riparare le colpe e purificare il cuore, per padroneggiare le cattive tendenze, specialmente la tristezza e lo scoraggiamento; si accetta nonostante le ripugnanze della sensibilità, e se si chiede che il calice si allontani, si aggiunge però che si vuole, a qualunque costo, sottomettersi alla divina volontà.
- Nel secondo grado, si abbracciano i patimenti con ardore e risolutezza, in unione con Gesù Cristo, così da conformarsi meglio a questo Capo divino. Si gode quindi di poter battere con lui la via dolorosa da lui battuta dal presepio al Calvario; si ammira, si loda, si ama in tutti i suoi dolorosi stati per cui passò: nella miseria a cui si condannò entrando nel mondo; nella rassegnazione dell’umile mangiatoia che gli serve di culla, dove soffre ancor più della ingratitudine degli uomini che del freddo della stagione; nei patimenti dell’esilio; negli oscuri lavori della vita nascosta; nei travagli, nelle fatiche, nelle umiliazioni della vita pubblica; ma soprattutto nei patimenti fisici e morali della lunga e dolorosa sua passione. Armato di questo pensiero, uno si sente più coraggioso di fronte al dolore o alla tristezza; si stende amorosamente sulla croce accanto a Gesù e per suo amore; quando i dolori si fanno più vivi, posa compassionevole e amoroso lo sguardo su lui e ode dal suo labbro: “Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia”. La speranza di parteciparne la gloria in paradiso rende più sopportabile la crocifissione con lui. Si giunge persino, come S. Paolo, a rallegrarsi delle miserie e delle tribolazioni, persuasi che il soffrire con Cristo è consolarlo e compierne la passione, è amarlo più perfettamente sulla terra e prepararsi a goderne maggiormente l’amore nell’eternità: “Volentieri, dunque, mi glorierò di più nelle infermità, affinché abiti presso di me la virtù di Cristo … sono ripieno di consolazione, e son colmo di gioia pur in mezzo a tutte le tribolazioni nostre”.
- Il che ci conduce al terzo grado, il desiderio e l’amor di soffrire, per Dio che si vuole così glorificare e per le anime alla cui santificazione si vuol lavorare. Cosa che conviene ai perfetti, e specialmente alle anime apostoliche, ai religiosi, ai sacerdoti e alle anime elette. Tale disposizione aveva Nostro Signore nell’offrirsi al Padre come vittima fin dal primo ingresso nel mondo e la esprimeva proclamando il desiderio d’essere battezzato col doloroso battesimo della sua passione: “Io devo ancora essere battezzato con un battesimo, e come sono angustiato finché esso non si compia!” (Lc XII, 50).
Per amor suo e per meglio somigliargli, le anime perfette abbracciano gli stessi sentimenti: “perché, dice S. Ignazio, come i mondani che sono attaccati alle cose della terra, amano e cercano con grande premura gli onori, la reputazione e la pompa tra gli uomini … così quelli che avanzano nella via dello spirito e che seriamente seguono Gesù Cristo, amano e desiderano con ardore tutto ciò che è contrario allo spirito del mondo … cosicché, se la cosa potesse farsi senza offesa di Dio e senza scandalo del prossimo, vorrebbero soffrire affronti, calunnie, ingiurie, essere considerati e trattati da stupidi, senza però averci dato motivo, tanto vivo è il desiderio di rendersi in qualche modo simili a Nostro Signor Gesù Cristo … per cui, con l’aiuto della grazia, ci studiamo d’imitarlo quanto ci sarà possibile e di seguirlo in ogni cosa, essendo egli la vera via che conduce gli uomini alla vita”. È chiaro che il solo amor di Dio e del divin Crocifisso può fare amare in questo modo le croci e le umiliazioni.
Si deve andare anche più oltre e offrirsi a Dio come vittima, positivamente chiedendogli patimenti eccezionali, sia per ripararne la gloria, sia per ottenere qualche insigne favore? Vi furono santi che lo fecero e oggi ancora vi sono anime generose che vi si sentono ispirate. In generale, però, non si possono prudentemente consigliare tali domande, prestandosi facilmente all’illusione ed essendo spesso ispirate da generosità irriflessiva che nasce da presunzione. “Si fanno, dice il p. de Smedt, in momenti di fervore sensibile e passato che sia quel fervore … uno si sente troppo debole per eseguire gli eroici atti di sottomissione e di accettazione fatti con tanta energia nell’immaginazione. Per cui, fierissime tentazioni di scoraggiamento o anche mormorazioni contro la divina Provvidenza … e fonte poi di molte noie e fastidi per i direttori di queste anime”. Non bisogna quindi domandare da sé patimenti o prove speciali; chi vi si senta ispirato, consulterà un saggio direttore e nulla farà senza la sua approvazione.
Il P. Capelle, che fece studi speciali sopra tal questione, compendia la sua dottrina in tre proposizioni: 1) è Gesù Cristo stesso che sceglie le sue vittime; 2) le avvisa prima di quanto dovranno soffrire; 3) ne chiede il consenso.