La virtù della giustizia

Richiamato brevemente l’insegnamento teologico sulla giustizia, tratteremo per ordine delle virtù della religione e dell’obbedienza che vi si connettono.
Vediamo insieme la virtù di giustizia propriamente detta, la sua natura e le regole principali da seguire per praticarla.
La parola giustizia, nella S. Scrittura, significa spesso tutto il complesso delle virtù cristiane; in questo senso Nostro Signore proclama beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, cioè di santità. Ma nel significato ristretto in cui qui l’usiamo indica quella virtù morale soprannaturale che inclina la volontà a rendere costantemente agli altri tutto ciò che è loro strettamente dovuto.
È virtù che risiede nella volontà e che regola gli stretti doveri verso il prossimo; per cui si distingue dalla carità, virtù teologale, che ci fa considerare gli altri come fratelli in Gesù Cristo, inclinandoci a rendere loro servigi non richiesti dalla stretta giustizia.
La giustizia fa regnare l’ordine e la pace così nella vita individuale come nella sociale. Appunto perché rispetta i diritti di ognuno, fa regnare l’onestà negli affari, reprime la frode, protegge i diritti dei piccoli e degli umili, frena le rapine e le ingiustizie dei forti e mette quindi l’ordine nella società. Senza di lei vi sarebbe anarchia, lotta fra i contrari interessi, oppressione dei deboli da parte dei forti, trionfo del male.
Se così eccellente è la giustizia naturale, quanto più lo sarà la giustizia cristiana che è partecipazione della stessa giustizia di Dio … Lo Spirito Santo, comunicandocela, ce la fa penetrare sin nelle profondità dell’anima, la rende incrollabile, incorruttibile, aggiungendovi tal premura dei diritti altrui, che si ha orrore non solo dell’ingiustizia propriamente detta ma anche delle minime indelicatezze.
Se ne distinguono due specie principali: la giustizia generale, che ci prescrive di rendere alle società ciò che loro dobbiamo, e la giustizia particolare, che ci fa rendere agli individui quanto è loro dovuto.
- La prima, che si dice pure giustizia legale perché è fondata sull’esatta osservanza delle leggi, ci obbliga a riconoscere i grandi benefici che riceviamo dalla società col sopportare i pesi legittimi che ella ci impone e col prestarle i servigi che da noi si aspetta. Essendo il bene comune superiore al bene particolare, vi sono casi in cui i cittadini devono sacrificare una parte dei loro beni, della loro libertà, e rischiare anche la vita per la difesa della città. Ma anche la società ha doveri verso i propri sudditi: deve distribuire i beni sociali e le cariche non a capriccio o per favoritismo ma secondo le capacità di ciascun cittadino e tenendo conto delle regole dell’equità. A tutti ella deve quel tanto di protezione e di assistenza che è indispensabile perché siano tutelati gli essenziali diritti ed interessi di ogni cittadino; il favoritismo verso gli uni e la persecuzione verso gli altri sono abusi contrari alla giustizia distributiva che le società devono ai loro sudditi.
- La seconda, la giustizia particolare, regola i diritti e i doveri dei cittadini tra loro. Deve rispettare tutti i diritti; non solo il diritto di proprietà, ma anche i diritti che hanno sui beni del corpo e dell’anima, la vita, la libertà, l’onore, la reputazione.
È chiaro che le persone pie, i religiosi e i sacerdoti sono obbligati a praticare la giustizia con perfezione e delicatezza maggiore delle persone del mondo, dovendo dare buon esempio in materia di onestà come in tutte le altre virtù. Chi facesse altrimenti scandalizzerebbe il prossimo e darebbe pretesto ai nostri avversari di condannare la religione. Sarebbe pure porre ostacolo al progresso spirituale, perché il Dio di ogni giustizia non può ammettere alla sua intimità coloro che apertamente ne violano i formali precetti sulla giustizia.
Si deve prima di tutto rispettare il diritto di proprietà per quel che riguarda i beni temporali.
- Si eviteranno quindi con ogni diligenza i piccoli furti, che per sdrucciolevole pendio conducono spesso ad ingiustizie più gravi, e s’inculcherà questo principio fin dall’infanzia per ispirare una specie di orrore istintivo alle più piccole ingiustizie. A più forte ragione si eviteranno quei furti commessi dai mercanti o dagli industriali che praticano abitualmente la frode sulla qualità o sulla quantità delle merci col pretesto che i concorrenti fanno lo stesso; oppure che vendono a prezzi esagerati o comprano a prezzi irrisori, abusando della semplicità dei clienti; si starà alla larga dalle speculazioni temerarie e da quei loschi affari in cui si rischia la fortuna propria e l’altrui sotto pretesto di lauti guadagni.
- Si avrà orrore dei debiti quando non si è sicuri di poterli pagare, e chi ne avesse contratto qualcuno, si farà un punto d’onore di rimborsarlo al più presto.
- Quando si prende in prestito un oggetto, bisogna trattarlo con riguardo anche maggiore che se fosse nostro e badare a restituirlo il prima possibile. Quante forti incoscienze si commettono quando si trascurano queste precauzioni!
- Chi ha volontariamente causato qualche danno è tenuto per giustizia a riparlarlo; se involontariamente, non è strettamente obbligato, ma chi mira alla perfezione lo farà per quanto gli averi glielo permettono.
- Quando si riceve in deposito denaro o valori per opere buone, bisogna prendere tutte le precauzioni legali perché in caso di morte improvvisa, queste somme siano bene impiegate secondo le intenzioni dei donatori. Sia detto specialmente per i sacerdoti che ricevono onorari di messe o elemosine; essi devono non solo tenere i conti in ordine, ma avere per legatario o per esecutore testamentario un sacerdote che possa assicurare l’adempimento delle messe o il buon uso delle elemosine.
Non è meno necessario rispettare la reputazione e l’onore del prossimo.
- Si schiveranno quindi i giudizi temerari sul prossimo. Condannare i nostri fratelli per semplici apparenze o per ragioni più o meno futili, senza conoscerne a fondo le intenzioni, è un usurpare i diritti di Dio, che solo è giudice supremo dei vivi e dei morti; è commettere un’ingiustizia rispetto al prossimo, perché si condanna senza ascoltarlo, senza conoscere i motivi segreti delle sue azioni e per lo più sotto l’impero di pregiudizi o di qualche passione. La giustizia e la carità vogliono invece o che ci asteniamo dal giudicare o che interpretiamo più favorevolmente possibile le azioni del prossimo.
- A più forte ragione bisogna astenersi dalla maldicenza, che palesa ad altri le colpe o i difetti segreti del prossimo. Anche se questi difetti, come noi supponiamo, siano veri, finché non sono di dominio pubblico, non abbiamo il diritto di propalarli. Facendolo: 1) contristiamo il prossimo che, vedendosi colpito nella reputazione, ne soffre tanto più quanto più caro gli è l’onore; 2) l’abbassiamo nella stima dei suoi pari; 3) diminuiamo l’autorità e il credito di cui ha bisogno per fare i suoi affari o esercitare una legittima influenza per cui gli possiamo infliggere talora danni quasi irreparabili. Né si dica che colui del quale si raccontano le colpe non ha più diritto alla reputazione: la conserva fintanto che le sue colpe non sono pubbliche; ma poi non bisogna perdere di vista le parole del Salvatore: “chi di voi è senza peccato lanci la prima pietra”. Si noti che i Santi sono tutti sommamente misericordiosi e cercano in tutti i modi di difendere la reputazione dei fratelli. È meglio che anche noi li imitiamo.
- Con ciò saremo più sicuri di schivare la calunnia, che, con false imputazioni, accusa il prossimo di colpe non commesse. Ingiustizia tanto più grave in quanto spesso ispirata dalla malignità o dalla gelosia. Quanti mali infligge! Troppo bene accolta, ahimè! dall’umana malizia, corre rapidamente di bocca in bocca, distrugge la reputazione e l’autorità di coloro che ne sono vittime e ne pregiudica talora gravemente anche gli affari temporali.
Aggiungo qui un piccolo episodio tratto dalla vita di San Filippo Neri che rende bene l’idea.
C’era, tra le penitenti del santo una donna assai dedita alle maldicenze, che non riusciva a rendersi conto di questa pessima abitudine. Filippo Neri più volte l’ammonì severamente del male che causava al prossimo con la sua cattiva lingua, ma visto che era vana ogni sua parola, decise di correggerla. Un giorno, dopo averla ascoltata al confessionale le domandò: «Cadete spesso in questo difetto?». Rispose: «Spessissimo Padre! Sono così abituata che neppure me ne accorgo».
Dinanzi a questa accusa l’esperto direttore d’anime capì che l’abitudine era oramai inveterata e che bisognava ricorrere a qualche penitenza grave, tale da farle comprendere i tremendi effetti del peccato di cui si accusava. Disse, come per darle consigli da buon padre: «Figlia mia, il vostro peccato è grande, ma la misericordia di Dio è ancora più grande. Voglio farvi toccare con mano tutto il male che voi avete fatto e che andate facendo con la vostra maldicenza. Ecco quello che dovete fare: comprerete una gallina morta, ma che abbia le penne».
Interruppe la penitente: «Padre, ma che c’entra la gallina con la penitenza che mi dovete dare?». Soggiunse il Santo: «Statemi ad ascoltare. Con la gallina in mano, girerete per le vie della città togliendole poco per volta le piume. Dopo che l’avrete spennata verrete qui da me e vi dirò quello che dovete fare». La penitente ubbidì alle prescrizioni del confessore e poi andò da lui. Il Santo le disse: «Ora che avete fatta quell’operazione, tornerete per le stesse vie dove siete passata e raccoglierete a una a una tutte le piume della gallina che avete spennato, senza lasciarne attorno nessuna».
Allora esclamò la donna: «Ma Padre mio, mi chiedete una cosa impossibile… soffiava tanto vento che chissà dove avrà trasportato le piume!». Disse il Santo: «Lo so, ma con questo volevo farvi conoscere che le vostre maldicenze somigliano a queste piume. Anche le vostre parole velenose sono state trasportate dappertutto. Andate ora a ripigliarle se ne siete capace. Come è possibile che voi possiate riparare a tanto male che avete causato al prossimo con la vostra lingua?».
Continuiamo con padre Tanquerey. Vi è quindi stretto dovere di riparare le maldicenze e le calunnie. È cosa certamente difficile; perché il ritrattarsi costa e poi la ritrattazione per quanto sincera sia non fa che palliare l’ingiustizia commessa; la menzogna, anche quando è ritrattata, lascia spesso tracce indelebili. Non è però questa una buona ragione per non riparare l’ingiustizia commessa; bisogna anzi applicarcisi con tanto maggiore energia e costanza quanto più grande è il male. La difficoltà della riparazione deve indurci ad astenerci da tutto ciò che potrebbe da vicino o da lontano farci cadere in questo grave difetto.
Ecco perché tutti coloro che tendono alla perfezione coltivano non solo la giustizia ma anche la carità, la quale, facendoci vedere Dio nel prossimo, ci fa diligentemente schivare tutto ciò che potrebbe contristarlo.