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La “Valle dei Segni”

Tesori d'Italia16 Maggio 2020
Testo dell'audio

Attraversata nel corso dei secoli da molte e differenti culture e popolazioni, la Val Camonica conserva, fra la rigogliosa natura incontaminata e l’immacolato candore dei ghiacci, i segni del passaggio umano, dimostrato da tante tangibili testimonianze, dagli strati sovrapposti di presenze successive, rimaste come sostrato al predominio cristiano. Non a caso presentata proprio come “La Valle dei Segni”, essa è universalmente nota per l’arte rupestre, patrimonio dell’umanità, custodita oggi in diversi Parchi naturali sorti a tutela di queste tracce primitive della nostra storia, risalenti all’Età del Bronzo e unici racconti in nostro possesso di costumi, attività, credenze dei nostri più vetusti antenati.

La conquista romana non cancellò queste opere, ma vi trasferì la propria cultura, che fu assimilata in un’equilibrata commistione fra mantenimento delle usanze originarie e apertura verso i nuovi invasori. Al Museo Archeologico Nazionale di Cividate Camuno, centro nevralgico del dominio romano, si possono ammirare i resti della civiltà indigena e della cultura latina, la quale ha lasciato in eredità ai posteri un anfiteatro, le terme, le necropoli di Breno, Borno e Cividate e – fine esempio di arte scultorea – la statua di Minerva, nume tutelare della città, acefala ed avvolta in un ampio manto, realizzata sul modello classico dell’Atena greca di Fidia e custodita nell’aula centrale di un tempio perduto a Spinera di Breno.

Le ceneri del paganesimo – debellato rapidamente dai missionari, nonostante qualche retaggio sia resistito per secoli negli anfratti più reconditi della vallata – furono le fondamenta, su cui vennero edificate le grandi architetture cristiane, saldamente rimaste in auge fino al tempo presente grazie alla forza della fede.

I monaci per primi, nel periodo longobardo e carolingio, diedero avvio alla costruzione di pievi nelle campagne tutt’oggi esistenti, come la chiesa di San Siro a Cemmo, esempio di architettura romanica dotato di un antichissimo fonte battesimale, ricavato da un torchio romano, e di affreschi dipinti nella penombra dell’Alto Medioevo, oppure la chiesa di Santo Stefano a Rogno, ricostruita, su di una precedente struttura del VII secolo, secondo i dettami del card. Carlo Borromeo, che percorse in lungo e in largo la Val Camonica come visitatore apostolico nell’estate del 1580 per conto di Gregorio XIII.


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La presenza dell’ordine benedettino fu preponderante nella zona ed ha lasciato ai posteri pregevoli opere di modello francese come il monastero di San Salvatore a Capo di Ponte, severo e massiccio nella sua struttura a blocchi di pietra squadrata, con all’interno tre navate suddivise con colonne decorate da aquile, sirene e anfesibene, serpenti dotati di due teste, una a ciascuna estremità del corpo.

Gli edifici sacri della valle, cuore di ognuno degli storici borghi alpini, conservano prove stupefacenti della maestria di grandi artisti dell’Età moderna: la chiesa di Santa Maria Annunciata a Bienno, sobria all’esterno, vanta sulle mura del presbiterio il tesoro degli affreschi del Romanino, che, nella metà del Cinquecento, dipinse uno Sposalizio della Vergine e la Presentazione di Maria al Tempio.

Lo stesso patrimonio è presente nelle chiese di Sant’Antonio a Breno e di Santa Maria della Neve a Pisogne, dove è conservato il ciclo della Passione di Cristo, definito la «Cappella Sistina dei poveri» dallo storico dell’arte Giovanni Testori, esempio di sensibilità che coniuga innovazione e tradizione nel solco della pittura rinascimentale e mette in scena anche la figura dell’emarginato in tutta la sua umanità, come abbracciata e innalzata da Cristo.


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Al ricordo della Passione è consacrato pure il Santuario della Via Crucis di Cerveno, che ospita una riproduzione scultorea del cammino di Cristo verso la croce attraverso 198 statue lignee settecentesche, distribuite in quattordici cappelle.

 

Questo testo di Lorenzo Benedetti è stato tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it


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