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La jihad è ormai una multinazionale del terrore

Zoom: una notizia alla settimana13 Maggio 2020
Testo dell'audio

Nessuna casualità, la rete del terrorismo islamico si presenta sempre più come un unico, grande network internazionale, con un’unica regia secondo un unico piano di conquista globale del pianeta. La conferma giunge, mattone su mattone, come in un grande puzzle, dalle analisi compiute dagli esperti.

Boko Haram, ad esempio, oggi affiliato all’Isis, è sempre stato considerato un movimento jihadista a vocazione regionale, tipicamente nigeriano. Ebbene, non è così: anzi, si è appreso che, in realtà, è sempre stato eterodiretto dall’estero, fin dal suo sorgere.

Lo ha scoperto, secondo quanto pubblicato dal settimanale Jeune Afrique, un ricercatore americano, il prof. Jacob Zenn, esperto in jihad presso l’Università di Georgetown: nel suo libro Unmasking Boko Haram: Exploring Global Jihad in Nigeria, lo studioso è risalito sino alle origini della «setta», costituitasi non in modo spontaneistico, come si è sempre ritenuto, bensì grazie a forti pressioni straniere, esercitate sin dal 1994 dal Gruppo Islamico Armato algerino, che ha fornito le armi, ma soprattutto grazie al sostegno ricevuto da Osama bin-Laden.

Il primo nucleo di Boko Haram fu formato da un gruppo di salafiti locali, che incontrarono i referenti di al-Qaeda in Sudan. Cominciarono così ad arrivare i soldi tramite le offerte raccolte e tramite i canali di finanziamento sauditi. Si iniziarono a reclutare anche i primi miliziani, individuandoli tra gli studenti.


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Mohamed Yusuf, ritenuto colui che nel 2002 fondò ufficialmente Boko Haram, venne fortemente influenzato da due predicatori nigeriani, Ibrahim al-Zakzaky, sciita filo-iraniano, e Jaafar Mahmud Adam, promotore del salafismo saudita, e cercò di armonizzare le loro visioni in un unico coacervo del terrore. A fianco di Yusuf occuparono un ruolo centrale anche altri due personaggi. Uno di questi era «zio Hassan» ovvero Hassan Allane, membro del Gia algerino: negli Anni Ottanta combatté in Afghanistan, nel ’94 giunse nel Niger e lavorò con un’organizzazione caritativa islamica per volere di bin-Laden. Subito dopo dovette lasciare la regione per non essere arrestato, così si rifugiò presso i salafiti nigeriani, dove iniziò ad arruolare nuovi combattenti. Tra questi figura il secondo personaggio-chiave, Muhammad Ali, vicino agli ambienti di al-Qaeda e subito datosi da fare, a sua volta, per rimpolpare le fila terroristiche islamiche, che venivano addestrate nei campi paramilitari allestiti in Sahel e nel Sudan.

Osama bin-Laden ha giocato certamente un ruolo molto importante nell’ispirare e sostenere economicamente Boko Haram, individuandone e scegliendone anche i vertici. Dopo l’arresto del fondatore della «setta», Mohamed Yusuf, ad opera dell’esercito il 30 luglio 2009 e dopo la sua morte, il suo successore, Abubakar Shekau, d’accordo con al-Qaeda, inviò ondate di jihadisti ad addestrarsi in Sahel, lasciando per qualche tempo che le acque, in patria, si placassero. Una volta formati, però, sono rientrati in Nigeria ancora più agguerriti e feroci di prima ed hanno lanciato una campagna terroristica ancora oggi in corso. Shekau ha poi progressivamente avvicinato il proprio movimento all’Isis, sino a farlo divenire ufficialmente parte nel 2015. Oggi recluta gran parte delle proprie forze tra i Kanuri ed i Bornoan ed ha contribuito a trasformare l’Africa occidentale da retrovia in uno degli scenari di battaglia dell’islam.

«L’ideologia jihadista è intrinsecamente transnazionale – ha dichiarato il prof. Zenn nel corso di un’ampia intervista rilasciata al settimanale Jeune Afrique Cerca di eliminare le frontiere a vantaggio di un Isis in espansione». Come dimostrano anche altri fatti di cronaca. Quali l’invio di decine di miliziani dell’Isis, provenienti dalla Siria, in Libia, per dissimulare le perdite umane qui subite dal presidente turco Erdogan, soprattutto tra gli uomini dei suoi servizi segreti: il fatto di averne dato notizia è costato la galera a sei giornalisti.


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In Francia, intanto, i Fratelli Musulmani stanno cercando di incanalare la rabbia dei giovani africani residenti nei quartieri popolari, dove vige il coprifuoco, sfruttando il collateralismo immigrazionista offerto dall’estrema sinistra e dagli ambienti anarchici, che mettono a disposizione strutture ed organizzano incontri pubblici di sensibilizzazione, aizzando contro le forze dell’ordine: una sorta di polveriera sociale, già sfociata in rivolte e disordini urbani, tuttora in corso, con attacchi anche presso le stazioni di Polizia di Champigny e Strasburgo.

Tutti tasselli, che aiutano a comprendere come la jihad islamica sia configurata ormai come una sorta di multinazionale del terrore.

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