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La Chiesa del Gesù Vecchio

Tesori d'Italia28 Marzo 2020
Testo dell'audio

La Chiesa del Gesù Vecchio sorse come prima chiesa dell’ordine della Compagnia di Gesù a Napoli. Resasi insufficiente la vecchia diaconia dei Santi Giovanni e Paolo che sorgeva sullo stesso luogo, i Gesuiti commissionarono fin dal 1563 la costruzione di un nuovo convento e di una nuova chiesa, quest’ultima eretta su disegno di padre Pietro Provedo, grazie al generoso patronato di Tommaso Filomarino.

Al secolo XVII risale gran parte della ricca decorazione interna, ma la chiesa subì profonde trasformazioni dopo il 1767, anno in cui furono espulsi i gesuiti del Regno di Napoli. La chiesa mutò il nome in quello del Santissimo Salvatore, quasi per cancellare il ricordo dell’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola e il convento, con l’annesso bellissimo chiostro, divenne la sede dell’Università degli Studi (attualmente ospita la biblioteca dell’istituto). La chiesa rischiò di essere trasformata in aula magna o in teatro e subì un lungo periodo di decadenza.

Ritornati a Napoli nel 1804, i Gesuiti rientrarono in possesso della chiesa solo per breve tempo, in quanto fin dal 1806 la chiesa divenne Rettoria e nel 1811 fu affidata al venerabile Don Placido Baccher, figura carismatica di quei tempi che istallò il culto per l’Immacolata. Il nuovo rettore fece di tutto per far tornare la chiesa agli antichi splendori.

Con la nomina di don Placido Baccher a suo rettore, la basilica (divenuta poi pontificia) del Gesù Vecchio divenne un centro mariano ed eucaristico importantissimo. Lo stesso Papa si compiaceva dell’elevata partecipazione dei fedeli al “Sabato privilegiato” dedicato a Maria e del gran numero di Comunioni distribuite.

La statua della Madonna, realizzata da Nicola Ingaldi, scultore popolare autore anche di numerose altre statue a soggetto religioso e di vari “pastori” del presepe napoletano, è di dimensioni ridotte e di umili materiali (legno, gesso e stoffa): ha le sembianze della visione che il venerabile ebbe l’ultima notte della sua prigionia in Castel Capuano, prima di essere miracolosamente liberato a pochi istanti dall’esecuzione della sua condanna a morte; la statua, comunque complessa e piena di significati mariani e liturgici, fu abbellita da una corona d’oro donata da una commissione pontificia nel 1826 e da un arco d’argento offerto dai fedeli come ex voto al termine dell’epidemia di colera del 1837.

Ogni anno, il primo sabato successivo al 30 dicembre (giorno dell’incoronazione della statua), si celebra il “Sabato privilegiato”, in memoria della promessa fatta dall’Immacolata a don Placido: «Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e o fedeli che vi faranno la Santa Comunione il primo sabato dopo la mia Incoronazione». Anche ai nostri giorni, in tempi di indifferenza religiosa e di grandi sconvolgimenti politici e sociali, la chiesa si è sempre affollata da fedeli che fanno la fila per ore per ricevere l’Eucaristia e per salire la rampa che porta sopra l’altare e pregare al cospetto della “Madonnina” di don Placido.

 

Questo testo di Luigi Vinciguerra è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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