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La beata Ludovica di Savoia, moglie esemplare e poi clarissa perfetta

Santi: ritratti di fede08 Luglio 2020
Testo dell'audio

Nel mese di luglio nacque e morì la beata Ludovica di Savoia. Era il 28 luglio 1462 quando venne alla luce la quinta dei nove figli del beato Amedeo IX di Savoia e di Jolanda di Valois, figlia del re di Francia Carlo VII e sorella di re Luigi XI. Tuttavia, dobbiamo ricordare che non sono concordi le notizie sulla data (oscillante fra il 26 luglio 1462, il 28 dicembre 1462 e il 28 dicembre 1463), ma anche sul luogo della sua nascita: Bourg-en-Bresse? Chambéry? Ginevra? Ma le ipotesi rimandano in particolare a Bourg-en-Bresse. La capitale del ducato sabaudo, infatti, era Chambery, ma la corte era itinerante per un controllo diretto dei suoi territori. Casa Savoia era già proprietaria del sacro Lino che avvolse Gesù Cristo, documento straordinario della sua Passione, della Sua morte per crocifissione e della sua resurrezione, perciò la più preziosa reliquia della Cristianità seguiva la corte nei vari spostamenti, onde evitare ruberie e profanazioni.

Quando il padre morì, Ludovica aveva appena dieci anni. Da lui ereditò non soltanto la fede profonda, ma l’amore per la perfezione cristiana. Le vicende politiche e militari del suo tempo, incentrate sugli interessi territoriali da parte dei vari signori, erano assai burrascose. Jolanda divenne reggente degli Stati sabaudi, cercando di dipanare le reciproche ostilità di francesi, borgognoni e svizzeri. La duchessa, legata agli interessi del fratello Luigi XI, progettò di stabilire un’alleanza con la Borgogna attraverso il matrimonio della figlia Ludovica con Ugo di Châlon-Arlay. Ludovica dovette condividere, con la sorella Maria, la prigionia della madre nel Castello di Rouvres, presso Digione, dove quest’ultima era stata rinchiusa per ordine di Carlo I di Borgogna, detto «Il Temerario». Fu in questo luogo che conobbe il padre francescano Giovanni Perrin, che divenne suo direttore spirituale e incise per tutta la sua vita.

Avrebbe desiderato entrare in clausura, ma le crescenti e sane attenzioni di Ugo di Châlon-Arlay, membro del ramo cadetto dei Signori di Borgogna e di quattordici anni più grande di lei, nonchè le ragioni di Stato sostenute dalla sua famiglia, la indussero a scegliere il matrimonio, anche grazie a Padre Perrin, che la convinse che pure il sacramento nuziale può essere vissuto santamente. Jolanda fu rilasciata sotto l’intervento del re di Francia, ma morì nel castello di Moncalieri il 29 agosto 1478, mentre Ludovica e la sorella Maria crebbero alla corte dello zio Luigi XI, che si preoccupò di portare a termine le trattative per il matrimonio della nipote con Ugo di Châlon, il quale, dopo la sconfitta delle forze borgognone, era stato fatto prigioniero. Il giuramento di fedeltà dei principi di Châlon al re di Francia, divenuto il nuovo signore della Borgogna, aprì la strada alle nozze, celebrate solennemente a Digione il 24 agosto 1479.

Ugo di Châlon era tornato in possesso di un considerevole patrimonio, dagli archivi di Arlay e di Bresançon si apprende delle numerose donazioni dei due sposi a favore dei bisognosi. Ludovica si dedicava personalmente alla tessitura per distribuire panni ai poveri o per ornare le chiese. Per entrambi la preghiera era il centro su cui fondare la loro unione.


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Dimorarono per dieci anni, felicemente insieme, nel castello di Nozeroy, la residenza del consorte. La vita devota e il gusto per le cose divine non venivano trascurate da Ludovica neppure con il matrimonio, così, nel visitare i luoghi sacri, prese a frequentare il convento delle Clarisse di Orbe, divenuto punto di riferimento per l’aristocrazia femminile borgognona, francese e savoiarda.

Dopo la morte di Ugo di Châlon nel 1490, a cui non aveva dato eredi, Ludovica lasciò che il patrimonio e i titoli del marito passassero al nipote Jean, principe d’Orange, e decise di ritirarsi dal mondo. Spogliata di tutti i suoi beni, entrò nel 1492 nel convento delle Clarisse di Orbe, dove era già entrata la sua amata cognata, Filippina. E qui, da modello di sposa divenne modello per le monache.

Preso l’abito e pronunciati i voti religiosi, continuò ad essere guidata spiritualmente da padre Jean Perrin, crescendo, giorno dopo giorno, in una rigorosa e austera esistenza, incentrata sull’ascetismo, sull’esercizio delle virtù profetiche e sulle esperienze mistiche, tanto che la sua figura assurse ben presto a esempio vivente di santità cristiana. Nelle testimonianze che sono state tramandate sulle pratiche devozionali della principessa, si viene a conoscenza della sua grande pietà sia cristica che mariana.


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La forte sensibilità mistica di Ludovica si manifestò in alcuni scritti, andati perduti dopo la sua morte, di cui resta traccia in alcune trascrizioni successive. La principessa avrebbe composto 150 meditazioni sulla Passione di Cristo, conservate in un manoscritto inizialmente custodito nel convento di Orbe e poi portato a Evian, dove si sarebbe smarrito. Scrisse un piccolo trattato sull’importanza per un monastero della fedeltà alla Regola. Inoltre, si interessò per la canonizzazione di Colette da Corbie. Fra il 1492 e il 1495 suor Ludovica si attivò per portare a buon fine la causa chiedendo anche l’appoggio del re di Francia; ma le sue aspirazioni si realizzeranno secoli dopo: prima con la beatificazione del 23 gennaio 1740 da parte di papa Clemente VIII (1536 – 1605) e poi con la canonizzazione del 24 maggio 1807 sotto il pontificato di Pio VII (1742 -1823).

Ludovica morì quarantenne il 24 luglio 1503, sussurrando il nome della Vergine Maria. Fu sepolta nel cimitero del convento delle Clarisse, ma nel 1531 le monache furono cacciate da Orbe, così le sue spoglie, con quelle della cognata Filippina, furono riposte in un’unica cassa di quercia e trasportate nel convento francescano di Nozeroy. La tomba della beata Ludovica divenne meta di pellegrinaggi assidui, ma la ferocia rivoluzionaria del 1792 distrusse la chiesa conventuale, tuttavia il sepolcro della beata clarissa non subì profanazioni.

Una vita composta nel 1507 da una clarissa di Orbe, tradizionalmente identificata in Catherine de Saulx, dama d’onore di Ludovica che con lei era entrata in convento nel 1492, descrive guarigioni, miracoli e fatti prodigiosi avvenuti grazie all’intercessione di suor Ludovica, verificatesi prima e dopo la sua morte. Inizialmente furono gli Ordini delle Clarisse e dei Francescani a propagare la sua devozione, in seguito, a partire dalla seconda metà del XVII secolo, anche Casa Savoia si interessò.


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Nel Settecento, oltre a essere esaltata come «fustigatrice dei costumi mondani» e «promotrice di una vita di corte più simile a quella di un monastero», Ludovica divenne vittima della propensione eretica delle popolazioni savoiarde che era sfociata nel calvinismo del secolo XVI, ma ella fu elogiata anche come presidio contro gli attacchi alla Chiesa di cui il secolo dei lumi fu portatore. Dopo la Restaurazione, quando prese avvio un articolato programma di promozione del prestigio sabaudo attraverso il recupero della tradizione medievale e la celebrazione della santità dinastica, Ludovica divenne oggetto di rinnovate attenzioni da parte della corte. Negli anni Trenta del XIX secolo Carlo Alberto, che già aveva sollecitato alla congregazione dei Riti il riconoscimento del culto ab immemorabili di Umberto III e di Bonifacio, arcivescovo di Canterbury, si impegnò notevolmente non solo per giungere alla canonizzazione di Ludovica, ma anche per recuperarne le spoglie. Nel 1838 Carlo Alberto ottenne dal governo francese e dal Vescovo di Saint Claude l’autorizzazione ad effettuare gli scavi alla ricerca della cassa, che fu ritrovata in buone condizioni. Le ossa di Ludovica furono riconosciute dal medico David dopo una scrupolosa perizia, basata sulla diversa altezza e sull’età delle due defunte. Furono consegnate al cappellano regio, Monsignor Vogliotti, per essere trasportate a Torino nel 1840, nella cappella interna di Palazzo Reale, all’epoca parrocchia, presso l’altare dedicato al beato Amedeo IX di Savoia.

La sua festa nel calendario liturgico venne fissata nel giorno 24 luglio e nel 1840 le sue spoglie furono solennemente trasferite a Torino, dapprima collocate nella cattedrale di San Giovanni e poi traslate due anni dopo nella cappella regia della Sacra Sindone.

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