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José Sanchez del Rio, il bambino che voleva guadagnarsi il Cielo

Storia13 Novembre 2020
Testo dell'audio

Nel 1926, il Generale Calles tentò di iniziare una feroce e violenta opera di scristianizzazione del Messico, cui i cattolici messicani risposero dapprima con iniziative di protesta non violente, tra le quali il boicottaggio di tutti i prodotti di fabbricazione statale e dei mezzi pubblici, la presentazione di una petizione che raccolse 2 milioni di firme e l’istituzione di una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa guidata dal martire Anacleto Gonzales Flores. Poi, fallita la rivolta pacifica, migliaia di messicani, prevalentemente dei paesi e delle campagne, iniziarono la rivolta armata che prese poi il nome di Cristiada. I Cristeros – chiamati così dal loro grido di battaglia “Viva Cristo Rey” –, formarono un esercito nazionale guidato dal generale Enrique Gorostieta Velarde, esercito che, giorno dopo giorno, ingrossandosi sempre più, infliggeva al Governo terribili sconfitte.

In questa moderna crociata furono centinaia i Martiri di ogni età e condizione sociale, uomini e donne, fanciulle e bambini. Tutti morirono pur di non rinnegare la propria fede, testimoniando con il sangue l’amore per Cristo Re e per la Vergine di Guadalupe. Tra i tanti testimoni di questa meravigliosa epopea cristiana, degni di affiancarsi a quelli dei primi secoli del Cristianesimo, ve n’è uno che, per il suo particolare coraggio e la sua decisa testimonianza di fede, figura tra i più famosi Martiri moderni ed è stato elevato nel 2005 agli onori degli altari: José Sanchez del Rio, di soli 14 anni.

Nato il 28 marzo 1913 a Sahuayo, piccolo villaggio dello stato di Michoacán, José apparteneva ad un’agiata famiglia di sette figli. Suo padre, Don Macario, era un facoltoso agricoltore, proprietario di una fattoria nella giurisdizione di Jiquilpan. José visse i primi anni della sua vita in maniera tranquilla e semplice, come tutti gli altri bambini della sua età. Sin da piccolo andava alla parrocchia accompagnato dalla mamma, assisteva al catechismo e alla Messa ogni domenica. Iniziò le scuole a Sahuayo, distinguendosi per la sua bontà. Aveva capelli neri, pelle bianca ed era forte, sano e con un bel carattere. Era un bravo studente ed aveva numerosi amici. Amava molto la vita di campagna e soprattutto i cavalli. Il 10 febbraio 1923, nello stesso giorno in cui, cinque anni dopo, sarebbe stato martirizzato, ricevette la sua Prima Comunione.

A causa dell’insicurezza del periodo storico, insicurezza dovuta alle varie rivoluzioni in corso nel Paese, la famiglia Sanchez si trasferì a Guadalajara, dove il piccolo José continuò i suoi studi. La sua pietà era molto naturale, aveva una grande devozione verso la Madonna di Guadalupe e recitava con gioia il santo Rosario. Ritornato poi a Sahuayo, riprese la vita consueta tra scuola, giochi, lavori domestici e partecipazione alla vita parrocchiale. A quel tempo viveva in una strada che era chiamata calle Tepeyac e che, dopo la guerra, prese il nome di calle Rafael Picazo, proprio in onore di colui che lo aveva martirizzato!


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Nell’agosto del 1926 giunse anche nel piccolo villaggio di José l’ordine perentorio di proibire il culto cattolico pubblico secondo le leggi emanate dal presidente Calles. Questo fu il segnale d’inizio della Guerra Cristera anche nei dintorni di Sahuayo. Due fratelli maggiori di José, Macario e Miguel, presero le armi contro il Governo e José, pieno di coraggio, pur non avendo l’età sufficiente per arruolarsi, chiese insistentemente il permesso ai suoi genitori di partire con i suoi fratelli. Il permesso gli fu negato, considerando soprattutto il fatto che, con i suoi soli tredici anni, non avrebbe certo aiutato la causa.

Intanto a Guadalajara e in tutta la regione lo zelo del signor Anacleto Gonzalez Flores, leader dell’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana e dell’Unione Popolare, infiammava di fervore i giovani di Guadalajara, facendo crescere in loro il desiderio di difendere la fede. Il suo crudele assassinio, il 1° aprile 1927, fu motivo di grande amarezza per tutti i “Cristeros”. Questo doloroso episodio infiammò ancor più José nel suo anelito di dare la vita per difendere quella fede che gli aveva trasmesso suo padre e durante un pellegrinaggio chiese al beato Anacleto la sua intercessione e la grazia di morire martire come lui. Da allora la sua risoluzione di entrare nell’esercito fu ancora più ferma e chiese con insistenza di esservi ammesso.

Sua madre, tuttavia, continuò ad opporsi dicendogli: «Figlio mio, un ragazzo della tua età va più ad intralciare che ad aiutare l’esercito». «Ma, mamma, –rispose José– non è mai stato tanto facile guadagnarsi il Cielo come in questo momento! Non voglio perdere quest’occasione. Per andare in Paradiso dobbiamo andare in guerra». Udendo questa risposta, sua madre gli diede il permesso, ma pose come condizione che lui stesso scrivesse al Generale della regione di Sahuayo, chiedendo se lo accettasse. José scrisse più volte al Generale la supplica di arruolarsi nella milizia di Cristo, ma la risposta fu sempre negativa. L’intrepido giovanetto però non si arrese e, con l’aiuto delle sue zie Maria e Magdalena, andò fino a Cotija, per rivolgere a viva voce la sua supplica al generale Prudencio Mendoza. Provvidenzialmente Dio gli concesse un amico che aveva il suo stesso ideale e che si unì a lui: J. Trinidad Flores. I due si presentarono al generale Mendoza, ma questi confermò il rifiuto, dicendo loro che erano troppo giovani e la vita di campo troppo dura per loro.


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José non si perse di coraggio e rispose che, se non era ancora in grado di gestire il fucile, almeno poteva servire i soldati, portando via gli speroni, prendendosi cura dei cavalli e servendoli in tutto il resto. E aggiunse con semplicità infantile che “sapeva fare il cuoco e cucinare i fagioli”. Toccato e ammirato, il Generale li accettò e così i due eroi furono arruolati nell’esercito dei Cristeros. La giovane età di José e il suo fervore religioso gli valsero la simpatia delle truppe che lo chiamarono affettuosamente Tarsicio. La sera dirigeva il Rosario e incoraggiava i soldati a difendere la propria fede, dicendo: «Mai come ora è tanto facile raggiungere il Cielo», e cantando: «Al Cielo, al Cielo, voglio andare in Paradiso…».

Dal primo momento in cui entrò tra i Cristeros, José si mostrò coraggioso e leale con i suoi capi: partecipava alla vita di privazioni che faceva la truppa, dormiva a volte in grotte o in mezzo a fitti boschi e mangiava il suo povero pasto di fagioli e tortillas, spesso indurite e fredde, poiché non sempre era possibile preparare del fuoco per riscaldare i cibi con calma. Per evitare di danneggiare la sua famiglia, che era conosciuta e ricca, decise di farsi conoscere solo con il nome di José Luis. Dopo poco tempo il suo amico J. Trinidad Flores fu accettato come combattente di linea e, in segno di fiducia, il Generale nominò José suo “clarín” (tromba); era sempre al suo fianco, trasmettendo tutti gli ordini. In seguito, lo fece anche portabandiera nei combattimenti: con questa promozione José Sanchez del Rio vedeva realizzarsi il suo più ardente desiderio, essere nel campo di battaglia come soldato di Cristo Re!

 


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Questo testo di Anastasia Domini è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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