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Il terrore rosso in Slovenia

Storia25 Settembre 2020
Testo dell'audio

La Seconda Guerra Mondiale esorbita di gran lunga il concetto di “guerra totale” teorizzato dal generale Ludendorff. Il conflitto unitamente allo sterminio di tante popolazioni civili caratterizza un’epoca che costituisce la maggiore espressione del Terrore nella prima metà
del XX secolo. Terrore che, nell’area centroeuropea, non si estingue con la disfatta della Germania nazista. Strumenti del Terrore postbellico sono i partiti comunisti, con la loro nomenklatura e i loro apparati, il cui fine è assicurare il monopolio del potere comunista e il ruolo guida del Partito, sul modello dell’URSS. Il monopolio comunista si instaura in Jugoslavia con Jozip Broz (detto Tito), preceduto da uno spargimento di sangue che ha pochi precedenti nella storia: circa un milione di vittime, in un Paese che conta 15,5 milioni di abitanti.

Nel 1941, l’attacco italo-tedesco provoca la caduta della Jugoslavia. La Slovenia, dopo gli accordi Ribentropp-Ciano (Vienna, 20/4/1941), viene spartita fra Germania e Italia, salvo piccole zone del Medio-Mur e Oltre-Mur attribuite all’Ungheria. I Tedeschi procedono a
una radicale germanizzazione della zona loro assegnata. Nella zona annessa all’Italia, primo alto commissario è Emilio Grazioli, ex federale di Trieste. Qui affluiscono molti Sloveni della zona tedesca, attratti dalla relativa autonomia linguistica e amministrativa concessa. L’opinione pubblica è disorientata. La gente, cattolica e legata al tradizionale partito popolare di mons. Korošec, segue le direttive del vescovo di Lubiana Rozman che si adatta a collaborare con le autorità fasciste. Per sua influenza, i preti dei villaggi danno impulso alla Milizia di difesa anticomunista.

Nell’area tedesca il generale iugoslavo Leon Rupnik (processato e giustiziato da Tito nel 1947) crea la milizia dei Domobranci. I partiti tradizionali decidono di impostare la difesa d’accordo con il governo jugoslavo esule a Londra che è in totale sintonia con gli inglesi. Il
generale serbo Mihailović viene nominato capo della difesa della Jugoslavia (Cetnici) che decide di non andare allo scontro diretto con l’occupante, per paura delle rappresaglie, privilegiando azioni di guerriglia.

L’entrata in guerra dell’URSS (giugno 1941) consolida la resistenza organizzata, dapprima timidamente, dai comunisti con i malcontenti, i perseguitati e i resti dei 16 partiti locali. Si forma il Fronte di Liberazione che incita alla rivolta generale e sostiene i primi scontri con italiani e tedeschi. Vista la limitata risposta da parte della popolazione che, anzi, collabora con gli occupanti, decine di migliaia di Sloveni cattolici finiscono trucidati dai loro connazionali e gettati nelle foibe del Carso. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi prendono il posto degli italiani. Un’occupazione dura che induce alla fuga vasti strati della popolazione, che finiscono col vedere nella resistenza l’unica via per un qualunque ritorno all’ordine.


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Dal canto loro, i comunisti, per ottenere seguito, enfatizzano il carattere nazionale della lotta, benché divengano presto palesi l’importanza della lotta di classe nel loro programma e la loro egemonia all’interno del Fronte di Liberazione, definitivamente sancita nel febbraio del 1943, quando gli altri gruppi politici rinunciano a una propria organizzazione autonoma da quella comunista. Il Fronte si proclama unico rappresentante del popolo sloveno. Definisce “traditori” – che possono esser condannati a morte da tribunali speciali segreti senza dibattimento – quanti non ne riconoscono la guida e quelli che hanno collaborato con l’occupante, rendendo di fatto impossibile ogni resistenza non comunista.

Ha inizio così una serie di eliminazioni degli esponenti di spicco non comunisti e di tutti coloro che, a qualsiasi livello, possono rappresentare un’alternativa al predominio rosso. Nei centri minori, molte persone, anche donne e bambini, vengono prelevate di notte dai partigiani e uccise. La popolazione slovena si trova sotto un doppio fuoco comunista: quello diretto delle eliminazioni, e quello indiretto delle rappresaglie. I cattolici, tutti anglofili, vengono a trovarsi nella paradossale posizione di doversi difendere dai comunisti sloveni chiedendo all’occupante italiano le armi, finendo così con essere considerati dagli inglesi alleati dell’occupante, quindi nemici. I britannici, poi, cominciano a guardare sempre più di buon occhio i partigiani di Tito che li aiutano militarmente, finché, nel 1943, abbandonano Mihajlovic e i cattolici sloveni e fanno di Tito il loro protetto.

Nell’aprile-maggio 1945, con le sorti della guerra ormai chiare, Tito lancia i suoi partigiani verso Trieste, prima ancora che verso Zagabria e Lubiana. La maggior parte della “Guardia nazionale del Litorale” (filo-germanica e anti-comunista) si ritira verso ovest e il 3 maggio si arrende agli inglesi presso Gorizia. Caduta Trieste nelle mani di Tito, l’“Alleanza Slovena”– unione semiclandestina fra partiti anti-comunisti creata nel 1942 che aveva mantenuto rapporti da un lato con le autorità italiane occupanti e dall’altro col governo iugoslavo in esilio – convoca un’assemblea di ex-deputati e di esponenti della vita sociale, economica e culturale che si riunisce a Lubiana la sera del 3 maggio ‘45 e proclama la nascita della Slovenia Unita, composta da tutte le terre slovene, compreso il Litorale, la Slovenia Veneta, la Val Canale e la Carinzia slovena, che avrebbe fatto parte di una Jugoslavia federale sotto Re Pietro II.


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L’assemblea elegge un Comitato Nazionale per la Slovenia con funzione di governo provvisorio. Il 4 maggio il Comitato tenta vanamente di convincere i tedeschi a cedere il potere. Intanto i partigiani avanzano verso Lubiana. Il 5 maggio il Comitato Nazionale abbandona la città, diretto in Carinzia. Il 12 maggio l’esercito della Slovenia Unita si arrende agli inglesi in Austria. I militari e i molti civili che li accompagnano vengono deportati in un campo di prigionia e, alla fine del mese, consegnati dagli Inglesi ai partigiani comunisti iugoslavi, che ne uccidono circa 12.000.

Non è semplice quantificare il numero di vittime della dominazione comunista in Slovenia. In un puntuale articolo sulle foibe, lo storico Massimo Zamorani (Avvenire, 7/10/2007) riferisce di oltre 250 siti ove «verosimilmente» potrebbero esser stati sepolti 70-80.000 morti, di cui almeno 7.000 italiani. «Sono spariti sottoterra – scrive Zamorani – 18.000 croati, ustascia e no; 6.000 cetnici e poi, militari tedeschi, religiosi [in una nota si elencano per categoria: seminaristi, parroci, cappellani], civili d’ogni sesso ed età (…). Sono stati ripuliti interi villaggi della valle dell’Isonzo, perché, come aveva rivelato Teodoro Francesconi preciso e documentatissimo storico degli eventi giuliani, gli ordini erano di eliminare tutti gli italiani che vivevano sulla sponda sinistra del fiume». Alla fine della guerra, nel 1947, la Slovenia, divenuta repubblica federata alla Jugoslavia socialista, ottiene buona parte delle terre italiane conquistate dalle formazioni slavo-comuniste di Tito, che erano state svuotate della popolazione autoctona italiana mediante l’esodo giuliano-dalmata, espandendosi fino all’Isonzo, nel Carso e inglobando gran parte delle Alpi Giulie. Nel 1954, con la soppressione del Territorio libero di Trieste, la Slovenia jugoslava annette la porzione settentrionale della Zona B, corrispondente alla città di Capodistria e dintorni, guadagnandosi così la sponda meridionale del golfo di Trieste e uno sbocco sul Mare Adriatico.

La morte di Tito (1980), unita alla crisi economica degli anni ‘80 e alle tensioni nazionali, comporta in Slovenia, come nelle altre repubbliche jugoslave, una fase di instabilità che si evolve in sentimenti separatisti. Alle prime elezioni multipartitiche del 1990 vincono gli indipendentisti. Contemporaneamente veniva eletto presidente Milan Kučan, candidato del Partito del rinnovamento democratico (erede della Lega dei comunisti di Slovenia). Il 26 giugno 1991 la Slovenia dichiara l’indipendenza dalla Jugoslavia, e vince la successiva
Guerra dei dieci giorni, ottenendo il riconoscimento della propria sovranità. Con l’indipendenza si inizia un riavvicinamento della nazione al contesto storico-politico dell’Europa Centrale. Nel 2004 la Slovenia entra a far parte dell’Unione Europea e della NATO e nel 2007 adotta l’Euro.


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Questo testo di Emanuele Gagliardi è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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