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Il bacio liturgico dell’altare e il saluto sacerdotale

Liturgia28 Novembre 2019
Testo dell'audio

Con le mani congiunte davanti al petto e con gli occhi volti verso terra, il sacerdote si volge con tratto serio e misurato (girandosi sulla sua destra) verso il popolo; poi, mentre allarga le mani e le ricongiunge, saluta nella persona dei presenti tutta la Chiesa col saluto di benedizione: Dominus vobiscum – “Il Signore sia con voi”. Questo movimento delle mani, che all’Oremus si ripete così a proposito, si armonizza perfettamente con il contenuto delle parole pronunciate. Il dispiegare le mani del sacerdote è manifestazione di viva nostalgia e di forte desiderio affinché il suo saluto di benedizione voglia adempiersi; e il ricongiungere le mani mostra che egli umilmente rinuncia a contare sulle proprie forze e si affida fiducioso al Signore.

Questa formula di benedizione ricorre già nell’Antico Testamento. Nel Libro di Ruth si racconta come Booz salutò i suoi mietitori sul campo con le parole: “Il Signore sia con voi”, e come questi gli replicarono: “Ti benedica il Signore”. Alla Beata Vergine Maria l’Arcangelo Gabriele disse: Dominus tecum – “Il Signore è con te” (Luc. 1,28). Questo scambio di auguri viene più volte ripetuto nel corso della messa (otto volte) per mantenere viva l’unione spirituale, la relazione di preghiera tra il sacerdote e il popolo, durante la celebrazione del Santo Sacrificio, per aumentarla o rinverdirla. Poiché il significato di questo saluto generico è molto ricco, ogni volta bisogna capirne il particolare significato dalla collocazione e, in tale contesto, da dove viene. Dove si trova il Signore, lì Egli suscita gli effetti più salutari, e ivi dona le più multiformi capacità, grazie e benedizioni. Tutti questi beni, che alla presenza del Signore si possono richiedere, sono racchiusi in questa nostra formula.

Quando il sacerdote, prima della Colletta, augura che il Signore sia nei cuori dei fedeli presenti, vuole fomentare in essi l’aiuto della Grazia, la luce e la forza per una più perfetta preghiera. Le parole “Il Signore sia con voi” sono un auspicio/augurio di aiuto della divina grazia per una preghiera onesta e per chiedere ciò che è retto, poiché ogni nostro avere è da Dio, e senza Cristo non possiamo fare alcunché di buono (2 Cor. 3,5; Giov. 15,5). La preghiera presuppone l’aiuto della divina grazia, praticarla senza di essa è impossibile. “Noi non sappiamo che cosa dobbiamo chiedere, e non sappiamo pregare come si conviene”: perciò “lo Spirito deve soccorrere la nostra debolezza”. Sì, lo stesso Spirito Santo “intercede Egli stesso per noi con sospiri ineffabili” (Rom. 8,26); cioè, Egli risveglia in noi il desiderio di pregare, ci sollecita alla preghiera, ci conferisce devozione e perseveranza, e fa che la nostra preghiera sia gradita a Dio e sia meritoria. “Lo Spirito della grazia e della preghiera” (Zac. 12,10) che il Signore riversa sulla Chiesa è veramente un dono grande e prezioso, poiché la preghiera stessa è la fonte di così tanti beni.

Oltre alla grazia della preghiera, che qui viene chiesta in primo e preminente luogo, l’augurio che il sacerdote replica comprende ancora innumerevoli altre grazie: quando il Signore entra in un cuore puro o contrito, tanto più, lì, è presente ogni bene: ricchezza, beatitudine, pace, gioia e felicità. Se “il Signore è con noi”, allora Egli conferisce forza e desiderio verso tutto ciò che è bene: protezione in tutti i pericoli; forza in tutte le battaglie e persecuzioni; consolazione in tutte le sofferenze e incoraggiamento in tutte le tentazioni. Avere la grazia e l’amore di Dio, il confidente rapporto con Dio, è un’incommensurabile tesoro per gli uomini. Chi costantemente vive e rimane in tale intima unione al Signore può esclamare fiducioso con Davide: “Anche se andassi per valli dalle ombre morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con me” (Sal. 22,4). Nulla di meglio potrebbe 4 augurare il sacerdote di quanto il Dominus vobiscum esprime: infatti, “beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che Egli si è scelto in suo retaggio” (Sal. 32,12).


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E come risponde il popolo a questo saluto del sacerdote? Tramite la bocca del chierichetto ricambia il saluto con: Et cum spiritu tuo – “E con il tuo spirito”. Un simile saluto viene spesso usato da S. Paolo nelle sue lettere apostoliche. “Il Signore Gesù con lo spirito tuo. La grazia sia con voi!” (Tim. 4,22). “La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, o fratelli. Amen” (Gal. 6,18). “La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia con voi. Amen” (1Tess. 5,28). “La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen” (2Tess. 3,18).

Per ringraziare il sacerdote del saluto ricevuto, il popolo esprime l’augurio che il Signore voglia illuminare e fortificare con la Sua grazia anche “lo spirito” del sacerdote orante affinché sia in grado, come uomo di Dio e come vero uomo spirituale, di presentare in maniera degna al Signore le preghiere e i bisogni di tutta la Chiesa. Il sacerdote ha proprio molto bisogno di questa grazia nel momento in cui sta all’altare, perché, “santo è questo luogo dove egli prega per la remissione dei peccati del popolo”. Poiché egli prega e offre il sacrificio come servo della Chiesa, compie il più alto dovere che la Chiesa è tenuta ad adempiere verso Dio.

Per incarico della Sposa immacolata di Cristo, il sacerdote si presenta all’altare per pronunciare le venerabili preghiere che Essa stessa piena di Spirito Santo ha composto e prescritto a favore e salute dei vivi e dei defunti. Se ovviamente già per ogni preghiera privata bisogna disporre con dovizia la propria anima, tanto più vale ciò per le preghiere della Messa. Quanto dev’essere grande il raccoglimento dello spirito, la devozione e il fervore del cuore, per presentare debitamente all’Altissimo parole così solenni e tanto sublimi!


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Il Signore sia con il tuo spirito” – Questo augurio ricorda al sacerdote l’ora in cui ricevette la tonsura che consistette nel sacrificare una ciocca dei suoi capelli per simboleggiare che, per amore di Gesù Cristo, da quel momento egli rinunciava ai beni di questa Terra e a tutte le gioie di questo mondo, pronunciando le parole: “Il Signore è la porzione della mia eredità e del mio calice” (Sal. 15,5). Poiché “gli è toccata la sorte più meravigliosa e gli è attribuita un’eredità gloriosa”; perché lì il Signore è la sua unica proprietà, la sua porzione più preziosa, il suo bene e il suo patrimonio, il suo gioioso salario. Ciò affiora alla mente del sacerdote quando ascolta questo saluto dalla bocca del popolo: egli rinnova la promessa di donarsi pienamente al Signore; di voler rimanere completamente proprietà particolare del Signore, e così essere pienamente membro del clero.

Il vescovo saluta il popolo nel corso della messa (come il sacerdote) con Dominus vobiscum. Solamente nei giorni in cui c’è il Gloria, prima della Colletta il suo saluto è: Pax vobis – “La pace sia con voi”. Non si può disconoscere la relazione tra questo saluto e l’inno degli Angeli: il vescovo, infatti, augura quella pace annunciata nel Gloria. Così, com’era corretto per il vescovo recitare l’inno degli Angeli tutte le domeniche e nei giorni di festa – mentre ai sacerdoti era permesso solo a Pasqua – altrettanto apparteneva solo dei vescovi salutare i fedeli con: Pax vobis, dopo il Gloria. Dalla fine dell’XI secolo in poi la recita del Gloria non fu più una prerogativa dei vescovi poiché i sacerdoti, su questo, furono equiparati a loro; ma il saluto del popolo con: “La pace sia con voi” rimase una loro particolare distinzione.

Questa formula ha una certa preferenza rispetto a Dominus vobiscum. La preferenza non sta nel contenuto, ma nella particolarità che il Redentore stesso usò sovente Pax vobis come saluto e perciò lo sacralizzò. Se quindi il vescovo saluta il popolo col Pax vobis, allora mostra egli anche il suo stato di vicario particolare del Signore che, dopo la Sua resurrezione, salutò i discepoli con: “La pace sia con voi!”. Come successori degli Apostoli i vescovi possiedono (oltre ad altre prerogative) autorità maggiore dei sacerdoti nel dispensare la grazia e la benedizione: essi hanno la pienezza del potere nell’amministrare il tesoro della Redenzione. Questo potere, superiore e pieno della benedizione, è strettamene collegato alla consacrazione e alla dignità episcopale; esso emerge giustamente con il saluto Pax vobis rivolto al popolo all’inizio della messa, così anche alla fine con la benedizione di tre segni di croce. Il saluto di pace comprende in sé il significato di pienezza dei beni: salute e benedizione nel tempo e nell’eternità; ma tale significato è compreso anche nel Dominus vobiscum: dove è il Signore, infatti, lì è anche la Sua Pace.


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Il saluto nella bocca del vicario di Cristo – sia esso sacerdotale o vescovile – non è semplicemente un vuoto augurio ma una benedizione di altissima autorità e potere, rivestita di forza soprannaturale, tanto che il bene espresso raggiunge tutti coloro che veramente hanno un cuore disposto a riceverlo. “Il Signore sta alla porta e bussa: se uno sente la Sua voce e Gli apre, Egli entrerà da lui con la Sua pace” (Ap. 3,20).

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