I supremi destini dell’uomo

Dal 7 al 14 ottobre 2026 si terrà in Vaticano l’annunciato incontro tra papa Leone XIV, i capi delle Chiese cattoliche orientali sui iuris e i presidenti delle Conferenze episcopali. L’evento nasce con l’intento di «procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».
Per preparare i lavori dell’assemblea, lo scorso 6 luglio la Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi e il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita hanno pubblicato un Percorso tematico, inviato alle Chiese locali. Il quarto punto del testo, intitolato «Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere. Camminare con le famiglie in situazioni complesse», riprende, con queste parole, l’argomento centrale del capitolo ottavo dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia: «Quali passi sono stati compiuti per sostenere coloro che vivono in situazioni di fragilità o di difficoltà? Quali resistenze emergono? Come costruire comunità cristiane nelle quali coloro che hanno fatto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possano sentirsi realmente ascoltati, partecipi e corresponsabili? Quali esperienze concrete mostrano già oggi il volto di una Chiesa sempre più capace di prossimità, discernimento, accompagnamento e valorizzazione, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare fiducia, a riconoscersi parte della comunità e a sperimentare la misericordia di Dio?».
Secondo l’esortazione Amoris laetitia del 19 marzo 2016, di fronte alla sofferenza di coloro che vivono l’esperienza di un matrimonio fallito, la Chiesa deve impegnarsi sul piano pastorale, mostrandosi come una casa accogliente e misericordiosa. Ma fino a che punto può spingersi questa accoglienza? È possibile ammettere ai sacramenti chi vive stabilmente in una situazione oggettiva di peccato grave, come quella dei divorziati risposati, senza contraddire la legge naturale e divina?
Amoris laetitia sembra rispondere positivamente a questa domanda quando afferma, al n. 301, che «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante». Al n. 305 aggiunge: «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa».
È vero che la teologia morale cattolica ha sempre distinto tra la gravità oggettiva di un atto e la piena imputabilità soggettiva di chi lo compie. L’ignoranza, la paura, la violenza, le abitudini inveterate e altri condizionamenti possono diminuire la responsabilità personale. Ma il problema posto da Amoris laetitia non riguarda soltanto il giudizio sulla coscienza individuale, che in ultima istanza appartiene a Dio. Riguarda la possibilità di trasformare una valutazione prudenziale del confessore in una prassi ecclesiale che consenta l’accesso all’Eucaristia a chi continua pubblicamente a vivere in una condizione contraria a un comandamento divino, senza il proposito di abbandonarla.
Per questa ragione, nel 2016 quattro cardinali – Raymond Leo Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – presentarono a papa Francesco cinque dubia, chiedendo, tra l’altro, se, dopo Amoris laetitia n. 301, fosse ancora possibile affermare che «una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19,3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale». Né questa domanda né gli altri dubia formulati dai cardinali hanno mai ricevuto una risposta.
L’incontro di ottobre promosso da Leone XIV ribadirà gli errori e le ambiguità di Amoris laetitia, oppure cercherà di reinterpretare il documento di papa Francesco in senso ortodosso, riaffermando che chi si trova in una situazione oggettiva di peccato grave non può ricevere l’Eucaristia senza il pentimento, l’assoluzione sacramentale e il proposito di cambiare vita?
Come osserva don Claude Barthe in un suo recente lucido articolo (https://www.resnovae.fr/revenir-au-magistere/)“ questo incontro potrebbe rappresentare un’occasione provvidenziale per alcuni pastori coraggiosi per mettere in evidenza il danno considerevole causato dall’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia alla morale naturale e cattolica, e di conseguenza alla salvezza delle anime”. Nessuna prassi pastorale, infatti, può essere autenticamente cattolica se contraddice, anche indirettamente, la verità dottrinale che dovrebbe rendere visibile.
Tuttavia, il problema di fondo sta a monte e non a valle. La ragione profonda di tanti fallimenti matrimoniali, con il conseguente sviluppo di situazioni di dfficoltà, di sofferenza e di peccato, risiede nella perdita del significato del matrimonio e, più in generale, nell’oscuramento della legge naturale e divina. Più a monte ancora vi è l’assenza, da parte di molti pastori della Chiesa, di una predicazione coerente e sistematica che ricordi all’uomo quali siano il fine della sua vita e i suoi supremi destini.
La Chiesa non è semplicemente una casa-rifugio nella quale chi è spiritualmente o psicologicamente provato possa ritrovare il proprio equilibrio attraverso la convivenza con i fratelli. Essa è certamente una madre che accoglie e cura le ferite, ma è anzitutto l’istituzione divina fondata da Gesù Cristo per custodire la verità, amministrare i sacramenti e offrire agli uomini gli strumenti necessari alla salvezza eterna. Il suo compito non è garantire una serenità puramente terrena, ma condurre le anime a Dio. Se dimentica questa finalità soprannaturale, anche l’accompagnamento pastorale si riduce a una forma di assistenza psicologica o sociale.
I nostri destini non si esauriscono con la vita terrena. Esiste una vita futura nella quale si avrà la perfetta sanzione dei meriti e dei demeriti di ognuno. Come insegna san Tommaso d’Aquino, non appena l’anima si separa dal corpo, un raggio di luce la penetra a fondo e, «illuminata da questa luce sui propri meriti o demeriti, l’anima se ne va come da sé stessa al luogo della sua eternità, simile a quei corpi leggeri o pesanti, che salgono o discendono là dove ha da terminare il loro moto» (Summa Theologiae, Suppl., q. 69, a. 2).
Il Cielo, inenarrabile pienezza della felicità nel possesso eterno di Dio, e l’inferno, privazione eterna di Dio e presenza immensa di ogni male, sono i nostri supremi destini. Ricordare questa verità significa guardare la realtà con gli occhi della fede. E questo è il compito della Chiesa.
La disperazione che attende nell’eternità chi muore impenitente, dopo aver trasgredito gravemente la legge divina, è infinitamente più terribile della sofferenza passeggera di chi, sulla terra, lotta per rispettare questa legge. La risposta alla crisi della famiglia non consiste nell’adattare la legge di Dio alle debolezze umane, ma nel restituire agli uomini la fiducia nella potenza della grazia, che tutto può, anche ciò che sembra umanamente impossibile. Sono queste le parole di vita e di speranza che è lecito attendersi da un’assemblea ecclesiale dedicata all’annuncio del Vangelo. (Roberto de Mattei)