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I martiri di Gorcum

Arte e Cultura04 Giugno 2020
Testo dell'audio

Durante la guerra degli ottant’anni (1568-1648), quando le Province Unite, poi chiamate Paesi Bassi, si ribellarono contro il dominio spagnolo, dando vita, con la Pace di Vestfalia, alla loro indipendenza, si consumò un efferato massacro ai danni di un gruppo di religiosi e sacerdoti per mano dei calvinisti. Stiamo parlando dei martiri di Gorcum: 11 frati francescani minori osservanti, un frate agostiniano, un monaco premostratense, un canonico regolare di sant’Agostino, un frate domenicano e 4 sacerdoti secolari.

A lasciare testimonianza storica del martirio di gruppo fu Guillaume Estius, nipote del guardiano del convento dei Francescani della riforma dell’Osservanza, padre Nicola Pieck, nel volume Historia martyrum Gorcomiensium, pubblicato a Douai nel 1603. Un’altra importante fonte, dove attingere informazioni preziose, è l’Historiae martyrum Batavicorum, scritta nel 1595 da Peter Opmeer.

Nella primavera del 1572 si scatenò l’offensiva dei Gueux (pezzenti) del mare, pirati olandesi, che sotto la guida di Guillaume II de la Marck, barone di Lumey, affiancarono Guglielmo I d’Orange nella lotta contro il re di Spagna Filippo II.

Non potendo più servirsi dei porti inglesi come basi operative contro gli spagnoli, in seguito al divieto della regina d’Inghilterra Elisabetta I, i Gueux conquistarono, oltre a Dordrecht, poco distante da Gorcum, anche le città di Brielle (35 chilometri da Rotterdam) e Flessinga, abitate per la maggior parte dai cattolici. I più esposti alle persecuzioni calviniste furono i religiosi ed il clero presenti a Gorcum. Nel tentativo di difendersi, i cattolici inviarono dei messaggeri per chiedere soccorso alle guarnigioni spagnole; ma prima che potessero arrivare i soccorsi, il 25 giugno 1572, una flottiglia di 13 battelli dei Gueux, che avevano risalito la Mosa, si presentò proprio a Gorcum con circa 150 uomini armati.

Il nipote del priore Pieck, Rutger Estius, fratello di Guillaume, autore della cronaca del martirio, implorò lo zio di fuggire insieme ai confratelli, ma il guardiano del convento non volle abbandonare i cattolici della città, perciò attese il suo destino, rifugiato nella cittadella del governatore spagnolo Gaspard Turk, non solo con gli altri frati, ma anche con tutti i religiosi, i sacerdoti e molti fedeli del luogo. Fu così che i calvinisti sbarrarono il fiume a monte e a valle e il 26 giugno entrarono in città, capeggiati da Marin Brant, che convocò in piazza tutti gli abitanti facendo loro giurare fedeltà alla causa calvinista e a Guglielmo d’Orange; poi si recò davanti alla cittadella, chiedendo la resa al governatore della piccola guarnigione spagnola. La risposta fu negativa, ma i canoneggiamenti nemici ebbero la meglio.

La prima cosa che fecero i Gueux, quando entrarono nella cosiddetta torre blu, fu quella di catturare tutti i consacrati e iniziare ad insultarli, chiedendo loro dove avessero nascosto i tesori (inesistenti)… li aggredirono, li insultarono, li malmenarono, dando pure fuoco a padre Pieck, che era svenuto e sopravvisse fino all’impiccagione.

Dopo dieci giorni di sevizie continue nella torre, i prigionieri, per ordine del comandante dei Gueux, il barone di Lumey, furono trasferiti a Brielle: era il 7 luglio. Li accolse proprio il barone in persona: li fece camminare fino alla città disposti su due file simulando una processione religiosa, costringendoli a cantare inni e litanie ed esponendoli al pubblico ludibrio. Quella delirante folla li lapidò con pietre, sabbia e secchi di acqua sporca. Terminata la macabra processione, le vittime furono condotte in prigione, dove già si trovavano i curati di Maesdam e di Heinort, oltre che due monaci premostratensi, provenienti dall’abbazia di Middelbourg, in Zelanda.

Quella sera e il mattino seguente il barone interrogò i carcerati, tentando di far loro rinnegare i dogmi della fede cattolica e l’obbedienza al Papa. Non ottenendo alcun risultato, li condannò all’impiccagione. Ci furono alcuni atti esterni per intercedere alla liberazione dei religiosi e dei sacerdoti, compresa una lettera di Guglielmo d’Orange, ma il barone non si piegò a quella richiesta, volendo essere lui solo padrone della situazione; inoltre, si era ripromesso di vendicare la morte dei conti di Horn e di Egmont, giustiziati dagli spagnoli, uccidendo tutti i preti e i religiosi papisti, che fosse riuscito a catturare.

All’una di notte del 9 luglio (giorno della loro memoria liturgica) 1572, i martiri furono condotti fuori dalla città, nel monastero agostiniano di Santa Elisabetta, saccheggiato e semidistrutto dai calvinisti, e là, nel granaio, dove si trovavano due grandi travi, iniziarono ad impiccarli uno dopo l’altro, iniziando da padre Pieck, che fino all’ultimo suo respiro incoraggiò i confratelli.

Dopo la sua morte i più anziani andarono incoraggiando i più giovani, in quest’opera si distinse particolarmente il vicario Girolamo da Weert che fu zittito a colpi di picca in faccia e quando scoprirono che aveva sia sul petto che sul braccio destro il tatuaggio di una croce, che si era fatto fare durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, iniziarono a scorticarlo per cancellarle. Il confessore e liturgista Goffredo da Melveren morì pregando il Signore di perdonare i suoi carnefici, ripetendo le parole di Cristo sulla Croce: «Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Fra gli ultimi rimase il sacerdote secolare don Goffredo Van Duynen, che i soldati volevano risparmiare perché lo conoscevano personalmente e ammiravano la sua santità, ma lui li esortò a procedere. Due dei 21 prigionieri, all’ultimo, accettarono di abiurare: un cappuccino di nome Guglielmo, che in seguito si arruolò con i Gueux e due anni dopo fu impiccato per furto, e il novizio francescano Enrico, che come testimone diretto, successivamente, redasse un preciso resoconto dei fatti.

Molti martiri, impiccati malamente, ebbero una lunga agonia. L’ultimo a morire, verso l’alba, fu il domenicano Nicasio. I soldati si accanirono con ferocia demoniaca sui corpi, mutilandoli e insultandoli. Il loro grasso fu venduto ai mercanti di unguenti, mentre parte dei loro organi furono messi in commercio sul mercato di Gorcum. Dopo un simile sabba, un cattolico di Gorcum, implorando i magistrati di Brielle e sborsando una cospicua somma di denaro, ottenne di poter seppellire ciò che era rimasto delle spoglie dei martiri in due fosse scavate nelle vicinanze del luogo del loro martirio, oggi chiamato “campo dei Martiri”.

 

Questo testo di Cristina Siccardi è tratto dalla rivista Radici Critiane. Visita il sito radicicristiane.it

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