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Gorizia: da antica Contea a città mitteleuropea

Tesori d'Italia24 Aprile 2019
Testo dell'audio

La città di Gorizia sorge in una conca a piedi delle Prealpi Giulie, aperta ad ovest dove si congiunge con la pianura friulana: le fanno cornice le alture del Sabotino, del Montesanto e del San Gabriele, il Calvario e il Colle d’Oslavia, il San Marco e il Carso: nomi che rimandano alle sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale che videro Gorizia riunificata all’Italia nel 1918.

La città di Gorizia sorge in una conca a piedi delle Prealpi Giulie, aperta ad ovest dove si congiunge con la pianura friulana: le fanno cornice le alture del Sabotino, del Montesanto e del San Gabriele, il Calvario e il Colle d’Oslavia, il San Marco e il Carso: nomi che rimandano alle sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale che videro Gorizia riunificata all’Italia nel 1918. Attualmente conta circa 40.000 abitanti (mentre Nova Gorica ne ha intorno ai 15.000). Bagnata dall’Isonzo, ha un clima sostanzialmente mite, dato che la città è riparata dai monti (ciò che le valse nell’Ottocento il soprannome di “Nizza austriaca”): in compenso è talvolta soggetta alla bora.

Dal punto di vista storico e antropologico, Gorizia è una città da sempre punto d’incontro tra la cultura italiana, germanica e slava, ciò che ha lasciato tracce evidenti nell’arte, nell’architettura, nella letteratura, nella musica.

L’antica Contea, legata al Tirolo ed alla Carinzia

Importante luogo di transito già in tempi remoti, Gorizia viene citata per la prima volta nel 1001 in un documento in cui l’Imperatore germanico Ottone III donava al Patriarca di Aquileia e al Conte del Friuli, della Casata degli Eppenstein, dividendola a metà, la “villa” chiamata Goritia (dallo slavo gorica, cioè collina). La sua posizione strategica crebbe rapidamente di importanza e ne favorì lo sviluppo, consigliando la rapida fortificazione del colle da cui si domina la piana dell’Isonzo, punto sul quale sorge il maestoso Castello, monumento simbolo della città, costruito dai Conti di Gorizia e del Tirolo (che però vivevano soprattutto nel Castello di Bruck presso la città di Lienz), succeduti agli Eppenstein.

La figura più affascinante tra i principi di stirpe germanica fu Enrico II (1266-1323), che aveva sposato Beatrice, figlia del signore di Treviso Gherardo da Camino. Egli coltivò un disegno organico di espansione della contea verso ovest: dopo diverse vittoriose battaglie il Conte divenne anche Signore di Treviso e Conegliano, occupò Aquileia e la Carnia, facendo della Contea di Gorizia una potenza regionale dalle originali caratteristiche alpino-mediterranee.

Dopo la sua misteriosa morte, avvenuta durante un banchetto, la Contea entrò in una fase di lento e inarrestabile declino: alla scomparsa dell’ultimo Conte, Leonardo, il territorio passò sotto il dominio diretto degli Asburgo e si avviò una lotta tra gli imperatori d’Austria e Venezia che sarebbe durata per secoli. Era l’inizio del XVI secolo e un’entità politico-amministrativa che era durata 500 anni spariva dalla carta geografica: restavano memorie e testimonianze di un potere che era servito da trait d’union per quattro secoli tra mondo adriatico ed alpino, tra Pianura Padana e area danubiana.

Gorizia asburgica, centro di cultura

Se il Seicento, sotto la casa degli Asburgo, fu il secolo dell’assestamento, dell’equilibrio politico e culturale, nel Settecento Gorizia conobbe il suo sviluppo socio-economico, si ampliò l’istruzione pubblica, si svilupparono agricoltura e industria. È un momento che vede una feconda stagione per le arti e le lettere: nascono i primi circoli culturali, come l’Accademia dei Filomeleti e quella degli Arcadi, sorgono le prime tipografie, gioielli dell’artigianato locale, di cui si servono per stampare le loro opere Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart, e Giacomo Casanova.

In questo periodo Gorizia è assai attraente. Goldoni scrive: «Non vi è provincia in Italia ove vi sia tanta nobiltà come in questa» e Casanova: «Mi trattenni a Gorizia fino alla fine del 1773 e durante le sei settimane di quel soggiorno trovai tutti gli svaghi che potevo desiderare…».

Nell’800 Gorizia, anche se piccola e periferica rispetto allo sterminato e composito Impero austro-ungarico di cui fa parte, è un vivace crocevia delle tensioni ideali. Si consolida l’immagine, tuttora attuale, di Gorizia “Città Giardino”, “Nizza d’Austria”, sino ai primi del Novecento luogo privilegiato per le vacanze della nobiltà asburgica. La città si estende con un’impronta architettonica aristocratica e gradevole che ancora oggi la caratterizza. L’abitato raggiunge le rive dell’Isonzo, le cui acque azzurre e le cui selvagge rive boscose rappresentano una delle bellezze della città.

È un periodo di relativo benessere: i volti soddisfatti di una borghesia in ascesa ci sono tramandati dai ritratti di Giuseppe Tominz. I fermenti ideali e le aspirazioni nazionali e nazionalistiche trovano un humus fecondo nella composita realtà delle città. Di questa complessità culturale e linguistica si fa interprete il filologo Graziadio Ascoli, assurto a fama internazionale per i suoi studi sulle lingue indoeuropee, e il filosofo Carlo Michelstaedter, considerato una delle vette più affascinanti della cultura europea.

La tragedia del Novecento

Il Novecento è un secolo tragico per Gorizia: i due conflitti mondiali la vedono teatro di morte e distruzioni. Il travaglio spirituale che precede e segue il primo conflitto mondiale, al termine del quale la città diventa italiana, assume qui connotati particolari soprattutto nel campo dell’arte figurativa. In questo periodo sorge anche il Sacrario di Oslavia che domina la città dall’alto e dove riposano 57.000 italiani e 600 austro-ungarici.

Gorizia non fu risparmiata neanche dalla Seconda Guerra Mondiale, al termine della quale perse i quattro quinti della provincia e fu tagliata in due dal confine italo-jugoslavo.

 

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è stato dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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