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Gloria

Liturgia17 Ottobre 2019
Testo dell'audio

Al Kyrie non raramente segue il Gloria in excelsis Deo, che viene anche chiamato “dossologia grande” o “maggiore” perché, in confronto al Gloria Patri [detto anche “dossologia minore”], contiene una più estesa e dettagliata lode di Dio Uno e Trino; viene detto “inno angelico” perché le parole iniziali furono cantate da un coro di Spiriti celesti nella campagna presso Betlemme alla nascita di Cristo.

Se e come “la moltitudine delle milizie celesti, che lodavano Iddio” (Luc. 2,13) abbia continuato il canto e l’inno di lode, di ciò non abbiamo notizia. È cosa certa che la Chiesa accolse molto presto nella sua liturgia l’inno degli Angeli come prezioso dono del Cielo e, mossa da un pio moto del cuore, lo ha poi conservato. I monaci del Medioevo – a cominciare dal X secolo – hanno arricchito il testo con l’aggiunta di metafore, dandogli così un senso profondo.

Simile all’Ave Maria, e come anche il Te Deum, anche l’Inno dell’Angelo non è opera di un autore; la testimonianza della storia infatti ci dimostra che si è lentamente sviluppato e ha preso forma nel tempo. Le parole dell’Angelo furono introdotte nella liturgia già nel II secolo. Prima della metà del IV secolo lo troviamo ugualmente nella Chiesa Greca, unito ad una preghiera di lode e di supplica a Dio Padre.

I contrasti e le controversie dottrinali sulla divinità di Cristo e dello Spirito Santo indussero, a metà del IV secolo, a introdurre modifiche e aggiunte che trasformarono il canto in una lode della Santissima Trinità. Dopo alcune piccole riduzioni e aggiunte, il testo del Gloria ebbe la sua forma definitiva, in certe regioni, già nel IX secolo; poi, dall’XI o XII secolo, fu recitato o cantato normalmente nella messa. Secondo le fonti, la Chiesa d’Occidente conosce solamente il testo modificato del IV secolo.

Con buona ragione si può ritenere che Sant’Ilario di Poitiers, esiliato in Oriente, al suo ritorno in Gallia nel 360, abbia introdotto in Occidente l’inno dell’Angelo. Perciò deve essere stato lui a tradurre in latino l’originale greco. In Oriente, già nel III secolo la dossologia maggiore era parte dell’uso liturgico, ma non nel Sacrificio Eucaristico, bensì come canto mattutino nella liturgia delle ore.

Ancora oggi, nella celebrazione della messa, i Greci usano solamente le parole dell’Angelo, senza le aggiunte; ma in alcune liturgie d’Oriente, in certe messe – per esempio, in quella di S. Giacomo – le parole dell’Angelo sono ripetute tre volte. Circa l’accoglienza del Gloria nella liturgia romana della messa, possediamo solamente notizie incerte e poco chiare. All’inizio, e per un periodo assai lungo, l’uso fu piuttosto limitato: serviva sopratutto per esprimere la gioia natalizia e il giubilo della Pasqua.

Fino al termine dell’XII secolo valeva la rubrica del sacramentario gregoriano secondo la quale la recita del Gloria era riservata ai vescovi per ogni domenica e giorno di festa, mentre ai sacerdoti era permessa, ovvero prescritta, solamente a Pasqua. Da allora, invece, questo privilegio dei vescovi fu esteso ai sacerdoti.

Da quando il Messale fu riformato, sotto papa Pio V († 1572), vale la seguente regola: ogni qualvolta che nell’Ufficio del Mattutino appare il Te Deum, si recita il Gloria nella relativa messa del giorno; se invece nell’Ufficio manca l’inno Ambrosiano, allora anche nella messa del giorno si omette la recita del Gloria.

Il fatto che il Giovedì santo e il Venerdì santo si canti il Gloria nell’ufficio della messa, benché il Te Deum sia omesso nel Mattutino, è un’eccezione alla regola solo in apparenza; infatti, la messa di questi due giorni ha il medesimo lieto e festoso carattere che si discosta dall’ufficio di afflizione. Il Gloria e il Te Deum sono canti di gioia entusiastica e di giubilo che esprimono un elevato sentimento di festività. Perciò ambedue ammutoliscono soprattutto nei giorni e nei tempi dedicati all’afflizione e alla penitenza, ma anche in quelli senza carattere festivo.

Il doppio pensiero espresso nel canto angelico di Natale – glorificazione di Dio e benedizione per gli uomini – viene sviluppato e ampliato dalla Chiesa in una forma libera e altamente poetica. Nel primo capoverso si loda Dio, il Padre Onnipotente; mentre la seconda parte indirizza la lode e la preghiera all’Unigenito Figlio di Dio, che siede alla destra del trono della Maestà in Cielo come Sommo Sacerdote (Ebr. 8,1). Come nel Te Deum, pure qui lo Spirito Santo è nominato, anche se solo brevemente: perciò la “dossologia maggiore” è, come la “minore”, un’entusiasta ed entusiasmante lode del Dio Uno e Trino.

 

Gloria a Dio nell’alto dei cieli

e pace in terra agli uomini di buona volontà.

Noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti adoriamo, Ti glorifichiamo,

Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa,

Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente.

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo,

Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre:

Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi;

Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica;

Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi.

Perché Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo: Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen

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