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Gli affreschi di Assisi

Arte e Cultura02 Dicembre 2019
Testo dell'audio

La Basilica Superiore dedicata a san Francesco, ad Assisi, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della storia dell’arte italiana, perché rappresenta una nuova concezione nell’arte: le storie dell’Antico e Nuovo testamento e gli episodi della vita di Francesco, realizzati sul finire del XIII secolo.

Il ciclo di affreschi della duecentesca Basilica Superiore di Assisi, affidato a maestri di tradizione romana e toscana sul finire del XIII secolo, ricopre per intero le pareti interne dell’edificio, seguendo un programma iconografico organico basato sull’accostamento tra brani del racconto biblico ed evangelico e momenti della vita di san Francesco, in una cristallina visione narrativa che mostra la continuità del messaggio divino nella testimonianza viva dei Santi. In particolar modo la Legenda maior, ossia la biografia ufficiale di Francesco redatta da san Bonaventura da Bagnoregio, Generale dell’Ordine francescano dal 1257, costituisce il testo di riferimento delle vicende del Santo nel ciclo assisiate.

Quando si cominciò a lavorare alle 28 “storie” che compongono la vita di Francesco d’Assisi, l’interno della chiesa era stato affrescato in gran parte da maestranze non italiane, che mostravano i tipici metodi decorativi delle grandi cattedrali dell’Inghilterra e dell’Ile-de-France. L’architettura dipinta fungeva da tramite tra quella reale e le figurazioni variopinte sulle pareti, ogni elemento completava la costruzione di uno spazio concreto e ideale. Cimabue, che aveva continuato il lavoro degli artisti gotici dipingendo entrambi i bracci del transetto e l’abside, aveva introdotto un linguaggio più propriamente ispirato alla tradizione bizantina, bilanciando così le forti tendenze nordiche e goticheggianti e rispondendo in un tono che potremmo definire mediterraneo. Si affermava in questo modo una pittura propriamente italica e proprio da Assisi, dunque, si aprivano le porte alla grande arte moderna ormai incipiente.

Le Storie di Isacco


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Se nella pittura medioevale le dimensioni sono ancora due, con la definizione nella parte bassa delle scene di un piano di supporto su cui le figure poggiano senza peso, inserite in un contesto di vivace cromaticità e decorativismo talvolta grafico e ancora astratto, nel registro superiore delle pareti affrescate all’interno della basilica assisiate appaiono improvvisamente rappresentazioni tridimensionali; lo spazio reale viene riprodotto con piglio rivoluzionario, offrendo allo spettatore un’immagine di forte modernità e dichiarando senza esitazioni il nuovo passo della pittura di figura.

Nella seconda campata della fascia superiore con storie dell’Antico e Nuovo Testamento della Basilica Superiore, le due Storie di Isacco sconvolgono l’ordine fino a quel momento costituito, innovando sia la tecnica d’affresco, resa più attenta e raffinata nel passaggio dalla “pontata” alla “giornata” (con riferimento ai tempi di stesura dello strato di intonaco), sia la visione rappresentativa in sé. Le due scene bibliche presentano i momenti in cui il vecchio Isacco, ormai cieco, dà la sua benedizione a Giacobbe invece che al primogenito Esaù, grazie allo stratagemma di Rebecca, che aveva ricoperto il figlio Giacobbe di pelli per renderlo simile al più villoso fratello maggiore, ingannando così il patriarca. La scena seguente mostra Esaù respinto dal padre.

L’azione si svolge all’interno di una casa descritta con semplicità, quasi una scatola, un contenitore il cui compito è quello di racchiudere la portata enorme di ciò che è qui rappresentato dalla pittura: le figure prendono corpo, peso e gravità, prendono vita insomma; non sono più pure evocazioni bidimensionali e quasi simboliche di antichi personaggi biblici, ma vivono e si muovono sulle pareti. Scrisse Angiola Maria Romanini che in queste due scene «la pittura occidentale recupera lo spazio abitabile perduto con la fine dell’arte classica».


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L’arte, dunque, inganna ancora di più i nostri sensi, potremmo sottolineare, grazie ad un uso sapiente della prospettiva, qui applicata nei singoli dettagli e non solo ricordata – quasi fosse una citazione – negli scorci architettonici. Ogni figura umana ha un peso, un volume e si muove a suo agio nello spazio, lo “abita” per l’appunto, accompagnata dalle sue ombre e oramai del tutto credibile ai nostri occhi.

Una nuova pittura

Ancora non si può individuare un autore certo per questi due dipinti capolavori dell’intero ciclo e la storiografia artistica ha fatto ricorso ad un emblematico “Maestro delle Storie di Isacco”. Senza entrare troppo nella complessa disquisizione critica, si noti che una meteora geniale ha creato dal nulla queste due finestre spazio-temporali da cui, per un momento breve, in Assisi, l’arte moderna si è significativamente affacciata. Si è pensato ad un maestro romano come Jacopo Torriti o Filippo Rusuti, peraltro entrambi presenti nel cantiere di Assisi, oppure Pietro Cavallini, osservando ad esempio la congruità con i suoi mosaici in Santa Maria in Trastevere a Roma.


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Tra gli artisti toscani più celebri dell’epoca è stato a più riprese proposto proprio il giovanissimo Giotto, sul quale restano dubbi anche per quanto riguarda alcuni affreschi del registro inferiore, a lui attribuiti fin da Vasari, o un più anziano maestro di maggiore esperienza, come lo scultore Arnolfo di Cambio, qui in veste di pittore, oppure un altro artista, che a lui si sia ispirato. Si concorda comunque sul fatto che l’autore delle Storie di Isacco sia piuttosto isolato all’interno del ciclo assisiate: come poté infatti trattarsi del medesimo pittore che, poco dopo, realizzò il registro inferiore con le storie di Francesco (secondo alcuni proprio Giotto giovane), in cui sono ancora molteplici le ingenuità stilistiche e prospettiche?

Ed eccoci dunque alle celebri Storie del santo di Assisi: sotto alle scene dell’Antico e Nuovo Testamento, in quasi 30 riquadri nella fascia inferiore sono descritti i momenti cardine della sua vita terrena. Tutte le scene sono racchiuse, come per le citate Storie di Isacco, entro finte architetture, con basamenti e colonnine di separazione; tali motivi ornamentali e divisori conferiscono all’insieme una marcata omogeneità, pur se le singole scene (e talvolta i singoli brani di una scena) sono caratterizzati da innegabili differenze formali, tanto da far supporre mani diverse e una équipe di artisti al lavoro.

Nell’alternanza dei fatti storici con le vicende più personali legate alle azioni virtuose del Santo, i personaggi, i luoghi e gli oggetti sono rappresentati con piglio naturalistico e interpretano con chiarezza l’esperienza mistica, ma anche quella quotidiana di Francesco, con uno stile narrativo molto diretto e comprensibile.

Il ritorno del profilo

Partendo dalla conversione fino all’approvazione della Regola e alla fondazione dell’Ordine, per poi giungere al racconto postumo della canonizzazione e dei miracoli che gli furono attribuiti, la vicenda biografica del Santo è resa con uno stile semplice e narrativo ben distante dalla fissità emblematica delle icone bizantine. Ad esempio, una delle più radicate convenzioni che il ciclo assisiate infrange è quella, fortemente radicata nel Medioevo e fino alla fine del Duecento, di raffigurare frontalmente i personaggi più importanti e autorevoli.

La forza di tale convenzione è dimostrata dall’aver sostituito al tempo di Giustiniano l’ancor più antico e tradizionale profilo sulle monete romane con un ritratto frontale dell’imperatore. Il ciclo francescano ad Assisi inverte a sua volta la tendenza frontale e riporta l’uso del profilo anche per il protagonista della scena, in una rappresentazione del mondo naturale più libera ed espressiva.

Nella decorazione della Basilica Superiore di Assisi la pittura si libera della fissità delle immagini, riappropriandosi gradualmente dello spazio e della tridimensionalità, così come della resa espressiva e psicologica dei personaggi raffigurati. Nasce così quella pittura moderna gestuale, carica di significati non dichiarati a parole, ma trasmessi dai personaggi grazie agli atteggiamenti dei corpi e alle espressioni dei volti. Una pittura in grado di parlare al riguardante e di rimanere impressa indelebilmente nell’animo del fedele al pari di una buona predica e della lettura dei testi sacri: tale è la forza dell’arte, tale è la potenza della novità del racconto figurato sulle pareti della basilica papale di Assisi.

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Questo testo di Michela Gianfranceschi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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