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Foscolo, Saint-Cloud e Santa Croce

Tesori d'Italia27 Giugno 2020
Testo dell'audio

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?”: nonostante lo scetticismo dell’incipit, il carme I sepolcri di Ugo Foscolo resta la massima celebrazione della funzione spirituale, culturale e civile svolta dai cimiteri. Oltre che il commento più efficace al celebre editto napoleonico di Saint-Cloud, che stabilì di esiliare le tombe fuori dalle mura cittadine. Un provvedimento che imponeva insieme un egualitarismo rapidamente tramontato e una separazione tra vivi e morti che invece resterà nelle stimmate della nostra cultura.

L’editto, emanato il 12 giugno 1804, raccolse in un testo unico le precedenti norme, disponendo che i cimiteri fossero costruiti fuori delle mura cittadine, in aree arieggiate e soleggiate adornate da alberi sempreverdi. Le sepolture dovevano essere composte da una lastra di marmo di dimensione unica e sul cancello di entrata si sarebbe dovuto apporre il motto: “La morte è un eterno sonno“. Per chi si era particolarmente distinto in vita una commissione di magistrati poteva decidere se concedere un epitaffio.

Tali norme furono estese in Italia, nel settembre 1806, con l’Editto di Polizia Medica che vietò l’uso delle sepolture nelle chiese. L’editto fu aspramente contestato: Ugo Foscolo, inizialmente favorevole al provvedimento come molti altri letterati contemporanei, si scagliò contro questo editto con il carme Dei Sepolcri.

A fargli mutare posizione, il confronto con Ippolito Pindemonte, che per riaffermare i valori del culto cristiano stava scrivendo il poema I cimiteri. «Per fare ammenda del mio sdegno un po’ troppo politico» scrive Foscolo al suo interlocutore, dedicandogli questa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell’agire umano.


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I Sepolcri si richiamano alla letteratura sepolcrale inglese, genere nel quale si ricordano le Notti di Edward Young, le Meditazioni sulle tombe di James Hervey e la Elegia scritta sopra un cimitero di campagna di Thomas Gray. Foscolo si sofferma sul significato che la tomba viene ad assumere per i vivi: questo non significa che il poeta abbia del tutto abiurato le sue convinzioni materialistiche, ma che cerca di superarle, stabilendo tra i vivi e i defunti una corrispondenza d’amorosi sensi.

Alla vicenda foscoliana si lega quella della Basilica di Santa Croce, nell’omonima piazza a Firenze, una delle più grandi chiese del gotico italiano. Ospita i resti di alcuni dei nostri massimi artisti, letterati e scienziati. Dopo uno sfoltimento, negli anni ‘60 del secolo scorso gran parte delle tombe aristocratiche ottocentesche sono state sistemate in un corridoio sotto la loggetta del Chiostro Grande. Santa Croce arrivò infatti a ospitare 15.000 salme poiché, data la sua fama di custode delle “Urne de’ forti”, la mole di richieste da tutta Italia si fece ingente.

Inizialmente vi trovarono sepoltura solo i notabili fiorentini ma dal 1871 – quando con un’affollatissima cerimonia pubblica vi venne traslato dall’Inghilterra Ugo Foscolo, morto nel 1827, secondo il suo desiderio di essere sepolto accanto ad altri grandi toscani come Michelangelo e Galileo – iniziarono ad arrivare altre salme di celebrità come Gioachino Rossini, Leon Battista Alberti, Vittorio Alfieri, i cui monumenti furono realizzati dai migliori scultori dell’epoca. Anche per Dante fu approntato un grande sepolcro, ma Ravenna si rifiutò di consegnare le spoglie del poeta, morto in esilio.


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Questo testo di Laura Battisti è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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