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Enrico VIII. Da Defensor fidei ad eretico

Storia19 Giugno 2020
Testo dell'audio

Quando, nemmeno diciottenne, Enrico VIII ereditò il trono, l’Inghilterra gioì. Generoso e pio, era anche uno dei principi più colti della Cristianità. Sposò, per amore e non per opportunità politica, Caterina d’Aragona, principessa spagnola decisamente alla sua altezza; insieme aprirono le porte agli umanisti europei e sovvenzionarono generosamente chiese e università.

Ottimo musicista, il re compose, oltre alla ben nota Greensleeves, anche due Messe in cinque parti; alla nascita del primogenito, il sovrano andò a rendere grazie al santuario di Nostra Signora di Walsingham, una delle sue mete preferite insieme a quella di san Tommaso di Canterbury (due santuari, che avrebbe poi distrutto).

Quando, nel 1511, il re di Francia minacciò il Papa di deposizione, Enrico, scandalizzato, aderì con entusiasmo alla Lega Santa che Giulio II costituì contro il francese. Certo non aspettava altro per riprendere la guerra contro il tradizionale nemico; nel suo discorso al Consiglio Privato, però, lanciò tuoni e fulmini contro l’uomo che aveva osato «lacerare la tunica di Cristo, tessuta senza cuciture». Pochi anni dopo dichiarò al Papa di essere pronto per una Crociata, se il Pontefice ne avesse indetta una.

Intanto, nel 1517 scoppiò la bomba luterana. Enrico si sentì subito chiamato in causa e, lì per lì, buttò giù una bozza in difesa del Papato e delle indulgenze. Quando Lutero pubblicò il De captivitate babylonica, Enrico si mise d’impegno e, incoraggiato dal card. Wolsey, ampliò quella bozza, redigendo l’Assertio septem sacramentorum, il primo scritto antiluterano composto da un monarca. Dato alle stampe nel luglio 1521, quando il monaco apostata era già stato scomunicato e dichiarato fuorilegge, il libro ebbe una gran fortuna, con una ventina di edizioni, nel corso del Cinquecento, in tutta Europa. In ottobre un’edizione di lusso fu inviata a Leone X, il quale conferì al re d’Inghilterra il titolo onorifico di Defensor fidei, difensore della fede.


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Il vasto successo fu dovuto proprio al fatto che fosse un’opera piuttosto convenzionale e divulgativa, priva di finezza teologica, opera in cui si ribadiva con forza l’infallibilità del Papa, l’indissolubilità del matrimonio, la terribile gravità dello scisma. Uno degli argomenti contro Lutero si rivelò piuttosto efficace: come mai Dio avrebbe rivelato la verità solo ora e a quell’oscuro monaco tedesco, dopo aver lasciato che la Chiesa vagasse nelle tenebre per duemila anni?

Lutero gli rispose con l’infamante Contra Henricum regem Angliae (1522), in cui, smontando alcune facilonerie di Enrico, lo mise alla berlina davanti all’Europa intera. L’ex-monaco, che certo non è passato alla storia per la raffinatezza dell’eloquio, affermò che quell’incompetente imbrattafogli del re inglese faceva parte dei «porci tomisti» e non era altro che un ipocrita ed un giullare, plebeo e ignorante.

Da questo momento, forse anche più del luteranesimo, Enrico odiò con tutte le sue forze la persona di Lutero. Visto che la questione si faceva seria e intricata, non si abbassò a rispondere all’eresiarca tedesco e delegò il compito ai due migliori apologeti d’Inghilterra, John Fisher e Thomas More, entrambi fini umanisti e suoi amici personali, con i quali s’intratteneva spesso a discettare di teologia, esegesi, astronomia.


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Che avrebbe detto il giovane Enrico se qualcuno gli avesse profetizzato gli anni a venire, rivelandogli ch’egli avrebbe insanguinato la propria famiglia, il proprio Paese, quella Chiesa cui era tanto devoto? Che avrebbe rinnegato l’alleanza imperiale, ripudiato l’amata moglie, distrutto tutte le ottocento case religiose d’Inghilterra, intascandone i proventi? Che avrebbe presto causato la rovina e la morte di Wolsey, Fisher, More e tanti altri, che ora stimava e ammirava? Che, a causa sua, l’Inghilterra sarebbe divenuta protestante, che la confusione dottrinale avrebbe regnato sovrana, che gli inglesi avrebbero poi diffuso quel protestantesimo incerto e multiforme in tutto l’impero?

Certo, Enrico non ci avrebbe creduto. Certo, lo avrebbe ritenuto impossibile. Eppure Enrico VIII si attirò la scomunica, depredò i beni della Chiesa, morì universalmente odiato. Senza, oltretutto, aver ottenuto ciò per cui aveva cominciato a buttare tutto all’aria: una successione solida (lasciò il trono a un bambino di nove anni) e l’amore di Anna Bolena (che fece decapitare dopo soli tre anni di “matrimonio”).

Quanto alla Chiesa scismatica che aveva creato, proibì categoricamente qualsiasi ulteriore cambiamento: la liturgia doveva rimanere in latino e guai a chi dubitasse della Transustanziazione, del celibato sacerdotale o della necessità della confessione auricolare. Ma due anni dopo la morte del re, l’arcivescovo criptoprotestante Thomas Cranmer (lo stesso che aveva illegittimamente annullato il matrimonio con Caterina d’Aragona) diede alle stampe il Book of Common Prayer, con il quale l’Inghilterra entrava ufficialmente a far parte del variopinto caleidoscopio protestante. Peggio di così…


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Questo testo di Elisabetta Sala è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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