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Don Carlo De Ambrogio. Il sacerdote che “disturbava” oggi è servo di Dio

Santi: ritratti di fede16 Febbraio 2020
Testo dell'audio

Il 7 novembre 1979, a Torino, si addormentava nel Signore il servo di Dio don Carlo De Ambrogio. La fama di santità del servo di Dio è andata aumentando di giorno in giorno. L’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, avendo deciso di dare inizio alla sua Causa di beatificazione e di canonizzazione, ha domandato il nulla osta alla Congregazione delle Cause dei Santi, che lo ha concesso il 6 settembre 2019.

Con Editto arcivescovile del 6 febbraio 2020, l’Arcivescovo invita «tutti e i singoli fedeli a trasmettere alla Cancelleria della Curia Metropolitana dell’Arcidiocesi di Torino (Via Val della Torre, 3 – Torino) tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo testimoniare elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio».

Don Carlo De Ambrogio è stato definito uno dei più grandi cantori di Maria. Occupò tutta la sua esistenza per far conoscere, far amare e far pregare la Madonna. Può essere tranquillamente messo in parallelo con san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716) e con lui può ripetere: «Tuus totus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria» («Io sono tutto tuo e tutto ciò che ho ti appartiene, amabile mio Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre»). «Totus tuus» fu il motto del Papa mariano, Giovanni Paolo II. Per tutti e tre la Madre di Gesù è una creatura che può ammaestrare i cristiani di ogni tempo e di ogni spazio, e attraverso di lei giungere nelle braccia della Verità.
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È l’ora della Donna vestita di Sole», disse don Carlo nel maggio del 1978 a Roma, in San Giovanni in Laterano. «È Lei che ci precede e prepara il Regno del Figlio dell’uomo. Come il Battista ha precorso la prima venuta di Gesù e viene chiamato “il testimone della luce”, così Maria adesso precorre e prepara la seconda venuta del Figlio dell’uomo, la più splendida». 

Scrittore, giornalista, teologo, filosofo, musicòfilo… ma, soprattutto, sacerdote, prete sulle orme del Curato d’Ars (1786– 1859). In cima ai pensieri di don Carlo ci sono sempre stati il Sacrificio eucaristico e la Confessione, proprio come san Giovanni Maria Vianney. Questo testimone delle cose future e ultime, amante di san Giovanni e dell’Apocalisse, sosteneva che il prete non solo deve salire all’altare per celebrare l’Eucaristia, ma deve con Gesù e in Gesù diventare sull’altare Ostia offerta al Padre.


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L’immolazione, affermava, è la sofferenza vicaria presa su di noi per salvare i fratelli, perciò vertice dell’amore. La presenza della Madonna si manifestò nella sua vita fin dal principio, nascendo nel giorno della festa dell’Annunciazione. Don Carlo De Ambrogio nacque, infatti, il 25 marzo 1921 ad Arsiero, in provincia di Vicenza. Fin da bambino si sentì chiamato alla vita religiosa. Venne ordinato sacerdote della congregazione salesiana nel 1947. Si laureò in filosofia e lettere nel 1948, perfezionandosi in greco, ebraico e aramaico, la lingua di Gesù. Sacerdote in tutto e per tutto. Uomo delle certezze.

Umile, umilissimo, nonostante la sua alta erudizione. Parlava delle realtà trascendenti come se le avesse viste, frequentate, vissute. Aveva una fede talmente accesa e radicata che quel che diceva, e per come lo diceva, non poteva essere confutato, tanta era la precisione e la credibilità delle sue affermazioni: o lo ascoltavi e di conseguenza ti immergevi automaticamente in una dimensione ultraterrena, oppure lo ignoravi; con don Carlo non si poteva avere un atteggiamento tiepido: non era per tutti, benché paternamente vicino a tutti, perché non assoggettato al relativismo di cui parlerà Benedetto XVI. Il suo dire e intervenire era escatologico, perché già proiettato nelle cose ultime. Spesso, proprio per quella sua fede così adamantina e sicura, chi veniva in contatto con lui ne rimaneva affascinato e talmente coinvolto da non poterlo più dimenticare e quasi sempre ritornava al suo confessionale. 

Portava con sé sempre la Bibbia di Gerusalemme tascabile, in lingua francese e diceva, convinto: «il Vangelo è iterativo: si ripete nella nostra vita», infatti riconosceva nelle vicende umane, proprie e altrui, le tracce visibili delle risposte date da Gesù attraverso il racconto degli evangelisti. Vivere il Vangelo alla lettera, «sine glossa», e poi annunciarlo era il suo modo di essere. Insegnò all’Istituto salesiano di Pordenone. Poi, dal 1956 al 1971, venne chiamato a Torino per dirigere la rivista salesiana «Meridiano 12». Trascorreva ore ed ore al confessionale e guidava gli esercizi spirituali degli istituti religiosi femminili e dei monasteri di clausura.


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Nel 1975 diede vita al Movimento ecclesiale, eucaristico e mariano Gam (Gioventù Ardente Mariana). Per le sue attività evangelizzatrici, lontane da una Chiesa desiderosa di “modernità” che vedeva nel Concilio Vaticano II l’opportunità di seguire il mondo, rinunciando a guidarlo secondo la dottrina di sempre, don Carlo, fatto di Cielo e che trasmetteva il Cielo con estrema concretezza (la concretezza tipica dei mistici), venne allontanato dalla congregazione salesiana perché causa di “disturbo”. La diocesi di Torino non lo accolse, perciò nel 1977 venne incardinato dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Corrado Ursi. 

L’umile per eccellenza, sosteneva che l’umiltà è già adorazione, cioè rispetto per l’Infinito che abita in noi. A volte qualcuno lo scherniva per il suo zelo, il suo anelito a Maria Vergine e il suo fervore religioso; si sentiva dire: «Oh, guarda qua, è arrivato “Ave Mamma”», tuttavia don Carlo non si scomponeva e, anzi, ringraziava come se avesse ricevuto un complimento positivo. Con il grazie affrontava gli aggressivi, non lasciando altro spazio alle loro incomprensioni. Era grato sempre con tutti, anche senza ricevere nulla, la sua frase consueta era: «Grazie, perché esiste». Con la sua disarmante semplicità, bloccava chi lo attaccava a riguardo dei Cenacoli (momenti di intensa preghiera) quelli del Gam, che ideò e organizzò al fine di evangelizzare e innamorare le anime al Paradiso a cui le creature umane sono destinate, e dopo aver ascoltato le critiche e le polemiche animate e poco rispettose, con il suo volto, dove si rifletteva pace e serenità, affermava: «La Mamma Celeste penserà Lei… l’Opera è sua». 

In don Carlo colpivano la luminosità, la limpidezza, la soavità. Vederlo, avvicinarlo, rischiarava, dilatava l’anima, avvolgendo la persona di calore e di luce. Tutto nobilitava, innalzando al bello e al vero. Una volta, al termine di un Cenacolo Gam che si tenne in San Marco a Venezia, il patriarca Albino Luciani, che diventerà Giovanni Paolo I, si congratulò con lui personalmente e lo invitò in Vescovado per prendere un caffè. I due uomini di Dio parlarono a lungo insieme e il futuro Papa rimase toccato dalla spiritualità di don Carlo, con il quale aveva due lati in comune: la dolcezza e la fermezza, ovvero la maternità e la paternità. 


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Le sofferenze che subì a causa della sua fedeltà a Cristo, fino a dover vivere scelte drastiche, furono la croce del suo martirio, patito in nome della Fede e della missione a cui era stato chiamato: salvare le anime evangelizzandole e riconducendole alla sana dottrina e alla giusta devozione. Intelligente, perspicace e intuitivo, era padrone delle lingue antiche e delle lingue moderne. Leggeva moltissimo, amava i libri e divorava riviste e giornali, era abbonato non solo a quelli italiani, ma anche a quelli esteri. Fortemente unito alla Trinità, nutriva un amore profondo per la Madonna e possedeva un’attenzione vivissima per l’angelo custode. In lui riscontriamo ciò che affermò san Tommaso, il dottore angelico: «Quanto più lo spirito si libera dai legami della carne e dei sensi, tanto più esso sarà aperto alle ispirazioni degli angeli». Viveva una cristiana predilezione per le persone consacrate e per i giovani e possedeva un rispetto profondo per ogni singola persona. Diceva sempre: «Ogni anima è un mistero, Dio non si ripete mai: ogni persona è per Lui come l’unica al mondo». 

Il suo pensiero collimava con quello di Gesù: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» e invitava a risolvere tutto e soltanto con la Parola del Signore. Anzi, quando spiegava, come risulta dalle sue prediche e dai suoi libri o articoli, utilizzava le parole delle Sacre Scritture. Non esisteva la sua interpretazione, bensì rivelava la Parola mediante la Parola: uno dei pochi teologi-mistici della storia della Chiesa, vissuto in un’epoca in cui la teologia era diventata più scienza, più sociologia che trattazione sul divino. Con la creazione del Gam per la prima volta nella storia della Chiesa i giovani venivano chiamati all’evangelizzazione. «Il nostro compito», affermava don Carlo ai suoi amatissimi ragazzi, «è di trasformare in Cielo l’esistenza degli altri». 

Don Carlo, che richiamava in molti aspetti, soprattutto da un punto di vista pedagogico, don Giovanni Bosco, fu protagonista di autentiche conversioni. Nei penitenziari si strappavano i manifesti e la stampa pornografia per lasciare il posto ai poster mariani, come ha potuto attestare padre Ruggero Cipolla dei Frati Minori, cappellano della carceri di Torino per 45 anni. Ebbe carismi e doni mistici, come la preveggenza e la lettura dei cuori. Più giovani, dopo la sua morte, lo videro presente nei Cenacoli. Aveva parlato loro, con gioia e lode, delle meraviglie del creato e dell’Increato, cioè di Dio, e aveva trasfuso la nostalgia del Cielo in anni in cui ad esso si era sostituita l’elaborazione materiale del pensiero; pure nelle chiese era diventato difficile sentire parlare di Paradiso, di Purgatorio e di Inferno.

I problemi esistenziali si erano spostati soltanto più sul livello orizzontale e la verticalità spirituale era stata rimossa come un vecchio vestito da riporre nell’armadio, costituendo, in pratica, una religione dell’uomo, posto al centro, in una sorta di autodeificazione. Dio veniva messo da parte per dare spazio all’esperienza personale, cercando di risolvere i problemi terreni non più con lo sguardo rivolto verso l’alto, ma concentrato alle dinamiche del mondo. Don Carlo De Ambrogio morì a Torino il 7 novembre 1979, povero e circondato dai giovani. Era arrivato dal Veneto sulle strade di Torino per approdare poi a tutte le più importanti città italiane, da Nord a Sud, come un raggio di luce divina: aveva utilizzato il linguaggio del patrimonio custodito dalla Chiesa di Pietro, l’insegnamento di duemila anni, e non quello dei teologi in voga. Aveva glorificato Dio sulla terra, compiendo l’annuncio della Parola nel tempo, vivendo con la semplicità dei piccoli e parlando alle coscienze.

Diceva e continua a dire il servo di Dio don Carlo, degno figlio di san Giovanni Bosco: «Avanti, con coraggio, per il Regno di Dio! I vostri nomi sono scritti nel Cielo».

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