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Domine, libera nos

Liturgia30 Aprile 2020
Testo dell'audio

Nelle giornate di tristezza e di penitenza l’Alleluia viene sostituito dal Tractus. Questo termine non si riferisce al contenuto, ma piuttosto designa l’espressione musicale, la maniera di cantarlo. Il modo dell’esecuzione, caratterizzato dalla parola (tractim = “in un tratto”), consiste nel cantare tutti i versi senza ritornello e senza l’alternanza di due cori. Il termine Tractus, in senso stretto, indica il pezzo d’inizio che precede un’antifona, alla quale seguono i versi più o meno numerosi.

Liturgisti medioevali hanno considerato il Tractus come melodia penitenziale e canto funebre. Non si può tuttavia confermare questo punto di vista perché “né il momento liturgico in cui è cantato, né il testo che enuncia il contenuto, e tantomeno la melodia che accompagna il testo” fanno di lui un canto triste. Il Tractus può anche risuonare “talvolta triste e subito dopo festoso” (Amalarius), cosicché esso sta in una certa contrapposizione al giubilo dell’Alleluia e quindi in armonia con il carattere penitenziale dell’anno liturgico. Anche se il testo e la melodia sono elaborati con un tono festoso, il Tractus – fedele alla sua indole – conserva sempre una serietà calma e misurata. Con esso possediamo ancora un residuo del vasto canto salmodico originale.

Quando s’intona il Tractus pare di sentire la venerabile voce della Chiesa dei tempi antichi, e ci si sente interiormente commossi dalla solenne severità della melodia. Perciò proviamo un senso di santa tristezza penitenziale nell’udire il Tractus cantato senza mutar le voci: in tal modo si presta bene anche ad ammonirci ricordandoci l’espiazione e la penitenza. Per questo motivo nel rito quaresimale il Tractus ha sostituito l’Alleluia giubilante, e da lungo tempo è divenuto l’elemento caratteristico. Esso appare solamente nei giorni che sono dedicati particolarmente alla meditazione, agli esercizi di preghiera e mortificazione, alle opere di penitenza, a implorare la divina grazia e misericordia.

Ciò che in questi giorni di tristezza e di penitenza il lugubre colore paonazzo dei paramenti rappresenta per l’occhio, il commovente canto del Tractus dev’essere per l’orecchio: un segno di tristezza penitenziale. Il Tractus è la continuazione o il prolungamento del Graduale e si armonizza perciò con esso nel contenuto. Ben presto si sviluppa in una serena espressione di elevata, grande speranza e di fiducioso sentimento spirituale; poi segue la supplica, l’implorazione, il gemito di chi è oberato di afflizione, sofferenza e pentimento, col cuore traboccante di amore verso Dio

Il testo è preso sempre dalla Sacra Scrittura, ed è attinto soprattutto dal libro dei Salmi; sovente sono aggiunti versetti biblici combinati liberamente; rarissimi sono invece testi d’origine ecclesiastica, parziale o completa. Talvolta più lungo, altre volte più corto, esso comprende – con poche eccezioni – sempre due versi; per tre volte (il primo giorno di Quaresima, Domenica delle Palme e Venerdì Santo) comprende quasi un intero Salmo. Non tutti i giorni in cui non si canta l’Alleluia vi è un Tractus: questo, infatti, serve soprattutto a contraddistinguere i periodi di austera penitenza dagli altri giorni, o a rendere l’impronta festosa di certe Messe consona allo spirito quaresimale. Il massimo giorno di lutto – Venerdì Santo – ha un doppio Tractus, mentre di solito ve n’è uno solo.

Lunedì, mercoledì e venerdì di Quaresima erano in tempi antichi giornate di eccezionale penitenza: perciò veniva espressamente prescritto per i penitenti pubblici (ad eccezione del mercoledì della Settimana Santa) il seguente Tractus.

O Signore, non retribuirci
secondo i nostri peccati,
né secondo le nostre iniquità.

O Signore, non ricordarti
delle nostre vecchie colpe: ci venga presto
in aiuto la Tua pietà; perché siamo
al colmo dei mali.

Soccorrici, o Dio nostro salvatore,
per l’onore del Tuo Nome; liberaci
e perdonaci i nostri peccati; per amor
del Tuo Nome.

Questo Tractus è un’implorazione insistente per chiedere misericordia, perdono dei peccati ed elargizione dell’aiuto della grazia per la perseveranza di una vita virtuosa. Essendo peccatori “abbiamo amato la vanità e seguito la falsità”, abbandonando la sorgente di acqua viva e scavando pozzi bucati: così siamo divenuti “miserabili al di là di ogni misura” a causa del peccato. E noi sentiamo e riconosciamo questo nostro stato: curvi per il sentimento di colpa e addolorati nel pentimento, ma in piedi per la speranza, imploriamo Dio, chiedendo la misericordia che sempre prevale sulla Sua severa giustizia, e imploriamo la remissione dei peccati che abbiamo commesso, come anche una protezione clemente da futuri peccati.

Quanto chiediamo, non lo chiediamo per i nostri meriti, ma “in onore del Nome Divino” affinché Esso sia glorificato e lodato. Per rendere la nostra implorazione e preghiera più insistente, ci genuflettiamo come segno di profonda umiltà e piena contrizione. Quando, dopo Settuagesima, viene celebrata la Messa votiva dello Spirito Santo, si canta il seguente canto tra l’Epistola – che tratta dell’unzione dello Spirito Santo tramite il sacramento della Cresima – e il Vangelo che, per bocca del Signore, contiene la promessa dello Spirito Santo.

Beata la nazione
il cui Dio è il Signore; il popolo che
Egli si è scelto come Suo retaggio.

Con la Parola del Signore
furono creati i cieli e col Soffio della
Sua bocca tutto il loro ornamento.
Mandi il Tuo Spirito
e sono creati, rinnovi la faccia della
Terra.

O com’è dolce e soave,
Signore, il Tuo Spirito in noi!
Vieni, o Santo
Spirito, invadi nell’intimo il cuore dei
Tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco
del Tuo amore.

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