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Domenica tra l’Ottava del Corpus Domini 

Omelie di un domenicano per l'anno liturgico19 Giugno 2022
Testo dell'audio

Un uomo preparò una grande cena, e invitò molti.

Possiamo supporre che questo passo del Vangelo sia stato scelto per oggi poiché si adatta bene all’Ottava del Corpus Domini. E ciò è vero, ma la scelta è stata fatta dallo Spirito Santo, non da un uomo. Infatti, questo passo del Vangelo, con la sua parabola della grande cena, già si leggeva la seconda domenica dopo Pentecoste, prima che la festa del Corpus Domini fosse istituita. Lo Spirito Santo, che guida la Chiesa, aveva previsto che sarebbe stata istituita la festa del Corpus Domini, e perciò – prim’ancora che accadesse – fece sì che questo passo del vangelo si leggesse oggi. Anche se non fossimo nell’Ottava, questa parabola della grande cena ci farebbe di certo pensare alla Santa Eucaristia; quanto più oggi che questa chiesa è ancora decorata per la festa.

Un uomo preparò una grande cena, e invitò molti. In queste poche parole è sintetizzato il sapiente e amoroso piano di Dio per il genere umano. Con le parole “un uomo” possiamo intendere la Sapienza di Dio. Nell’Antico Testamento, Sapienza è un nome con cui si designa la seconda Persona della Santissima Trinità. Domenica scorsa, vedemmo come, nel Libro dei Proverbi, il Figlio parla di Sé stesso come della “sapienza”, e dice che Egli era col Padre, deliziandosi alla Sua presenza, quando il mondo fu creato. Ma già alla creazione del mondo era stato decretato che l’eterna Sapienza, un giorno, Si sarebbe incarnata, cioè sarebbe divenuta “un uomo”, un uomo tra gli altri sulla terra, nostro Signore Gesù Cristo. 

Egli preparò una grande cena, e invitò molti. In tutto l’Antico Testamento ci sono profezie di questa cena. Isaia predice che quando il Signore distruggerà la morte, preparerà per tutti i popoli, sul Suo santo monte, “un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6). Zaccaria profetizza “il frumento degli eletti”, che egli definisce come il bene e la bellezza di Dio (Zc 9,17). Nel libro dei Proverbi, la Sapienza stessa dice che ha costruito una casa con sette colonne e imbandito una tavola, ed ha mandato i suoi messaggeri a proclamare sui punti più alti della città: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato” (Prv 9,1-2,5). In tutto l’Antico Testamento, Dio promette il cibo e la bevanda con cui Si unirà all’uomo. 

In tal modo, Dio promise di riparare il danno fatto dalla caduta (dei nostri progenitori), che aveva distrutto la relazione nuziale tra Dio e il genere umano. Prima del peccato originale, l’albero della vita stava nel giardino dell’Eden. Quest’albero produceva un frutto misterioso con cui i nostri progenitori avrebbero potuto rimanere nella loro felice condizione, vivendo sempre alla presenza di Dio. Ma dopo la caduta, prima che il nuovo cibo (di vita) fosse dato all’umanità – quel cibo che ci avrebbe permesso di vivere di nuovo in amicizia col nostro Creatore – era necessario che si offrisse un sacrificio. 

Anche questa verità, cioè che ci fosse dato il nuovo cibo attraverso un sacrificio, è profetizzata nell’Antico Testamento. Nel libro dei Proverbi, si dice della Sapienza che Ha immolato le sue vittime (Prv 9,2). Solo dopo questo, Essa manda i messaggeri a chiamare i figli della città a mangiare il suo pane e bere il suo vino. Così pure in tutti i sacrifici dell’Antica Legge, la vittima doveva essere offerta a Dio prima che il popolo potesse mangiarne. 

È così anche per questa nostra festa. La Santa Eucaristia ci è data in virtù della morte di Cristo sulla Croce. La Croce è divenuta per noi l’albero della vita, e l’Eucaristia è il suo frutto.

Questo cibo è definito una cena. Forse ciò è dovuto al fatto che il Signore istituì la Santa Eucarestia la sera del Giovedì Santo. Forse anche perché questo cibo è dato solo a noi che viviamo – come dice l’apostolo San Giovanni –  “negli ultimi giorni”, cioè nell’ultima età del mondo. San Cirillo di Alessandria dice: “In questi ultimi tempi, come al tramonto del mondo, il Figlio di Dio ha brillato su di noi e, sopportando per noi la morte, ci ha dato il Suo Corpo in cibo”. O forse anche perché Gesù istituì questo sacramento alla fine della Sua vita. Come cantiamo nell’Inno delle Lodi: Verbum supernum prodiens/Nec Patris linquens dexteram. Ad opus suum exiens/Venit ad vitae vesperam. “Il Verbo discendendo dal cielo, ma senza lasciare la destra del Padre, per compiere l’opera Sua, giunse alla sera della Sua vita”. Dunque, il cibo che Egli allora ci diede è chiamato una grande cena. 

Ma non appena furono mandati gli inviti per la cena, subito ciascun invitato iniziò a spiegare perché non poteva venire. Il Vangelo dice: Tutti cominciarono senz’altro a scusarsi. E a me sembra che queste scuse siano strane. Un uomo vuole vedere il suo podere, un altro i suoi buoi. Queste sono cose che possono aspettare, non sono urgenti. Un altro (invitato) dice che non può venire perché ha preso moglie, come se l’essere sposato fosse una ragione per non andare ad una grande cena! Ma se gli uomini vogliono spiegare a Dio le ragioni per cui i Suoi piani non sono adatti a loro, come possono le loro scuse non essere ridicole? Dio è la Sapienza stessa, e perciò diventiamo ridicoli quando cerchiamo di migliorare i Suoi piani. 

Le persone (descritte) in questa parabola simbolizzano coloro che resistono alle parole della Sapienza che dice: Venite, mangiate il mio pane; cioè coloro che resistono all’invito del Signore a trovarLo nella Santa Eucaristia. Dio offre loro qualcosa di molto più delizioso di quanto possano ottenere con i loro sforzi, ma essi trovano troppo duro abbandonare i loro piani, semplicemente perché sono loro. 

Forse possiamo vedere in queste tre scuse, i tre ostacoli che impediscono alla gente di credere nella Santa Eucaristia e che impediscono ai Cattolici di apprezzarla di più. Il primo uomo vuole andare a visitare il suo podere. Sant’Agostino pensa che ciò rappresenti il peccato di orgoglio. Possedere la terra significa avere dominio, e l’orgoglio consiste nel volere dominare e non essere dominati. Fu questo il peccato del primo uomo, non solo nella parabola ma nella realtà; Adamo scelse di non essere dominato dal comando di Dio. Dio ci ha dato allora la Santa Eucaristia come rimedio all’orgoglio: dobbiamo, per così dire, umiliare la nostra intelligenza prima di confessare che Gesù Cristo è veramente presente sotto le apparenze del pane e del vino, benché non ne capiamo il modo. 

Il secondo uomo della parabola dice: Ho comperato cinque paia di buoi e ora vado a trovarli: abbimi per scusato, te ne prego. Il numero di cinque nella Scrittura è spesso un riferimento ai cinque sensi del corpo. I nostri sensi sono doni di Dio, ma ci permettono di raggiungere solo l’esterno delle cose. La Santa Eucaristia è allora un rimedio anche contro la tendenza della natura umana a vivere per le cose di questo mondo, e contro la curiosità che si interessa troppo di ciò che può essere visto, udito e toccato. Nel Santissimo Sacramento, il Signore Si offre a noi interamente, ma in un modo che supera i nostri sensi corporei. Dobbiamo allora lasciare riposare i cinque buoi (cioè, i cinque sensi), per poter godere della grande cena. 

Il terzo uomo, come abbiamo visto, dice: Ho preso moglie, perciò non posso venire. Sant’Ambrogio pensava che ciò si riferisse all’eresia che tiene il popolo lontano dalla Santa Eucaristia: diceva, infatti, che l’eresia è come una moglie irascibile. Forse possiamo vedervi anche un simbolo dell’amore umano disordinato. Il Santissimo Sacramento ci è dato come rimedio anche per questo. Se i cattolici capissero che hanno l’amore di Gesù che li attende in questo Sacramento, e quando vanno a farGli visita nel tabernacolo, non contrarrebbero facilmente amicizie dannose per le loro anime. 

Nella parabola, coloro che accettano l’invito sono i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. Sono spesso le persone che non sono in grado di fare grandi cose in questo mondo le più pronte ad accogliere l’amore di Dio. San Paolo dice qualcosa di simile ai Corinti: Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili (1 Cor 1,26). Coloro che sono deboli hanno meno tentazioni di preferire i propri piani all’invito di Dio. Ecco perché il Signore dice Beati i poveri. Ciò ci fornisce una ragione speciale per pregare per quei cattolici che appartengono alle categorie menzionate da San Paolo, cioè coloro che sono sapienti secondo la carne, i potenti e i nobili. Essi sono in gran pericolo di essere esclusi sia dalla grande cena in questo mondo sia dalla festa di nozze della vita eterna. 

Ma alla fine, benché alcuni vengano alla cena, non sono abbastanza per riempire la casa del padrone. L’amore di Cristo per l’umanità non può accontentarsi, mentre tante persone ignorano ciò che Egli offre loro nel Santissimo Sacramento. Sicuramente quando Egli guarda l’umanità, e vede persone che cercano di essere felici in tanti modi, Egli dice a molti ciò che disse una volta alla donna samaritana: Se tu conoscessi il dono di Dio. Allora ordinò al servo di uscire per le strade e le siepi e di costringerli ad entrare. La città, in questa parabola, significa la città di Dio, cioè la Chiesa cattolica. Perciò, coloro che sono lungo le strade e le siepi esterne della città rappresentano coloro che sono fuori della Chiesa, come gli ebrei e i pagani.  Dobbiamo costringerli ad entrare.  Come? Non con la forza fisica; anche se fosse possibile, Dio non lo permette. Ma con la forza del buon esempio, con la forza della ragione, con la forza della preghiera. Cristo è morto per tutti: la Santa Eucaristia è offerta a tutti. In questa Ottava del Corpus Domini, possano molte persone cominciare ad ascoltare la Sua voce.

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