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Dio, Sommo Bene dell’uomo

Teologia Morale03 Gennaio 2023
Testo dell'audio

 

Nelle scorse puntate abbiamo passato in rassegna le diverse tipologie di beni e ne abbiamo visto la finitezza, motivo per cui nessuno di essi può assurgere al ruolo di “sommo bene” o “fine ultimo” dell’uomo. Finora abbiamo proceduto per via negativa, dicendo cosa non è sommo bene. Ma ora dobbiamo mostrare, per via positiva, cos’è il sommo bene per l’uomo, mostrando come esso coincide con Dio al quale l’uomo aspira con tutte le forze della sua anima. Questo noi dobbiamo innanzi tutto stabilire per vie positive, mostrando che il possesso di Dio è per l’uomo la condizione necessaria della sua perfezione e della sua felicità. Ci chiederemo in seguito se questa condizione necessaria sia anche una condizione sufficiente.

 

LA CONDIZIONE NECESSARIA DELLA FELICITÀ – Possiamo provare che Dio è la condizione necessaria della perfezione e della felicità dell’uomo, mediante due serie di argomentazioni, di cui una, generale, parte dal concetto di Dio come fine universale, e l’altra parte dalla natura razionale dell’uomo.

 

  1. a) Il Bene assoluto e il Fine universale. Dalla teodicea sappiamo che Dio, principio primo di tutto ciò che è, è come tale fine ultimo assoluto di tutta la creazione; il che significa che tutto l’essere creato tende ad assimilarsi a Dio. Questa assimilazione avviene secondo il grado e secondo il modo propri alle differenti nature ed è tanto più perfetta (relativamente) quanto più le nature sono spirituali. Ne segue non solamente che è per l’intelligenza che l’uomo si avvicina di più a Dio, Intellezione sussistente, ma ancora che l’uomo non può mai arrestare lo slancio del suo desiderio in alcun fine intermediario finito, perché egli conosce Dio mediante la sua ragione come Fine universale e come Causa prima delle sue aspirazioni alla perfezione e alla felicità.

 

Si può precisare ancor di più il senso della finalità universale. Tutte le cose sono orientate verso Dio, come verso il loro fine ultimo assoluto. Tuttavia, questo orientamento e l’assimilazione a Dio, che ne è il termine, non sono forse ordinati a qualche cosa di ulteriore? Se essi fossero un termine assolutamente ultimo, Dio diventerebbe un mezzo per le creature: il che è impossibile. Il possesso di Dio e la beatitudine dell’uomo sono dunque ordinati ad un fine ulteriore, il quale è necessariamente il fine di tutta la creazione, cioè la gloria di Dio. Infatti Dio, Atto Puro supremo e indipendente, crea liberamente, non per indigenza, ma per sovrabbondanza d’amore, in vista di far partecipi alla sua propria perfezione, sia materialmente (per l’essere che ricevono), sia formalmente (per la conoscenza e l’amore) quegli enti che egli chiama all’esistenza. Questi enti non gli aggiungono nulla, perché non dipendono che da lui, ma gli devono procurare quella gloria estrinseca che è il fine ultimo di Dio in quanto creatore.

Il fine ultimo dell’uomo è dunque, oggettivamente, Dio e l’assimilazione a Dio; ma, formalmente, è gloria di Dio, che l’uomo attua perfettamente divenendo simile a Dio e per questo supremamente felice. È evidente così che la finalità individuale, che ordina l’uomo alla beatitudine, assume tutto il suo significato e il suo valore se è situata nella trama continua della finalità universale, che unisce l’universo a Dio come al suo fine ultimo e l’ordina integralmente alla gloria del suo Creatore.

 

  1. b) La perfezione dell’ente razionale. Dobbiamo considerare come sommo bene dell’uomo l’oggetto senza del quale le potenze proprie dell’uomo, l’intelligenza e la volontà,  non possono trovare la loro perfetta tranquillità. Dio, e solo Dio è un tal oggetto. Infatti l’intelligenza, in virtù della sua natura fondamentale, cerca di conoscere le cause ed i princìpi primi di tutto ciò che è, elevandosi progressivamente verso le cause più generali. È evidente che questo movimento non può trovare il suo termine ultimo che nella conoscenza della causa prima universale, che è Dio.

Si può rilevare anche che l’intelligenza e la volontà hanno una capacità illimitata: sono in realtà determinate dal vero e dal bene universale, di cui posseggono il desiderio innato. Ora, il vero e il bene assoluti non si possono, per definizione, trovare fuori di Dio, che è, per essenza, Verità e Bontà. Dio solo può dunque essere il Sommo Bene dell’uomo e l’oggetto che, posseduto, gli procurerà la felicità perfetta a cui aspira.

Si noterà ancora che il fine ultimo dell’uomo deve consistere solo nella sua operazione più perfetta, perché il bene di ogni natura, per definizione, consiste nell’atto proprio di questa natura. Ora l’atto proprio dell’uomo in quanto uomo non è d’ordine vegetativo e sensibile, ma d’ordine intellettuale (conoscenza e volontà). Di più: l’atto stesso dell’intelligenza è tanto più perfetto quanto più il suo oggetto è intelligibile. Ora, l’oggetto più alto e più intelligibile che possa avere l’intelligenza umana è Dio. La contemplazione di Dio è dunque necessariamente, sempre da questo punto di vista, il fine ultimo dell’uomo.

 

LA CONDIZIONE SUFFICIENTE DELLA FELICITÀ – Se Dio è il bene supremo dell’uomo, ne consegue che il fine ultimo dell’uomo non può essere che la conoscenza e l’amore di Dio. Ma di quale conoscenza si tratta? ARISTOTELE parla di una contemplazione di Dio come causa prima del divenire universale, senza giungere ad affermare che questa conoscenza razionale basti assolutamente a procurare all’uomo la felicità perfetta. Sorge qui un problema: di fatto, l’uomo può essere perfettamente felice? Le condizioni assolute della sua felicità sono effettivamente attuabili?

 

  1. a) Il fine ultimo naturale. Se ci si pone dal punto di vista puramente astratto e ipotetico d’una natura umana pura, la felicità e il bene perfetto dell’uomo saranno conseguiti dalla conoscenza più perfetta di Dio che si possa avere per via della ragione discorsiva, perché per natura, l’uomo non è un’intelligenza intuitiva, ma una ragione che si sviluppa nell’ombra dell’intelligenza. Questa conoscenza, di cui possiamo avere un’idea con l’esercizio della nostra stessa ragione applicata a conoscere Dio con i suoi propri lumi, sarebbe (nell’altra vita) quella che noi acquistiamo intorno a Dio come causa prima e fine universale attraverso l’analogia con le creature, ma sviluppata e resa più contemplativa, pur senza mai oltrepassare il livello dell’analogia né, per conseguenza, penetrare o desiderare di penetrare l’essenza pura di Dio, quale è in se stessa.

 

Non bisogna confondere il desiderio di conoscere la Causa prima in se stessa col desiderio della visione beatifica. È ben vero che questi due desideri sono materialmente identici, ma essi sono formalmente distinti. In realtà, il desiderio di conoscere la Causa prima in se stessa lascia completamente indeterminata la maniera in cui può attuarsi una tale conoscenza, laddove il desiderio della visione beatifica implica la fede in Dio la quale rivela che egli può divenire formalmente, per la sua propria essenza, il termine dell’intelligenza ed essere così conosciuto faccia a faccia, tal quale Egli è in se stesso.

Non si può dubitare che la conoscenza naturale di Dio, seguita da un amore ardente, che in  una natura integra sarebbe consistito nell’amare Dio al di sopra di tutte le cose, non sia realmente principio di una felicità altissima. E non di meno è un fatto che questa felicità non è perfetta e non colma assolutamente le aspirazioni dell’anima umana. Le soddisfa nella misura in cui queste procedono da una ragione (perché, in quanto tali, ottengono con la conoscenza analogica di Dio tutto ciò che la ragione può desiderare), ma non in quanto procedono anche, e più profondamente, da una intelligenza, aperta, come tale, all’essere in tutta la sua ampiezza. Vi è in realtà nell’intelligenza un’ambizione, profondamente radicata nella sua natura, di tutto conoscere, la quale, seguita fino in fondo, condurrebbe l’uomo a desiderare di conoscere la Causa prima, non più solamente mediante i suoi effetti e per analogia con questi, ma ancora tal quale è in sé. Questo desiderio, che deriva dalla natura medesima dell’intelligenza, al di fuori della Rivelazione, non può essere nell’uomo che spontaneo, irriflesso, istintivo e deve apparire alla riflessione soltanto come condizionale ed inefficace, anche se naturale («io vorrei, se fosse possibile…»), perché supera evidentemente le possibilità reali della natura razionale, lasciata a se stessa.

 

  1. b) Il fine ultimo soprannaturale. Dalla Rivelazione cristiana sappiamo che il desiderio dell’intelligenza di vedere Dio tal quale è in sé, per sé condizionale ed inefficace, è divenuto non condizionale in quanto la grazia l’ha perfezionato per mezzo di un desiderio soprannaturale. La beatitudine assoluta può essere ottenuta dall’uomo e consisterà essenzialmente nella visione intuitiva di Dio, per la quale l’anima, la cui intelligenza sarà stata corroborata dal lume di gloria, contemplerà faccia a faccia l’essenza di Dio e parteciperà così alla vita della Trinità.

La felicità naturale non è dunque per l’uomo che una felicità teorica e fittizia. Sarebbe consistita, nello stato di pura natura, nella conoscenza razionale di Dio. Nello stato soprannaturale, che è di fatto quello di tutta l’umanità, la felicità puramente naturale non esiste, o più esattamente, il fine ultimo naturale dell’uomo non è realmente abolito, ma attuato in misura sovrabbondante dal fine soprannaturale, che si può perciò considerare come la più generosa manifestazione dell’amore di Dio, amore assolutamente gratuito, ed anche come il supremo compimento della natura umana, al di là di tutto ciò che l’uomo non  potrebbe esigere o anche soltanto desiderare se non oscuramente ed inefficacemente.

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