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Consacrati al Sacro Cuore di Gesù

Religione04 Ottobre 2018
Testo dell'audio

L’ultima domenica del mese di ottobre, secondo il calendario tradizionale, la Liturgia celebra la festa di Cristo Re. La data mobile, scelta dallo stesso Papa che ha istituito la festa ovvero Pio XI, è stata individuata in quanto prossima alla solennità di tutti i Santi, che del Re Eterno costituiscono l’eletta corte.

La Signoria di Cristo nell’anno

L’anno liturgico celebra già la regalità di Cristo in altre occasioni: l’Epifania, per esempio, altro non è che il manifestarsi a tutte le genti di Cristo come Dio, Re e Redentore. Altre feste, come quella del Sacro Cuore di Gesù, richiamano la signoria di Cristo sulle genti e sui cuori. Ma l’istituzione di una celebrazione votata ad esaltare precipuamente l’aspetto regale di Cristo fu voluta da Pio XI per contrastare una vera e propria pestilenza ideologica, che, ieri come oggi, va sotto il nome di laicismo. In tale festa, per volontà del medesimo Pontefice, si rinnova la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù, affinché Egli solo abbia a regnare sulle intelligenze, sui cuori e sulle volontà di tutte le genti.

Il soave giogo di Cristo

I testi delle antifone e delle preghiere della Messa del giorno ben riassumono l’insegnamento della Chiesa sulla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Del resto, nella Liturgia si prega quello che si professa come Verità. L’antifona ad introitum apre il sacro rito, proiettando la regalità di Cristo nel cielo, circondato dall’onore perpetuo tributatoGli dalle schiere dei Santi e dei Martiri: quella gloria che gli uomini, redenti dal Sangue prezioso dell’Agnello immolato, hanno il dovere di esprimere già qui sulla terra, con una retta condotta di vita e con il pubblico rispetto nei confronti della Chiesa e della Religione Cattolica.

Il testo, giustamente tratto dal libro dell’Apocalisse (Ap 5, 12; 1, 6), così recita: “L’Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui la gloria e il potere nei secoli dei secoli”.

Quest’ultimo aspetto, quello del dovere di sottomettere corpo e anima al soave giogo di Cristo, è ribadito con efficacia nell’orazione colletta: Cristo, costituito Re universale a motivo dell’unione ipostatica e della sua immolazione sulla Croce, possiede un diritto costitutivo ad essere adorato da tutte le genti ferite dal peccato.

Eterno è il Suo potere

L’epistola, tratta dalla lettera di s. Paolo ai Colossesi (1, 12-20), ricorda bene come Dio Padre abbia costituito Cristo Re e Signore, principio della nuova creazione e Capo del suo Corpo, la Chiesa. Il graduale e il versetto alleluiatico riprendono testi profeticamente orientati a esprimere la sovranità eterna e universale di Gesù Cristo su tutti gli uomini e le creature, secondo le parole del Salmo 71, 8. 11 («Egli dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alle estremità della terra. / E lo adoreranno tutti i re della terra: e tutte le nazioni lo serviranno») e da Daniele 7, 14 («Eterno è il suo potere, che non gli sarà mai tolto, ed eterno il suo regno, che non andrà mai distrutto»).

Il Vangelo (Gv 18, 33-37) riporta il dialogo tra Gesù e Pilato che evidenzia il carattere spirituale e al tempo stesso assoluto della regalità del Messia, la sua origine ab aeterno e il suo fine. I medesimi accenti presenti nei canti interlezionali ritornano nelle antifone all’offertorio (Salmo 2, 8) e alla comunione (Salmo 28, 10-11).

Quei doni che solo Lui può concedere

La secreta super oblata – la preghiera sulle offerte – esplicita al meglio il contenuto della colletta e a questo scopo orienta il divino Sacrificio: poiché sull’altare è ancora lo stesso Signore Gesù a immolarsi sacramentalmente per la salvezza del mondo, ecco che si prega perché questo Sacrificio, in cui Cristo è unitamente Sacerdote e vittima, propizi quei doni che solo Lui può concedere, cioè l’unità del genere umano e la pace. Se questi due preziosi doni si cercano lontano o senza Gesù Cristo, sembra dire la presente orazione, si sbaglia strada e si apre il cammino a un banale quanto instabile pacifismo o irenismo fondato solo sul compromesso.

“Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; Tu fa’ che lo Stesso che offriamo col presente sacrificio conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesú Cristo tuo Figlio e Signore nostro”.

Da ultimo, il postcommunio, quasi come una grande costruzione ad anello, ci ricolloca nel Paradiso, come nell’antifona all’inizio della Messa. Questa volta, però, non più come visione, ma come speranza del fedele che, dopo aver militato sotto il vessillo della Croce, anela a vivere e regnare col suo Signore nell’eternità beata. “Dopo aver ricevuto questo alimento d’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché quanti ci gloriamo di combattere sotto le insegne del Cristo Re, possiamo regnare per sempre nella celeste dimora con Lui”.

Questo, in fondo, compendia benissimo il fine dell’esistenza di ogni uomo, che, lo sappia o no, è fatto per vedere Dio, perché da Dio proviene. Certamente, a tal fine, è necessità di mezzo l’appartenenza alla Chiesa Cattolica e la professione della vera Fede (almeno col desiderio), alla diffusione delle quali è chiamato ogni buon “soldato di Cristo”, con la preghiera, con le parole e con le opere, ciascuno secondo il proprio stato. Tutto il senso della festa trova mirabile sintesi teologica nel bel prefazio composto appositamente per questa solennità, che si fa meditazione, sprone e speranza.

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Tu con olio di esultanza
hai consacrato Sacerdote eterno
e Re dell’universo il tuo unico Figlio,
Gesù Cristo nostro Signore.
Egli, sacrificando se stesso
immacolata vittima di pace sull’altare della Croce,
operò il mistero dell’umana redenzione;
assoggettate al suo potere tutte le creature,
offrì alla tua maestà infinita il regno eterno e universale:
regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia,
regno di giustizia, di amore e di pace.

 

Questo testo di don Marino Neri è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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