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Confermati in grazia

Catechesi06 Aprile 2020
Testo dell'audio

A chi domanda se insieme a tanto dolore può esservi gioia e conforto in Purgatorio, risponderemmo volentieri col Poeta, rapito dal canto di Casella. Lo mio Maestro, ed io, e quella gente ch’eran con lui, parevan sì contenti com’a nessun toccasse altro la mente. (Purg., II, 115, segg.).

Se il solo canto di Casella bastava a ricolmar di gioia le anime dei trapassati, condannate alle pene del Purgatorio, cosa dovremmo dire di altri e assai più forti motivi che quelle anime hanno di rallegrarsi? Gli autori che trattano del Purgatorio si dividono in due schiere, a seconda del modo sotto cui considerano quel carcere di dolore. Gli uni, dominati dall’idea di allontanare gli uomini dal peccato spaventandoli, hanno insistito sul rigore dei castighi mostrandoceli simili in tutto a quelli dell’Inferno, salvo la disperazione dell’anima e la eternità delle pene; gli altri, più sensibili dal lato morale, si sono occupati specialmente dei sentimenti dai quali son dominate quelle anime in mezzo alle loro indicibili sofferenze, e sotto questo rapporto dimostrano tutto esser luce in quel baratro del dolore. Tuttavia, non potendo concludere da tutto ciò che fra gli autori vi sia contraddizione, per formarsi un’idea esatta di quel regno del dolore, bisogna considerarlo contemporaneamente sotto ambedue i rapporti, facendo la sintesi di essi e trattandoli insieme esaurientemente. Noi abbiamo già parlato a lungo delle pene, ora rimane a trattare delle gioie del Purgatorio.

La prima gioia di quelle anime è di sentirsi confermate in grazia, e quindi sicure della loro eterna salute e nella felice impotenza di più peccare, mentre per un’anima veramente cristiana, finché vive su questa terra, non v’è croce più pesante che l’incertezza della sua eterna sorte. Angosciosa incertezza, che amareggia la vita quaggiù, e fa sospirare il giorno in cui – a Dio piacendo – sarà dissipata, mentre contemporaneamente fa temere quel giorno, che può rappresentare il principio di una tremenda certezza!

Quando noi in una meravigliosa notte stellata solleviamo gli occhi alla volta celeste che, secondo l’espressione del Salmista, non è che lo sgabello del trono di Dio, e pensiamo che oltre quegli spazi senza limiti vi è il trono del Signore, il soggiorno di Gesù, della Vergine e dei Santi, e che là dovrebb’essere il nostro posto assegnatoci fin dal giorno del battesimo, e là dovremo un giorno vivere eternamente felici con Dio e co’ suoi Santi, sentiamo sollevarci lo spirito e il povero nostro cuore struggersi dal desiderio e dall’amore; ma mentre pregustiamo di quelle gioie, ecco una voce che dall’intimo della coscienza ci grida che forse non arriveremo lassù, che forse non saremo fedeli in tutta la nostra vita, forse non persevereremo nel bene e quindi demeriteremo quel gran premio? Oh! come allora il cuore ci si stringe e quanta amarezza proviamo in mezzo a questo dubbio!

Allora la nostra mente scende ad investigare la coscienza, e scoprendo tanti falli che commettiamo ogni giorno per quella tendenza malvagia, che è insita nell’uomo, siamo costretti a dubitare della nostra sorte futura, e dire che se arriveremo a salvarci sarà solo in grazia della misericordia infinita di Dio. Per le anime purganti invece la cosa va ben diversamente: per loro tutto è finito e finito felicemente. Sanno di scontare la pena dei peccati passati, sanno che non peccheranno mai più, hanno la certezza che il loro avvenire è assicurato e che, spente un giorno quelle fiamme espiatrici, incomincerà per loro l’eterna beatitudine. Questa gioia vera e sublime deve compensare largamente tutte le pene di quel carcere, e diremo col P. Faber, che vorremmo occupare uno degli ultimi posti in quel soggiorno di sicurezza, piuttosto che fruire di tutti i godimenti incerti e fallaci di questo mondo.

La storia della Chiesa di Polonia ci fornisce un episodio di cui alcuni particolari comprovano quanto stiamo asserendo. Nell’anno 1070 era vescovo di Cracovia San Stanislao, contro il quale il principe Boleslao aveva mosso un’accanita persecuzione. Fra l’altro l’iniquo principe riuscì ad eccitare contro il santo Vescovo gli eredi di un certo Pietro Milés, che era morto tre anni prima lasciando una delle sue terre alla Chiesa. Codesti eredi, sicuri dell’appoggio del Re, intentarono un processo al Santo, e avendo subornato o intimidito i testimoni, ottennero che Stanislao fosse condannato alla restituzione del terreno.

Il Santo vedendosi mancare la giustizia degli uomini si appellò allora fiduciosamente a quella di Dio, e fatta sospendere la condanna, promise che avrebbe fatto comparire come testimonio il defunto testatore che da tre anni giaceva nella tomba. Infatti, dopo tre giorni di digiuni e di supplicazioni, il santo Vescovo recatosi con tutto il clero sulla tomba di Pietro Milés, ordinò che venisse aperta; ma rinvenute, come era da prevedersi, solo poche ossa, fra un mucchio di polvere, gli avversari ne gioivano tenendosi sicuri della vittoria, quand’ecco il Santo ordinare al cadavere di sorgere in nome di Colui che è risurrezione e vita.

Ad un tratto quelle ossa si avvicinarono, si riunirono, si ricoprirono di carne, e al cospetto della moltitudine stupita fu veduto il morto, tenendosi per mano al Vescovo, andare dinanzi a Boleslao e certificare la verità della fatta donazione, confondendo in tal modo quei malvagi che si credevano già sicuri del trionfo. Ma quel che più si affà al nostro argomento è la seguente circostanza.

Quando Pietro Milés ebbe fatto la sua deposizione, avendogli domandato S. Stanislao se preferisse di ritornar nella tomba o di vivere ancor qualche anno in questa terra, rispose che sebbene a cagione de’ suoi numerosi peccati si trovasse in Purgatorio, dove molto soffriva, amava meglio di tornare a morire piuttostochè restare in una vita così miserabile, nella quale potrebbe sempre correr pericolo di dannarsi eternamente. Indi implorate le preghiere del santo Vescovo onde più presto potesse esser libero da quel carcere, e ricondotto processionalmente alla sepoltura, il suo corpo ritornò nello stato primiero. Questo esempio mostra come un’anima, anche dopo avere sperimentato i supplizi del Purgatorio, preferisce questi all’incertezza in cui siamo di salvarci finché viviamo su questa terra.

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