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“A Gesù per Maria”

Storia05 Giugno 2020
Testo dell'audio

“A Gesù per Maria”. Questo il motto cui fu sempre fedele nel corso della sua esistenza il venerabile don Placido Baccher (1781-1851). Definito l’“Apostolo dell’Immacolata”, è noto a Napoli per la diffusione del culto della “sua” Madonnina, che si venera nell’antica Basilica pontificia del Gesù Vecchio, nel centro antico della città. Si tratta di una piccola statua in legno realizzata da un valido artista popolare napoletano, Nicola Ingaldi; le dimensione sono ridotte, ma la creazione artistica è vivacemente colorata, seguendo le indicazioni dello stesso don Placido, che volle la statua dell’Immacolata, così come l’aveva sognata una notte di tanti anni prima, nel buio di una cella…

Già, perché don Placido, non ancora sacerdote, aveva sofferto la prigione: vi era stato molti anni prima, nel 1799, durante la rivoluzione giacobina che aveva instaurato a Napoli la cosiddetta Repubblica Partenopea. La famiglia di don Placido (che era l’ultimo di sette fratelli), infatti, era rimasta fedele al Re, Ferdinando IV di Borbone, ed aveva aderito ad una società realista che tentava di riportare sul Trono il legittimo sovrano.

Accadde che il fratello di don Placido, Gerardo Baccher, consegnò ad una sua amica, la famosa Luisa Sanfelice, un salvacondotto che la avrebbe messa al riparo da eventuali ritorsioni dei legittimisti. Costei, di costumi non irreprensibili, fece pervenire il salvacondotto ad un suo amante, di fatto denunziando i Baccher che vennero tutti arrestati.

Gerardo e un altro fratello, Gennaro, vennero fucilati l’ultimo giorno di esistenza della sanguinaria Repubblica Partenopea (durò soli sei mesi, ma i suoi tribunali, emuli di quelli del “Terrore” parigino, mandarono a morte una media di dieci persone al giorno), nonostante l’esercito del cardinale Ruffo premesse alle porte di Napoli e la flotta inglese di Nelson impedisse i rifornimenti dal mare. Con disumana crudeltà, i prigionieri furono più volte condotti sul luogo dell’esecuzione e quindi di nuovo in cella prima di essere realmente fucilati, per torturarli con la speranza di una grazia. Il padre e due altri fratelli si salvarono solo perché, essendo stata rimandata di un giorno la loro esecuzione, le truppe lealiste del Cardinal Ruffo conquistarono la città e liberarono i prigionieri.


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Miracolosa la liberazione dalle carceri giacobine: la Madonna gli appare e lo esorta a sperare; il giorno dopo, poco prima della fucilazione, viene invitato a tornare a casa da un giudice: appena uscito, lo stesso giudice si accorge della sua assenza e ordina la sua esecuzione immediata, ma è troppo tardi. Dal canto suo, il giovane Placido (aveva solo 18 anni) passò in cella 70 giorni di sofferenze e umiliazioni da parte dei carcerieri; questi gli avevano tolto ogni oggetto personale, lasciandogli solamente il rosario.

La notte di un venerdì ebbe un sogno celestiale: la Vergine gli apparve e lo esortò a diffondere per Napoli la propria devozione. Il risveglio, ancora nelle carceri del Castel Capuano, fu traumatico, ma nel corso della giornata avvenne un miracolo: portato nella Cappella dei condannati a morte e quindi di fronte alla Commissione rivoluzionaria che doveva leggergli la sentenza, sentì dirsi da un giudice – visibilmente commosso dal suo aspetto umile e pacifico – che poteva andare.

Si parla di miracolo perché di lì a poco lo stesso giudice notò la sua assenza e comandò di rintracciarlo per eseguire immediatamente la fucilazione. Varie sono le traversie che accompagnarono le ore successive di Placido: egli riuscì a sfuggire alla cattura calandosi in un pozzo, sopravvisse a una grave ferita alla testa procuratosi nella fuga, venne addirittura arrestato per errore dai sanfedisti che lo scambiarono per un giacobino, ma finalmente fu riconosciuto dal cardinal Ruffo, il quale ordinò che venisse accompagnato sotto scorta alla propria abitazione.


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Passata la bufera rivoluzionaria, Placido Baccher, che era già terziario domenicano, sentì rinforzarsi la propria vocazione e nel 1802 vestì l’abito talare frequentando e studiando da esterno prima presso la Congregazione sacerdotale di S. Maria Regina Apostolorum (dove aveva studiato S. Alfonso Maria de’ Liguori), poi presso il collegio di S. Tommaso.

Completati gli studi venne ordinato sacerdote il 30 maggio del 1806, celebrando la prima Messa nella chiesa di S. Lucia al Monte, ai piedi del Santuario dell’Immacolata fatto erigere dalla venerabile suor Orsola Benincasa. Una chiesa che gli stava a cuore, poiché fin da ragazzo vi seguiva la madre ogni sabato: un santuario che la venerabile aveva edificato alle falde del Castel S. Elmo, quasi a proteggere dall’alto la città.

Erano gli anni del dominio napoleonico: Giuseppe Bonaparte era diventato Re di Napoli, ed era ripresa certa politica anticlericale. Mentre venivano incarcerati molti partigiani dei Borbone (lo stesso padre di don Placido, Vincenzo, finì nel terribile carcere piemontese di Finestrelle, una sorta di “Siberia” nostrana), si procedeva alla soppressione di 12 conventi e 26 monasteri nella sola Napoli, veniva espulso l’arcivescovo (che non aveva voluto giurare fedeltà al Napoleonide).


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In questa situazione drammatica don Placido comprese l’importanza della propria missione: tener viva la devozione per l’Immacolata. Prese immediatamente a fare apostolato in alcune chiese napoletane, instaurando la pratica dei raduni del sabato per recarsi alla chiesa dell’Immacolata; quando poi venne nominato, nel 1811, rettore della Chiesa del SS. Salvatore, conosciuta anche come chiesa del Gesù Vecchio (i gesuiti ne avevano costruita poco distante un’altra, magnifica, chiamata del Gesù Nuovo), don Placido si profuse per trasformarla in un fervido centro di devozione mariana.

Quindi don Placido investì ogni sforzo (e anche ogni sostanza personale) per realizzare il ripristino e la riapertura del tempio. Fedele al suo motto “A Gesù per Maria”, fu ardente zelatore del Rosario, da lui considerato arma validissima di apostolato; promosse il culto eucaristico, esortando i fedeli alla Comunione; favorì il culto dei santi gesuiti, primi fondatori della chiesa, in particolare di san Luigi Gonzaga, che aveva abitato lì dal 1586 al 1587; fece costruire l’organo per rendere più solenni le funzioni religiose, riportò al loro splendore i marmi, i bronzi, le suppellettili, gli arredi sacri e le panche, avendo ben compreso l’importanza della bellezza per elevare lo spirito. Malgrado tutto, però, a don Placido la chiesa sembrava una reggia senza regina: fu allora che ebbe l’idea di porre sull’altare maggiore la statua dell’Immacolata, la “Madonnina di don Placido”.

Il culto che si instaurò nel Gesù Vecchio per la Vergine si diffuse per tutta Napoli e folle di fedeli affollavano la chiesa per le cerimonie del sabato, per la Novena e per la festa dell’Immacolata Concezione, particolarmente cara a Napoli ed alla dinastia borbonica (la colonna dell’Immacolata di Piazza di Spagna a Roma venne fatta costruire per volontà ed a spese del sovrano napoletano).

Don Placido pose la candidatura della “sua”statua non senza esitazione, in quanto mancava il requisito dell’antichità. Il “processo” si tenne a Roma e lo stesso Papa Leone XII appoggiò la proposta della chiesa napoletana: il 30 dicembre 1826 avvenne la solenne incoronazione della piccola “Madonnina” alla presenza della famiglia reale, della corte e delle principali autorità: nelle strade adiacenti vennero schierati alcuni reparti dell’esercito, mentre i cannoni di Castel S. Elmo e Castel Nuovo sparavano a festa.

Quel successo rappresentò per don Placido la gioia più grande: considerandosi un semplice prete, umile e penitente, non beveva mai liquori o vini, digiunava tutti i sabati con solo pane e acqua, quando il confessore l’obbligò a cibarsi, il suo pasto si componeva di dodici fagioli o 15 ceci; portava sotto la veste talare il cilicio e spesso si flagellava. Ricevette varie onorificenze che non ostentò mai; venne nominato Cavaliere di Malta e mise le sue insegne al collo della Madonnina del suo Oratorio privato; rifiutò un vescovado nel Regno delle Due Sicilie e la nomina a canonico della cattedrale per dedicarsi anima e corpo all’Immacolata ed al suo culto.

Nel 1836, l’anno del colera , fu in primo piano nell’organizzare i soccorsi alla popolazione, non solo con digiuni personali, voti e preghiere, ma anche correndo da un capo all’altro della città, organizzando squadre di soccorso, raccolta e distribuzione di biancheria, indumenti e medicine. Al termine del morbo i parrocchiani del Gesù offrirono alla statua della Madonna il raggio d’argento che tuttora la circonda. Nel 1849 Pio IX, scacciato dalla Repubblica Romana ed accolto trionfalmente nel Regno delle Due Sicilie, visitando Napoli si trattenne presso la chiesa del Gesù Nuovo, vi celebrò messa e pregò in ginocchio presso la statua dell’altare: quindi dichiarò di mettersi sotto la protezione di Maria Immacolata.

In quel periodo ebbe più volte occasione di ricevere don Baccher in udienza privata e si ritiene che l’impulso a proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione sia nato proprio durante la visita al Gesù Vecchio ed i colloqui con don Placido. Ma l’anziano sacerdote napoletano non avrebbe potuto assistere alla solenne proclamazione del dogma, avvenuto nel 1854: morì infatti il 19 ottobre 1851, dopo una breve malattia, e come da suo desiderio venne tumulato dietro l’altare maggiore della basilica. La causa per la sua beatificazione fu introdotta il 12 maggio 1909 e il 27 febbraio 1944 si ebbe il decreto sull’eroicità delle virtù e il titolo di Venerabile.

 

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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