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L’epopea di San Daniele Comboni, apostolo dell’Africa

Storia06 Marzo 2020
Testo dell'audio

Un genocidio dimenticato

Gli immensi spazi di quello un tempo noto genericamente come l’Africa Centrale sono in gran parte occupati oggi dal Sudan, il più esteso Paese africano e anche uno dei più tormentati. A parte i flagelli naturali come le siccità e le carestie che di volta in volta inesorabilmente lo colpiscono, il Sudan è stato teatro di una sanguinosa guerra endemica che oppone il governo arabo islamico alle sue popolazioni nere e nomadi.

Pochi sembrano ricordare che il Sudan è dal 1989 un Paese a direzione fondamentalista islamica, guidato dal Fronte Nazionale Islamico. Questo governo, che per un lungo tempo ha permesso a Bin Laden di risiedere nel Paese e di organizzare oculatamente la rete di Al Qaeda, ha cercato di imporre la sharia islamica ai popoli meridionali dei neri nilotici, in maggioranza cristiani e animisti.

Secondo alcune fonti, il tentativo sarebbe costato la vita a due milioni di persone, un vero e proprio genocidio! Negli ultimi anni, le “attenzioni” del governo si sono spostate verso l’occidente del Paese, producendo l’immane tragedia del Darfur con 180.000 morti. Paradossalmente il Sudan siede nella Commissione dei Diritti Umani all’Onu!


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Sudan: Paese affascinante

Il Sudan è tuttavia un Paese che ha affascinato l’umanità da almeno duecento anni, con i suoi esploratori del Nilo nell’epoca romantica, con i racconti di Verne e Salgari, con le grandi imprese dei missionari. Vicino geograficamente all’Europa, agli albori del secolo XIX esso era quasi completamente sconosciuto, allorché le lontane Americhe e l’Australia erano state percorse da cima a fondo dall’uomo europeo.


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Due ragioni principali spiegano questo fatto: la prima fu la barriera che costituì l’Islam in tutto il nord Africa a qualsiasi esplorazione verso il sud del continente. La seconda era l’idea che il clima dell’entroterra africano non era ritenuto sopportabile all’uomo bianco, cosa che, per le condizioni e conoscenze scientifiche del tempo, non si allontanava affatto dalla realtà.

 

La Provvidenza suscita un apostolo dell’Africa


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In quel movimentato e avventuroso secolo XIX, il Sudan sarà anche lo scenario dell’epopea dell’evangelizzazione cristiana che ebbe come massimo suo protagonista il veronese Daniele Comboni, figura da sempre nota soprattutto in ambienti missionari, ma la cui immensa statura spirituale meritava il riconoscimento universale conferitogli con la canonizzazione dell’ottobre 2003.

Infatti, nella storia missionaria della Chiesa e sulla traccia aperta dall’Apostolo delle Genti, mons. Comboni forse è solo paragonabile a un San Francesco Saverio e a pochissimi altri evangelizzatori.

Figure come la sua vengono suscitate dallo Spirito Santo quando la barca lasciata da Gesù Cristo per navigare su questa Terra nell’adempimento del mandato di evangelizzare tutti i popoli, sembra rallentare la sua marcia, come se fosse entrata in una secca, con le acque che ristagnano sotto la chiglia e il vento che smette di soffiare sul velame. La secca dove si era andata ad arenare la barca, in questo caso, era lo spegnimento dello spirito missionario, in specie quello rivolto all’Africa.

Per risvegliarlo, ci voleva un uomo dal cuore focoso e dall’amore smisurato per l’immagine e la somiglianza di Dio riflesse nei neri africani. Questo uomo la Provvidenza lo ebbe in San Daniele Comboni.

 

San Daniele Comboni

A 17 anni egli giura che vivrà e morirà per l’Africa, in fedeltà alla sua vocazione di portare Gesù Cristo alla amatissima Nigrizia e, infatti, fino al suo spegnersi appena cinquantenne a Khartoum, in preda ai deliri febbrili della malaria, questa torcia di Cristo non finirà di ardere e di illuminare la strada ai missionari ed ai nativi. Ma questa è la fine (o forse solo l’inizio?) di una storia straordinaria che narrare tutta occuperebbe interi volumi.

Per dirla brevemente, Comboni può essere ritenuto il fondatore della Chiesa in tutta una vasta parte del continente nero. Non perché sia stato il primo a provarci, ma perché arrivò più lontano e fu più sistematico e geniale di chiunque altro sia andato da quelle parti in quel tempo, lasciando alla posterità un opera e un metodo missionari senza pari, ma non prima di avere sacrificato la vita all’ideale che lo consumava.

E questo avvenne quando la tragedia di quei popoli giunse al suo culmine, dopo secoli di maltrattamenti, di umiliazioni, di degrado, a volte ad opera degli islamici del nord, a volte ad opera delle guerre intertribali e, certo, a volte anche ad opera dell’uomo evangelizzato e civilizzato, ma già allora in una certa misura apostata.

Non è il caso di approfondire qui la storia dello schiavismo o quella del disprezzo per le popolazioni nere. Basti dire che i missionari portoghesi nel XVI secolo, animati da tutt’altro spirito, erano riusciti a convertire il re del Congo che ebbe un figlio arrivato a protonotario apostolico.

Ma questo animus autenticamente cattolico andò spegnendosi anche nelle nazioni un tempo più fedeli alla Chiesa per dare passo a quello sfrenato spirito di commercio che portò le nazioni sviluppate ad abusare della debolezza degli africani, rendendoli schiavi a milioni.

 

Lo schiavismo degli africani

Lo schiavismo dell’Africa fu iniziato dagli islamici che la invasero nel VII secolo ma non fu ritenuto sempre repellente dai figli dell’umanesimo neopagano europeo e, in particolare, da molti protestanti. Alle domande che si faceva sull’eventuale bisogno di evangelizzazione dei neri, la teologia calvinista si rispondeva che non era necessario giacché essi costituivano un terzo segmento fra il regno puramente animale e l’umanità.

Di conseguenza, l’Olanda si diede corpo ed anima alla cattura degli schiavi nelle coste dell’Africa e, in questo, come abbiamo detto, fu seguita anche da nazioni cattoliche. Con un disprezzo dei neri che non fa che crescere davanti all’oggettivo imbruttimento delle condizioni di vita in Africa, si arriva al secolo di Comboni.

 

Rigenerare l’Africa con l’Africa

Convinto profondamente che il mandato divino di andare ad evangelizzare tutti i popoli riguardasse anche gli africani di colore, Comboni, dopo una prima visita in Africa, e accuratissimi studi e contatti con gli studiosi e i conoscitori dell’Africa, va costruendo gradualmente nella sua mente – fino a concepirlo completamente nel 1864, durante une cerimonia nella basilica di S. Pietro nel triduo per la beatificazione di S. Margherita Maria Alacocque, la confidente del Sacro Cuore – un grande e geniale piano di “rigenerazione dell’Africa con l’Africa”.

L’idea del grande progetto gli diviene totalmente chiara. Era quanto ci voleva per superare la situazione per cui «il dono della redenzione di Cristo, il cui simbolo è il Cuore trafitto dal quale è nata la Chiesa, non era ancora visibilmente giunto ai popoli neri dell’Africa». Dopodichè scriverà senza sosta per 60 ore di seguito questo grande progetto.

Il “piano” rivela che egli è il primo missionario che vede chiaramente che non basta convertire alcuni africani, civilizzarli in Europa per poi farli tornare in Africa ad evangelizzare a loro volta i conterranei. Ciò non serviva per un esteso disegno di evangelizzazione dell’Africa, come l’esperienza del resto aveva dimostrato, ma al massimo poteva funzionare in qualche caso eccezionale.

Egli invece crede che bisogna costruire una civiltà in Africa con gli africani e per gli africani. Man mano che la vita civile si ordinerà e si svilupperà, si creeranno le condizioni per la diffusione del Vangelo. Questa civiltà, nell’idea di Comboni, dovrà avere le caratteristiche oggettive e universali che contraddistinguono ogni civiltà in ogni epoca, e che in specie hanno segnato quella europea, ma dovrà tenere conto anche delle specificità africano, cioè, proprio di quella parte del piano creativo divino che è riflesso nelle loro anime.

 

Uomo di talenti e di intraprendenza incommensurabili

Ma sarebbe sbagliato immaginare Comboni solo come un mistico che ha ricevuto una sorta di visione privata lanciandosi di seguito in una grande avventura più o meno temeraria. Se la grazia ricevuta in S. Pietro è realissima, non lo è meno il fatto che egli, nei 14 anni che separano il suo primo viaggio esplorativo dal suo ritorno definitivo in Africa, ha tempestato di incontri e rapporti la Curia Romana, si è presentato in tutte le opere missionarie dell’Europa ad esporre le sue idee; con insolita intraprendenza e carisma, ha racimolato quanti soldi ha potuto trovare per la sua impresa, ha incontrato i massimi e più famosi esploratori dell’epoca, i re e gli imperatori, ha studiato quanto gli è venuto alle mani sull’Africa, diventandone uno dei massimi intenditori del suo tempo.

Così ha potuto costruire sia un metodo di evangelizzazione efficace che una “tecnica” per superare, nei limiti del possibile, la più grande difficoltà naturale finora trovata, l’adattamento al clima africano, il quale non aveva risparmiato praticamente nessuno degli europei che avevano tentato avvicinarsi alle sorgenti del Nilo.

Ha fondato un solido istituto per la formazione dei suoi missionari a Verona, e solo quando questa struttura di tutto rispetto era fiorente, è tornato a “morire sulla Croce” che da sempre lo aspettava, attraversando migliaia di chilometri a dorso di cammello o in battelli alle prese con la cataratte del Nilo, dormendo sulla sabbia o nelle boscaglie infestate da serpenti velenosi, da animali feroci, da insetti nocivi di ogni tipo e dimensione.

 

La “riduzione” di Malbes nel Kordofan

Da sempre fervente ammiratore della Compagnia di Gesù, Comboni prenderà a modello le “riduzioni” dei gesuiti nel Paraguay. Cioè, quell’avvio di civiltà cristiana aborigene tentato nell’America meridionale e che, dopo una notevole riuscita, fu soffocato dalla persecuzione di stampo illuministico contro la Compagnia.

A El Obeid, egli crea la sua prima “riduzione”, il villaggio di Malbes, costituito da giovani uomini e donne africani istruiti da suoi missionari alle coltivazioni agricole più sofisticate, all’artigianato, ai lavori domestici, e che in seguito, sposandosi fra di loro, daranno origine a famiglie monogamiche libere rispetto all’ambiente islamico circostante, che già allora andava crescendo nella intolleranza contro i cristiani.

 

La prima tempesta fondamentalista sul Sudan

Poco dopo la morte di Comboni, la tempesta si abbatterà sul Sudan con quella grande fiammata del fondamentalismo islamico conosciuta come ribellione mahdista. I mahdisti, che prenderanno possesso del Paese per più di tre lustri, fra le tante cose che distruggono nelle città catturate, riducono a ruderi il villaggio di Malbes. A Khratoum profanano la sua tomba e disperdono i suoi resti mortali. Sembrerebbe la fine di tutto.

Qualcuno ha dato dell’ingenuo a Mons. Comboni per non avere previsto che ciò poteva succedere. In realtà, nelle lettere di Mons. Comboni si sente continuamente una preoccupazione sull’influenza crescente di un islamismo fanatico a scapito non solo delle missioni religiose, ma anche a scapito delle autorità islamiche moderate dell’Egitto e della Turchia che, alla condizione di non fare proselitismo fra i musulmani, avevano non solo tollerato ma anche molte volte favorito le missioni cattoliche, nella speranza che queste fossero portatrici di civiltà fra i pagani.

Anche per questo motivo preme per portare quanto prima la fede cristiana ai popoli ancora pagani. In realtà, Mons. Comboni, come ogni santo è un uomo pieno di spirito soprannaturale, e seminerà pensando ad una raccolta che avverrà oltre le tormente che potranno abbattersi sul campo da lui coltivato.

 

I frutti del lavoro di Mons. Comboni

Un altro tratto caratteristico di Mons. Comboni fu il suo ardente desiderio di non disperdere le forze nel gigantesco progetto della missione africana. Nel suo piano, egli la voleva autenticamente cattolica, universale, coordinata da Propaganda Fide, dove ogni spirito autenticamente zelante per la causa dell’evangelizzazione, da qualsiasi provenienza religiosa o del clero secolare, venisse utilizzato appieno.

Davanti agli immensi bisogni dell’Africa, non capiva una missione francescana, o camilliana, o gesuita, ma neppure comboniana. Si opponeva anche con termini duri allo spirito di campanilismo delle congregazioni. Tanto meno voleva sapere di una missione francese, austriaca, italiana.

Per salvare la Nigrizia ci voleva un grande sforzo comune, ma dovette arrendersi al fatto che i campanilismi e gli interessi delle potenze prevalsero. Le due congregazioni religiose che oggi fioriscono all’insegna del suo nome, i missionari comboniani e le pie suore della Nigrizia, seppur con storie gloriose, non corrispondono alla idea iniziale del suo piano. Ma l’opera di Mons. Comboni, che prima della morte era stato nominato vicario dell’Africa Centrale e vescovo, ha svelato per la missiologia cattolica un nuovo ed efficace metodo di evangelizzare l’Africa centrale.

Grandi anime come la sudanese Santa Bakita sono gli effetti di questo immenso zelo apostolico per l’Africa centrale, dove oggi risiede una cristianità solida, ma, qua e là, specialmente nel Sudan, ancora tragicamente esposta al fondamentalismo islamico.

 

Questo testo di Juan Miguel Montes è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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