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Storia di un paese mitteleuropeo

Storia18 Settembre 2020
Testo dell'audio

Per parlare della storia della Slovenia dobbiamo distinguere tra quella del suo territorio, corrispondente alla parte meridionale dell’antica Pannonia, a quella orientale dell’Istria e a quella settentrionale della Dalmazia, e quella dei suoi abitanti, gli Sloveni, che vi giunsero solo nel VI secolo d.C.
I Romani, che conquistarono il territorio, allora abitato da numerose tribù celtiche, alla fine del II secolo a.C. lo divisero tra le regioni “Venetia et Histria” ad occidente e la Pannonia ad oriente, mentre al centro si trovava il Norico, attualmente austriaco nella parte settentrionale e sloveno in quella meridionale. Questo territorio, accogliente e fertile, era strategicamente importante per il passaggio dall’Est Europa nella penisola italiana: si ricordano soprattutto le battaglie della Sava (388 d.C.) e della Bora (394), in cui l’Imperatore Teodosio I sconfisse prima Magno Massimo e poi Flavio Eugenio, due usurpatori.

Alla caduta dell’Impero Romano la zona fu inglobata nel regno di Odoacre prima e poi in quello ostrogoto, mentre circa un secolo dopo iniziarono a giungere le tribù slave da cui gli attuali Sloveni sostanzialmente discendono. Esse tentarono anche di spingersi più ad ovest, varcando le Alpi, autorizzate dai Franchi che nel frattempo erano divenuti i dominatori in Italia, ma furono fermati dagli Istriani, che tramite Fortunato da Trieste, Patriarca di Grado, si rivolsero ai missi dominici di Carlo Magno, ottenendo che, almeno momentaneamente, il Carso venisse epurato dagli Sloveni, tra l’altro pagani e persecutori dei cristiani.

Nel Medioevo, anche le regioni della Carniola e Stiria, dove le tribù degli Sloveni si erano definitivamente stabilite, entrarono a far parte del Sacro Romano Impero e poi dell’Impero di Austria e Ungheria, dove sarebbero rimaste fino al termine della Prima Guerra Mondiale, quando fu creato il Regno di Iugoslavia, termine che significa “Terra degli Slavi del Sud”. All’interno delle vicende imperiali, la zona – che non era, va ripetuto, un’unità territoriale autonoma e ben definita – subì alcune vicissitudini: come alla fine del XII secolo, quando Carniola e Stiria furono sottomesse da Ottocaro I di Boemia, per poi essere riconquistate dagli Asburgo in seguito alla battaglia di Marchfeld (1278).

Tra tanti rivolgimenti politici, se non è subito chiaro il territorio degli Sloveni, in compenso è ben definita la loro lingua: attorno all’Anno Mille vengono redatti i quattro fogli conosciuti come “Manoscritti” o “Monumenti” di Frisinga, i più antichi testi conosciuti in una lingua slava con i caratteri dell’alfabeto latino. Come tante testimonianze della cultura del passato, anch’essi sono di carattere religioso: si tratta, infatti, d’istruzioni di carattere generale riguardanti la confessione; di uno schema per i sermoni sul peccato e la penitenza; infine di formule per la confessione individuale. Durante la Rivoluzione Protestante la regione rimase saldamente ancorata al Cattolicesimo: punto di forza della fedeltà al Papato furono i numerosi monasteri che erano sorti dal Trecento in poi e i Tabor, le chiese fortificate create nel Quattro e Cinquecento per difendersi dalle continue incursioni turche.


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La presenza di focolai protestanti, che soffiavano anche sullo scontento dei contadini, suscitando numerose rivolte (da ricordare almeno quelle del 1515 e del 1573, ma continuarono per altri due secoli), aiutò il risveglio nazionale: nel Cinquecento venne stampata la prima traduzione in sloveno del Nuovo e dell’Antico Testamento e la prima grammatica della lingua slovena; mentre nel 1797 avrebbe visto la luce il primo giornale in sloveno. L’equiparazione aristocrazia = Tedeschi stranieri fu uno degli elementi su cui si basò il movimento di risveglio nazionale sloveno, che si buttò tra le braccia dei “liberatori” francesi, salvo diventare semplicemente una provincia dell’impero napoleonico, peraltro ben più distante dalla capitale e dai suoi interessi di quanto lo fosse stata sotto gli Asburgo. Comunque, con la Restaurazione, il territorio tornò alla Corona austro-ungarica fino al termine della Prima Guerra Mondiale, quando fu smembrato tra Regno d’Italia (i territori dell’Istria che furono annessi alla Venezia Giulia) e quello che sarebbe diventato Regno di Iugoslavia.

Particolarmente confusa la situazione di quest’ultima entità: nel 1918, a guerra non ancora terminata, venne creato il “Regno degli Sloveni, Serbi e Croati” con capitale Zagabria, curiosamente non riconosciuto da alcuna Nazione, se non dalla stessa Austria, dalla quale il Regno si era staccato, probabilmente in vista dell’ipotesi di una futura ricostituzione dell’impero su basi federali. Caduto nell’anarchia in seguito allo scioglimento dell’Impero austriaco, i vari Stati si rivolsero al più solido Regno di Serbia (che si era staccato dall’Impero ottomano nel 1878) e il 1º dicembre 1918 Re Pietro I di Serbia dichiarò la nascita del “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni” che comprendeva anche il Montenegro.

Il regno continuò a subire tendenze separatiste: in particolare la Macedonia voleva unirsi all’Ungheria e Nicola I del Montenegro – sentendosi forte anche grazie al fatto di essere il “suocero d’Europa”, visti i matrimoni delle sue figlie con teste coronate europee, tra cui quello di Elena con Vittorio Emanuele III – non accettò che la corona del nuovo regno andasse ai sovrani di Serbia, dei quali si sentiva più degno. Ma il Montenegro fu invaso e Nicola fu mandato in esilio.


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Nel 1929 il nuovo Re di Serbia, Alessandro I, effettuò un colpo di mano che gli permise di accentrare il potere fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando le divisioni nazionalistiche riaffiorarono e, mentre la Croazia manteneva una certa unità diventando indipendente (la corona venne offerta ad Aimone d’Aosta, che la accettò con il nome di Tomislavo II, ma che di fatto non riuscì mai a cingerla), la Slovenia venne smembrata tra territori assegnati all’Italia (Provincia di Lubiana), al Terzo Reich (Banato) e in minima parte all’Ungheria. Al termine della guerra, dopo la feroce campagna militare dei partigiani titini, che si spinsero fino a Trieste, costringendo all’esodo le popolazioni italiane abitanti in Istria, fu inglobata nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, da cui si sarebbe resa indipendente solo nel 1991 con la Guerra dei Dieci Giorni (27 giugno-6 luglio).

 

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it


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